lunedì 15 giugno 2015

La migliore ipotesi (Di desiderio e speranza, 1)

                                                                                                              
                                                                                                               


 "Assomiglia all'ingenuità la saggezza
  la vita è già una forma di disciplina (...)"
  G.Lindo Ferretti, Depressione Caspica






La migliore ipotesi
fosti quella sera di luna e stelle
quando il cuore si induriva
e tutto pareva perso.

La migliore ipotesi
fu vita che sarebbe fiorita
da passione e ludibrio
per passione e ludibrio.

La migliore ipotesi
fu pensarti vivo e gaudente
in un mondo bello e giocoso
Tu sereno e lieto.

La migliore ipotesi
si realizza nel tuo venire
pensiero e sogno
realizzatosi immanente.


La migliore ipotesi
sarà accettare la trista vacuità
tu gettata gettatezza
nel percorso che nessuno conosce,

La migliore ipotesi
sarai tu,
felice e sfogato,
arrabbiato e stanco,
odiato ed odiante,
innamorato ed amato,
accettato e rassegnato,
calmo e infocato,
immoto e non inerte
ed infine lieto,
per un solo istante,
che tutto ciò,
infine ed infine,
sia stato,

nella migliore delle ipotesi,
un sensato sogno benvoluto.




lunedì 4 maggio 2015

Ideor-Savona 1939, mare e sole!


Ideor di mare e di sole.

Ideor di un passato lontano che il nero e il tempo hanno intaccato.

Ideor di Liguria, terra aspra e di poca parola, ma concreta e solida.

Ideor di ritorno, dopo una settantina d’anni di Piemonte e montagna, di nuovo a casa.

Ideor semplice, nessun carter e ammennicolo, per scalare con gioia i saliscendi sul mare.

Ideor e pignone da 24 denti, e siamo sicuri di farcela, sempre!



Ideor, coprisella in sacco e ritagli di camera d’aria, a ricordo dei tempi che furono.


E ora, basta parlare, Ideor sotto  e si pedala!

Ideor: pronti per una bacchettata in liguria?

mercoledì 29 aprile 2015

Gira la ruota



(Maino del 1910 modificata da donna, cerchi 28 3/8, sella Pullman in cuoio, leva rovesciata per frenaggio anteriore come da catalogo)


