martedì 26 luglio 2016

ORIX PRINA LA NIZZARDA :du stecche is megl che uan!

I recenti fatti di cronaca non fanno un bel parlare di una bici che si chiama Nizzarda.
Eppure quelle due stecche magari sarebbero servite a dare una bella legnata al cretino di turno,chissà.

Rigide e scorrevoli, sono ancora lì dove papà Prina le mise per sopportare le dure salite del monferrato o delle colline che avrebbe affrontato.

Leggera, snella, monta guarnitura marcata NIZZARDA e patacchino ORIX Prina.

Mozzi Campagnolo e pedali Agrati a centro intero per pedalare in sicurezza in ogni situazione.e Immancabile la gemma di sicurezza sopra al freno!

freni Universal 36166 e manubrio Ambrosio Champion Prima serie a piega larga , tipo anni 40.

Parafanghino anteriore per proteggere da schizzi di una pioggia che ormai è solo ricordo.

Cerchi NISI a bordo zigrinato.
Forcella anteriore svasatissima con rinforzi interni.
Nonostante la discreta conservazione qualche simpatico ebbe la brillante idea di sabbiarla e riverniciarla in questo azzurrino...qualcuno griderà all'orrore ma anche questo è amore : probabilmente senza questa accortezza le due stecche sarebbero ora un paracarro per pomodori ed il telaio...il cancello dell'orto!

mercoledì 29 giugno 2016

Agli albori: Pietro Mo, Bra 1925

Come ricordavo ieri a un caro amico di bici, la collezione perché sia bella, non deve essere fatta di bici di pregio e di gran lusso.
Deve avere un senso.
Il senso filologico si costruisce negli anni e affinando ciò che le sensazioni ed i desideri suggeriscono, donando forma e sostanza all'accumulo di ruggine e copertoni.
Una delle mie prerogative personalissime è sempre stata quella di ricostruire la storia del ciclismo braidese.

Quando ritrovai questa ex corsa abbandonata da tutti sin da prima della guerra in un rudere in collina, poco mi disse se non la somiglianza del telaio con quella di una Bianchi M del periodo.

Bei freni fascettati, mozzo giroruota, freni all'insù come si costumava negli anni 30.

Il campanello però mi esaltò: Cicli Pietro Mo, Bra.

Avevo scoperto un altro ciclista di Bra!
L'emozione era alle stelle.
Solita ricerca e domande tra gli anziani braidesi, finchè un caro amico di 99 anni, arzillissimo, si ricorda che " quando ero giovane c'era, non ricordo dove.Chiuse che io avevo 16-17 anni...altro non so.."
Insomma, questa fu l'opera di un ciclista che non opera più da almeno 80 anni!
Ultimo bollo pagato: 1938!

Il telaio vide giorni migliori e fu risaldato dopo una bella botta: in effetti ho delle bici che scorrono più diritte ma tanto è...
Sotto la coltre di sporco , morchia e grasso scorgo ancora un bel celestino: davvero difficile sarà stato ai tempi distinguere questo telaio da una ben più cara Bianchi M...

i parafanghi, pur essendo assieme da molti anni, non sono identici: stretto, da corsa quello posteriore, un goccio più largo quello anteriore, ma entrambi con la loro stinta vernicetta azzurrina sottostante...
Probabilmente questo Mo era un assemblatore ciclista che operò pochi anni, e che vendeva alla giornata bici di varia foggia.
Mozzi ANTAR posteriore giroruota!

Oltre al campanello, Mo firmò il portafanale: a distanza di così tanti anni, sarà orgoglioso vedere quella iniziale ancora svettante e imperiosa fendere l'aria  di Bra alla corsa della sua creatura.

Aria, duole dirlo, ben più inquinata e schifosa di quella dei bei tempi andati della Bra Regina di cuoi...

venerdì 27 maggio 2016

Estiva






Buio.
Una luce danza giocosa
oltre i pini immoti.


Un vento che so
congeda primavere
e dice luce e soffochi.


Ritorna qualcosa:





un odore gentile, premuroso


un saluto, un abbraccio amico


un sorriso all'uomo


Che sogna Estate.




( pour un bonne ètè, joyeux et notre).

martedì 24 maggio 2016

Gaggenau anni 10 o Ciclo Leone anni 40?


Ci sono giorni che sarebbe meglio evitare di fermarsi ai  mercatini.

Sole, montagna, mare, ci son mille posti dove passare le mattinate domenicali.

Auto nuova, carica di passeggino bambino moglie e masserizie fa poco rima con mercatino .

Oppure ci si mette il paraocchi.

Insomma, è una brutta cosa : andarci  diventa pericoloso, si possono fare brutti incontri!


Come io quando, trasgredendo a quanto sopra, incappai in questa reliquia che appoggiata ad un palo di ferro reclamava attenzione.

3/8” esclamai da 10 metri!

Che io dia i numeri, quando vedo bici, è cosa risaputa.

Che le acquisti quando è umanamente impossibile far stare una bici dove non ci sta, altro ancora.

Compero allora un cacciavite dal manico di legno e con una chiave DEI trovata cinque banchi più in là, smonto tutto per bene sotto l’incredulità e la commiserazione dei passanti.

Nessuno svitol.



Le bici hanno un’anima e sanno molte cose: i bulloni si svitano tutti come per incanto e il complessivo di questo bel ferro si fa stretto e piccino picciò tanto da imboscarsi dentro al cofanino della Sitroen mogliesca.

Ci starà?

Ci sta, ci sta.




 

Basta: quei mozzi enormi che mi dicevano anni 10, i già citati 3/8 montati su cerchio strettissimo tipo corsa, quel telaio dai tubi abnormi e dal diapason sottosella imbullonato mi avevano scaldato il cuore più di una grappa alle 8 del mattino.


Questa è una biciclona anni 10  rimodernata nei 40 con parafanghi tipo Prina e carter catena in alluminio.


Opera di un fabbro lo svaso creato a centro pedivella per non intralciare il novello alluminioso carter: non è la prima che vedo!

Manubrio roller con manopole in cartone e un bel gruppo luce anni 40, non guastano affatto!

Guardando bene sui mozzi leggo una scritta a me nota: GAGGENAU!


Ma certo!

Possiedo dai tempi una graziosa Gaggenau da corsa anni 10 di un bel verde pastello  e questo telaio e queste ruote son null’altro che…una sorella in nero!


Sicuramente questa era una marca straniera  venduta in queste valli agli albori del secolo!

Questa però fu rimodernata dal ciclista  Leone di Borgo San Dalmazzo-vedi decals- nei '40, a giudicare dalla componentistica.


Forse in tempo di guerra, forse subito dopo, chissà.
Fatto è che questa bici ..ne rappresenta due!


Ferma era l’intenzione di dare via questo ferro dopo aver preleveato i preziosi cerchi ma…a ragionarci troppo, si fa sempre l’opposto!

Ovviamente, mi conoscete già , non smembrerò un fico secco di nulla e manterrò questa bella bici ( che ha due anime) per quello che rappresenta: l’arte e la volontà di rimettere su strada una vecchia bici per donarle ancora chilometri e speranze, in un tempo nelle quali queste erano davvero poche.

La pedivella con lo svaso, parafanghi anni 30 sul telaio di primi 900, possono sembrare un pugno in un occhio.

Ma considerando il periodo nel quale essa fu montata, ecco che con questo oggetto possiamo intendere una mentalità che , purtroppo, oggi si perde e si vuol far perdere: l’amore per il proprio lavoro, la maestria nel donare forma e sostanza agli oggetti e saperli far durare, ancora una volta, nel tempo che viene.

Un ricordo di tempi passati ma, anche e di più, un monito agli uomini che verranno.

 

 

 

mercoledì 18 maggio 2016

Maino sport 1944: abbassati e pedala!

Quando ritrovai su un fienile questa bici, non aveva molto di bello da mostrare, se non un inusuale telaio a canna parallela molto leggero.
Nessun doppio diapason al posteriore ma esili e sottili tubi diritti stile bici da corsa.
Allora non sapevo datare bene le mie bici, e l'avevo scambiata per una Maino degli anni 50 60.
Il proprietario assieme alla bici mi disse che la bici, comperata dalla madre in tempo di guerra, era diversa: col tempo aveva subito l'asportazione di " un manubrio basso, con le leve strane, scomodo da matti..." e delle ruote " erano sportive, in alluminio dietro aveva la corona doppia....".

Basta.
Non do molto peso a queste parole e do una pulita sommaria alla bici, relegandola in un angolo del soppalco.
Col tempo arrivano un paio di cerchi Vianzone in alluminio raggiati su mozzi SIAMT giroruota in ferro.