Ci fu un tempo nel quale la famiglia dei Cànova era la prima del paese.
I Cà nova devono questo nome ad un’antenata , Ghitina, che rimasta figlia sola di 3 fratelli morti per accidente, ereditò tutta la fortuna del padre, un ricco possidente.
Ghitina aveva allora neanche venti anni ed il padre decise di far dono a lei e al suo fidanzato di una stupenda casa appena fuori del paese.
Da allora e per due generazioni la famiglia visse ricca e prospera nel lusso che il paese e il tempo poteva offrire.
A quel tempo si vendevano forte pellami, a Bra, e Guglielmo, il figlio di Ghitina,  lavorava giorno e notte alla conceria del padre  che da piccola e con due operai era diventata una grande industria sulla strada per la Riva.
La moglie gli aveva dato un figlio, Mariolino: nulla pareva potesse andare meglio.
Venne la guerra, e con la guerra soldi a palate dalla vendita dei pellami che l’esercito continuava a chiedere per le commesse militari.
La fine fu una benedizione per quasi tutti gli italiani ma non per i Cà nova, che esaltati dai guadagni perpetrati a spese della povera gente, cercavano con ossessione una via che li portasse ancora più in alto.
Fu l’esponente del nuovo partito fascista, tale Guerra, che lo convinse che a sostenere questo partito ci sarebbe stato da guadagnarne per tutti, in tutti i sensi.
“Voi ci date  un milione ora, e questo milione negli anni noi ve lo daremo centuplicato.Parola.”
Basta, tanto disse che Guglielmo sborsò l’enormità ( persino Mussolini gli telefonò a congratularsi, dicendo ..”qualsiasi cosa abbiate bisogno…”
Quello fu l’inizio dell’ascesa che porterà i Cànova  ad estinguersi quasi del tutto.
Gugliemo , come era prevedibile, finì a Roma e non ci mise molto ad adattarsi al lusso ed alla vita che la sua nuova condizione gli forniva.
Mariolino e la moglie Cetta preferivano restare in Piemonte, e lui nulla ebbe da obiettare.
“Non sapete cosa perdete “diceva sempre alla famiglia ed ai paesani che lo circondavano certe domeniche chiedendo di Mussolini e della politica.
Ma di politica Guglielmo se ne curava poco.
A lui bastavano le commesse che l’esercito continuava a domandare e della sua fabbrica di pellami che stava diventando la più grande  in italia.
Passarono gli anni, e con essi la giovinezza di Mariolino che imparava ad andare in bici sulla Maino del papà, una delle bici più lussuose del paese e che usava di nascosto solo quando lui era a Roma.
Perché anche  avendo ora la Balilla e un autista, non dimenticava nulla dei suoi possedimenti , nemmeno una briciola sfuggita ad una domestica nella cucina.
Arrivò la guerra, arrivarono altre commesse e Guglielmo era contento come mai.
“Questa guerra porterà ricchezza all’Italia, e a lei caro Guglielmo” continuava a ricordare crapapelata.
Purtroppo le cose iniziarono ad andare storte nel 1943.
Guglielmo perse d’improvviso ogni fiducia e altrettanto fecero i suoi operai nella conceria appena fuori del paese.
Prudenzialmente decise di spostare la moglie il figlio ormai prossimo alle armi in un casolare sperduto su tra i monti , mentre lui avrebbe affrontato la cosa “da uomo, sino all’ultimo”.
Così decise di morire quando una ventina di operai, capeggiati dal comando partigiano, lo costrinsero al muro contro le pelli stese ad asciugare.
Non volle vomitare parole contro al mare di insulti che gli piovevano, non voleva sprecare quegli ultimi istanti.
Come suo padre , e così il padre di suo padre, aveva creduto nell’eterna salita, in una rimonta che affondava le radici nel fondo dei secoli.
Stavolta era andata così.
Pazienza, pensava.
Chissà Mariolino.
Ormai erano tutti spianati contro di lui e l’unica cosa che gli venne facile fu un sorriso al ricordo di Mariolino allegro, che scorrazzava per il prato davanti a casa.
Poi basta.
Cetta la presero che andava a prendere il latte dal margaro.
Forse fu lui a fare la spiata.
Nemmeno si accorse del mitra che la freddava in mezzo alla strada.
Mariolino si salvò per miracolo.
A causa di un’otite era partito per fare delle cure ad Acqui terme e , chiuso nell’albergo e registrato a nome falso, con una barba così, era sfuggito ai rastrellamenti partigiani che pure erano stati minuziosissimi.
La guerra era finita.
La famiglia, il patrimonio, erano perduti.
Per fortuna , dopo i primi giorni di terrore e di insulti, era riuscito a rientrare nella vecchia casa ormai diroccata.
Aveva una morosa, Tilde, che pochi mesi dopo avrebbe sposato e nel '47 gli avrebbe dato una bella bimba, Rosa.
Le feste, i balli, la grande allegria erano per lui fonte di continua tristezza e malinconia.
Non eran più suoi quegli anni, ma si consolava con la bella bimba che prendeva le caratteristiche del padre.
Chiusa, taciturna  ma molto furba e arguta.
Quando venne il tempo per tilde di andare in bicicletta, Mario pensò alla vecchia Maino.
Era ancora là, appoggiata al fondo del garage oltre la macchia d’olio, unico ricordo dei tempi della Balilla.
La guardò.
“Chissà cosa direbbe il vecchio” pensò.
Le gomme tenevano ancora , e la ruggine era l’unica testimone delle due guerre che aveva visto.
Con gioia e con rabbia, si recò dal ciclista , che fu colto da stupore nel vedere quel mezzo.
”Ma è ancora lei?Oh Dio Santo.Questa bici ha una storia.Ma sei poi sicuro?”
“Vai avanti.“è un lavoro lungo.vai a casa, torna stasera.”