E un manubrio a bacchetta molto sportivo, cadmiato,come quelli montati sulle Amerio del dopoguerra.

Spolverata la bici, scopro il numero di serie 144803, che corrisponde benissimo a un 1944.

Insomma, dopo due sere quasi insonni, la bella Maino torna a ruggire!
E scopro particolari non da poco: pedivelle super alleggerite come sulle corsaiole, con pedali a centro intero a perno forato.

Il perno del movimento centrale, montato su ghiere Magistroni, è anche esso forato: tutto deve essere leggerissimo!
Carter Pratic in alluminio!
Alle ruote non dadi, ma pratici galletti in ottone!

Guidare questa Maino è un'esperienza unica: bassa, slanciata, leggera, divora la strada e ad ogni metro sembra ripeterti una sola cosa: abbassati e.....Pedala!

venerdì 13 maggio 2016

Un bel marrone


..."e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno
come le rose "
la canzone di Marinella, F.De Andrè.

Un bel marrone

 

La strada costeggiava il canale, dritta ed impertinente.

Monsù Dorta arrancava pedalando la vecchia bici Prina acquistata in tempo di guerra da un ciclista di Torino poi morto ammazzato.

Ai tempi non era che un impiegatuccio in carriera, ma avendo il gusto del bello e del raro si decise per quella bicicletta dal colore sgargiante oro con filettini rossi e fiamme bleu.

Si era in pieno tempo di guerra, tutti pensavano a salvare la pelle e guardavano poco a certi dettagli, ma essendo lui impiegato presso la fabbrica della corrente elettrica ed essendo essa fabbrica fondamentale  posta sotto il controllo tedesco, non ebbe guai.

Sapeva vivere e sapeva comportarsi:  non mancò mai di omaggiare le mogli dei graduati con qualche bottiglia nascosta al paesello e di imparare le regole fondamentali della grammatica tedesca.

Basta: per lui la guerra non fu altro che un lungo periodo di prova che diede i suoi frutti, portandolo ad essere promosso capo stazione della centrale di Verduno.

Nel frattempo le cose con la giovane  fidanzata Gina si erano messe per il meglio e coi soldi risparmiati avevano finalmente potuto sposarsi con piccolo viaggio di nozze a Sanremo.

Soldi per la casa, non ne sarebbero serviti: essendo lui capostazione aveva diritto all’alloggio insito alla centrale , ammobiliato e confortevole, più un guardiano tuttofare che viveva nel capanno al fondo.

Lasciare Torino per quel posto di canne e rane, non fu facile per nessuno, meno che meno per Gina, abituata alle strade di Torino ed ai lussi della città, pur bombardata.

Certo, lo stipendio è buono, ma che vita faremo qui?”

“C’è aria buona e salubre, staremo meglio vedrai.”

In realtà a quelle parole non credeva nemmeno lui , l’aria era pesante e d’estate le zanzare non davano tregua.

Per un poco andò avanti ed indietro al paese con la fidata Prina, tenuta lustra come un bimbo dal guardiano Tulu.

Tulu si che stava come il papa.

Oltre al buono e sicuro stipendio, all’alloggio gratuito, si procurava un bell’extra con la vendita del pesce .

Funzionava così: una volta la settimana si doveva pulire la grata che bloccava i tronchi e le impurità che passando nelle turbine avrebbero compromesso il macchinario.

Per questo si doveva svuotare la vasca e, con malizia e arte, si riusciva sempre a rimediare qualche decina di chili di pesce.

Le osterie del posto volevano tutti bene a Tulu e quando lo vedevano arrancare con la sgangheratissima bici a scatto fisso anteguerra, sorridevano.

Per anni l’osteria Maiolino di Roreto servì i “barbi della Centrale”.

Dorta lasciava fare: contento lui, pensava, contenti tutti.

Tulu , che fesso non era, capiva e ogni anguilla finita per caso nelle maglie della sua rete si trasformava in uno splendido carpione che la signora Gina sapeva cucinare  par suo.

Dopo 3 anni di sudate e di pedalate si decise: i soldi c’erano, andavano spesi!

Il viale alberato antistante un bel mattino accolse il rombo secco e preciso del 500 Guzzi con sidecar che Torta sognava da tempo.

La moglie sgranò tanto d’occhi e nemmeno una parola , ma solo una lacrima e l’emozione del primo giro sotto il sorriso sdentato di Tulu che faceva segno di si’ con la testa.

Fu con lei che l’estate successiva partirono per la Francia e Madama Gina, giunti sul colle di Tenda, si alzò per gridare agli astanti “ Viva la Guzzi”.

Le cose si mettevano bene.

Erano cominciati gli anni 50 e già qualcosa di benessere, ma solo qualcosa e per pochi.

A Gina cominciava  a stare stretta la vita isolata in campagna e i pomeriggi di nera solitudine quando il marito era impegnato nelle ispezioni dei canali.

Andiamocene. Chiedi il trasferimento.”

“Ma come si fa? E poi la paga è ottima.”

“Non c’è solo quella. Qui non si vive più.”

Dorta andò quindi dal gran capo a Cuneo, vestito col doppiopetto del matrimonio e il profumo all’acqua di colonia.

Parcheggiata la moto nel cortile antistante, salì le scale confortato dallo sguardo del portiere che certo lo aveva scambiato per qualche pezzo grosso.

Dorta aveva passato i 40 anni ma era bell’uomo ed alto, si faceva conoscere e rispettare.

L’ingegnere lo accolse benevolmente e da subito presero a discutere dell’andamento.

Va tutto bene, ma mia moglie , sa….”

“Non si trovano bene nella casa che noi vi offriamo? Benissimo. Potete cercarne una adatta al vostro comodo. Nessuno vi impone di restare colà.”

Insomma, tanto disse che alla fine Torta tornava più disperato di prima.

Andarsene gli spiaceva.

Una bella palazzina così, col guardiano-servitore, quando mai gli sarebbe ricapitata?

Con i soldi dello stipendio che accumulati rendevano una bella somma ogni mese, così che le vacanze estive erano automaticamente pagate.

Insomma, per qualche anno si restava lì.

Gina faticò a digerire la notizia , ma si arrese di fronte alle buone ragioni del marito.

Intanto la famiglia si stava allargando: Gina lo scoprì in Marzo e a quella notizia il marito trasalì.

Non si aspettava di diventare padre, ma la cosa lo riempì di gioia.

Pur con mille pensieri per la testa,  Gina cercò di zittirsi e di compiacere il marito che, a quanto pare, restando buono sarebbe diventato un gran capo anch’egli e avrebbe di certo ottenuto l’ufficio a Cuneo.

Passò l’estate e giunse l’inverno , rigido e freddo.

La piccola Gemma nacque in casa assistita dalla levatrice che, pur con la stufa accesa ed i riscaldamenti al massimo, faticava a scaldare la stanza.

Con questo freddo , stare vicino al canal e non le farà bene. Poi fate voi.”

“ E se la portassimo a Torino? Per un po? Dai miei…”

Non se ne parla. Siamo una famiglia e qui staremo.”

Dorta era perentorio.

Andò bene.

Basta, Gemma crebbe sana e forte e a 3 anni sapeva già parlare correttamente  e muoversi per la casa .

Anche troppo.

Ora Giuseppe Dorta sedeva a fianco della bici su un ceppo e lanciava un mazzo di fiori nel canale.

La moglie era rimasta a Torino.

Dopo l’esaurimento non era quasi più uscita di casa e nemmeno al cinema o per un viaggio si schiodava dal divano.

Troppe cose c’erano da digerire e nessuno, nemmeno più lui, forte come un toro, ce l’avrebbe fatta a purgarsi da un ricordo tanto brutto.

Aveva tutto davanti agli occhi e tutto sarebbe rimasto tale per sempre.

Insomma, un bel mattino di Aprile  si era alzato senza svegliare nessuno ed era partito per il consueto giro per i canali, più per formalità che per altro.

Occorreva compilare settimanalmente dei registri e segnalare eventuali irregolarità.

Quel mattino era bel tempo di primavera , così si avviò in bicicletta lungo la strada sterrata : nessuno si sarebbe svegliato al suono della Guzzi.

Mentre Gina dormiva della grossa, Gemma era ben sveglia  , ed avvedutasi della partenza del padre, decise di seguirlo come spesso faceva nei suoi giri.

Uscita sul balcone lo vide lontano e senza disperare scese le scale e prese a correre sul terrapieno.

Fu la questione di un momento.

Nessuno vide cosa accadde, ma ella fu in un lampo rapita dalle acque .

Gina si accorse della mancanza di Gemma solo un’ora più tardi, quando tutto era irreparabile.