“ No, voglio vedere.Cose mie.”

“Sei ancora  a tempo.Pensaci.Se vuoi una bici da ragazza te la do io.Me la pagherai quando puoi.”

“No, mai chiesto sconti, mai chiesto crediti.Ho la bici.pagherò la modifica.”

“Come vuoi.Parati solo gli occhi quando saldo.”

Dopo un mezzo pomeriggio, tagliando e abbassando, la vecchi Maino prese un aspetto inconsueto.Nel prezzo Burdeis ci mise anche due vecchi parafanghi sciancati che aveva adattato alla bell’è meglio.

Il carter mancava e a nulla valsero le sue insistenze.

“Si farà furba.è sempre mia figlia, o no?”

“Quanto devo?”

“Mille lire.Va bene?”

Dalla tasca Cànova tirò fuori i due grandi biglietti piegati come si conviene a qualcosa che conta, e senza fiatare li presentò al ciclista.

“Non garantisco vada dritta.Provala.”

Senza fiatare e senza girarsi inforcò la bici e sparì oltre la caserma.

Era orgoglioso per ciò che aveva fatto, e pensò alla faccia della bambina quando avrebbe visto la sua nuova bici.

Passarono gli anni.

Rosa era diventata una bella ragazza, slanciata, e avendo studiato si era impiegata al locale ospedale.

Ora usciva con un medico e il padre, vedendo l’antica gloria dei Cà nova risorgere, osservava inorgoglito la fiammante spider con la quale il futuro genero veniva a trovare la figlia.

Ma non scordava  quel momento nel quale tutto parve scomparire , e con esso anche lui.

Per questo , anche nelle fredde sere invernali, inforcava la vetusta Maino e con la mantella girava per il paese.

A quelli che lo indicavano, leggendogli la vita del nonno e del padre, guardava con mestizia, dicendo, ma non a tutti, “la ruota può sempre girare”.

mercoledì 15 aprile 2015

Durkopp Ciclo Ugo, la crucca cuneese!

Giaceva immota in un parcheggio desolato, sotto una tettoia.
Assieme a lei, altre sorelle che avevano reso l'anima a sciacalli privi di scrupoli.
A lei avevano rapito il sistema frenante posteriore e la sella...
Il cerchio davanti aveva subito l'onta della pioggia e dell'abbandono, ma ancora si reggeva fiero sul mozzo Durkopp a chiocciola regolabile.

Lo stemma UGO sa di Francia e non me ne stupisco, essendo il ciclista a un tiro di schioppo dalle cime che separano le due nazioni.

Il telaio , la guarnitura e i mozzi sono squisitamente teutonici, probabile il rimescolamento con i pezzi italiani nell'epoca del patto roma berlino tokio....non mi stupirei di trovare anche qualche componente nipponico!

Carter e parafanghi sono invece italianissimi, anche se un po' ovunque regna la decalca "D" simbolo della Durkopp.

Il telaio è abbastanza simile a quello delle migliaia di balloncine che circolavano negli anni 30 in Italia, robusto e pesante.
I cerchi sono in legno, misura classica 26 1/2 5/8: i copertoni sono anche essi dell'epoca, con l'anteriore rigato alla moda motociclistica del tempo.
Curiosamente la livrea dei parafanghi è invertita rispetto allo standard del tempo che vuole costa nichelata o cromata e resto in tinta: qui la costa è nera e il resto è ben cromato!
Anche il padellino del carter riprende la medesima foggia!