Quando Dorta tornò dal giro verso il mezzogiorno, la Centrale era circondata da carabinieri ed un’ambulanza che mesta rimaneva inutilizzata accanto al portico all’ombra.

Dapprima volle pensare ad un forestiero, a Tulu, infine alla moglie ma quando tutti vedendolo sbiancarono e gli fecero luogo, si rese conto dell’immane sciagura.

Un giornalista, venuto da Bra con la vespa, gli sparò un flash in faccia mentre tutti lo fulminavano come a dirgli lascia stare.

La moglie piangeva sconsolata in preda al delirio mentre un medico cercava inutilmente di darle animo.

Dov’è Gemma?”

Tulu lo prese per il braccio e lo portò in garage.

Su un tavolo al centro giaceva la spoglia immobile di Gemma, coperta da un telo bianco.

Pareva davvero dormisse e non fosse per le labbra tumefatte e bluastre, pareva persino ridesse.

Dopo un momento Tulu spiegò a Torta l’isteria della moglie, i carabinieri che arrivavano e lui che lesto si apprestava a svuotare le vasche.

Una grata l’aveva trattenuta , quella più bassa a 6 metri.

Se no chissà dove sarebbe ora…”

Ma Dorta non sentiva più nulla, piangeva e bestemmiava.

Fino a sera non ricevette nessuno e anche i carabinieri furono comprensivi, rimandando le domande al giorno appresso.

Quando tutti se ne furono andati, restarono il prete e Gosio delle pompe funebri.

Capendo che non poteva esimersi si accordò col prete per la funzione mentre di Gosio ricordava solo le parole mielose e affettate “ Gliela faremo bella, vedrà, un bel marrone chiaro…”

Gli anni erano passati e molte cose erano mutate.

Da Cuneo furono  cortesi e discreti e non ci fu bisogno di molto perché venisse assegnato ad un ufficio a Torino di grande responsabilità .

Il primo anno era tornato, trovando tutto in ordine ma desolatamente vuoto.

Nessuno aveva accettato il posto, creando una superstizione sciocca che sarebbe durata degli anni.

Solo Tulu rimaneva a guardia delle grate mentre un addetto scendeva settimanalmente dalla città a gettare un occhio.

Quel mattino , vestito di tutto punto, era sceso dalla 1100 col suo mazzo di rose bianche e si era diretto al garage.

Trovatolo aperto, riconobbe la vecchia Prina , pur arrugginita.

Una gonfiata alle gomme e di nuovo, come tanti anni fa , lungo il canale.

Era scomparsa l’allegria, la voglia di vivere e di affrontare il domani.

Il sole splendeva inutile e fastidioso.

Piovesse, pensava.

I giorni, tutti uguali e pesanti come macigni, si succedevano inesorabili come condanne.

Gettando le rose , avrebbe voluto gettare anche altro, molto, tutto.

Ma un guizzo, antico come il nascere dei giorni e della vita, glielo impediva.

Forse un domani qualcosa sarebbe mutato, forse una luce nuova avrebbe spento quella fiamma che ancora ardeva e tanto bruciava.

Forse un giorno, vicino o lontano, la vita sarebbe diventata quel che dicono i poeti, o gli innamorati: bella.

Ma sotto quel sole, davanti a quelle acque torbide, difficile sarebbe stato il crederci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giovedì 28 aprile 2016

La bacchettata 2016 ULTIMI DETTAGLI

L'8 maggio è alle porte, il meteo pare dalla nostra parte e le bacchette fremono dalla voglia di essere usate!


Qualche dettaglio per i partecipanti a questa decima  bacchettata che, lo ricordo, si terrà per una volta in terra di Langa sul percorso ciclabile sterrato del parco Tanaro.


-il ritrovo è fissato alle ore 9,00 nel piazzale del ristorante La cascata di Verduno.


-la partenza è fissata alle ore 9.30 , si raccomanda la massima puntualità perché il giro pur non essendo impegnativo richiederà, tra pause e giro in  Alba, almeno 3 ore buone: meglio arrivare per tempo a pranzo!


-a metà percorso è prevista la solita pausa letteraria ed enogastronomica, con mio racconto inedito!




-il pranzo si farà a casa mia coi prodotti che ognuno di voi porterà come contributo della propria terra: gradite torte salate, pasta, formaggi, vini.....




PER OGNI DUBBIO SCRIVETEMI ALLA MAIL a.galeasso@libero.it