Questa bici, se ce ne fosse mai bisogno, dimostra con quanta bravura e quanto impegno i piccoli artigiani lavoravano nelle cittadine, consentendo ai loro lavori di fare concorrenza diretta alle grandi marche con soluzioni di pregio e lusso, oltre che...durare e resistere alle avversità del tempo.





venerdì 6 marzo 2015

Ciclo Cugge , l'Amerio della Liguria

A cavallo di capodanno, mi trovavo dalle parti di Sanremo in festa e...vuoi non andare a vedere qualche rottame lì presso?
Ed ecco che dietro un mosquito che ha reso l'anima ai tempi di Saragat e una muntanbaic spacciata per d'epoca..trovo lei!
Poveretta, faceva pena.
" Ah , quella? L'ho trovata in una serra, ma va bene solo per ricambi..."
Succede così che la bella autovettura della moglie si trasforma per l'occasione in bilico trasporto rottami ferrosi ambulanti...

La bici, in sé , è una Amerio.
punzonata 1937 sul manubrio, numero di telaio sotto il reggisella...tutto collima.
Ma..ma...
Già al momento dell'acquisto, sotto il sole ligure , m'ero avveduto che qualcosa non quadrava.
Una C nel portafanale.
Il colore azzurro di parafanghi e canotto sterzo.

Mah?
A casa, dopo qualche tempo, smonta e smonta , scopro il marchio CUGGE sulle pedivelle e sui mozzi....

Ricerca su internet e....voilà!
dalle poche informazioni avute anche in loco, pare che Cugge fosse un rivenditore di Sanremo che aveva anche una piccola squadra corse ( e presto mi sa che ne vedremo una di queste corsaiole...)
A tale proposito ho visto tempo fa anche una AMERIO marca Ciclo NINO SANREMO, ...qui mi fermo...
Sarebbe curioso saperne di più , posso immaginare che entrambe le case si rifornissero alla Amerio, se poi fosse lo stesso Cugge...nin zo!

Massiccia, come tutte le balloncine, porta cerchi a 3/4 gonfiati a bassa pressione.
inizialmente volevo riportarla nella sua terra di origine per le passeggiate sul mare ma.....troppo pesante!
Oltretutto anche la sella, particolarissima per via del molleggio a balestre anzichè le solite molle, ispirava gioia per le mie terga....
Ammiratissimi quindi coloro che abitualmente facevano la spola magari dall'entroterra con carichi , giorno e notte...

Ci siamo guardati, ha guardato le mie gambe e mi ha sussurrato: "...gioventù d'oggi..."
Sconsolata , ha preso posto accanto ad una sua coetanea..
Tra loro si capiranno.

lunedì 2 marzo 2015

Bianchi Savoia, regina tra la regine


Le bici che amo di più sono quelle comuni, quelle che giravano “davvero” dalle mie parti.

Le vere rarità o i pezzi da 90, avercene!, non esercitano  su di me lo stesso fascino della bici artigianale piemontese tenuta assieme col fil di ferro.

Insomma, la bici che sto per presentare non dovrei neppure averla, a questo punto.

Ma ce l’ho, eccome.

E l’ho smontata e pulita e regolata tutta.

E con gran gusto.

Perché da quando la vidi fu una cosa sola desiderarla comprarla smontarla studiarla ed esporla.

Si tratta di una delle più rare sottomarche Bianchi, almeno in italia.


La SAVOIA era infatti il brand con il quale Bianchi esportava in Sud America le proprie creazioni, anche se si trattava in realtà di una..Touring altrimenti punzonata.



Amici collezionisti oltreoceano ne pubblicano talora qualcuna e proprio a partire da questa conoscenza mi sono lanciato nell’ acquisizione non appena se ne è presentata l’occasione!


Il nobile Marchio è ovunque: sella, mozzi, pedivelle …

Colpisce la presenza del copertone anteriore marcato TOURING CORD, sicuramente quello fornito 76 anni orsono in dotazione originale.


Curiosa la presenza di questa bici sul territorio italiano, forse più unica che rara: possibile che un operaio l’avesse acquistata direttamente alla fabbrica ed abbia evitato alla signora un bel viaggetto per mare…


Curiosità nella curiosità il patacchino Tebro: ormai non mi stupisco più di nulla in casa Bianchi e chissà che anche questo misterioso patacchino  , Lodando Dio,  un giorno non sveli la sua origine…

giovedì 26 febbraio 2015

26 Aprile , torna la bacchettata di Primavera!





Amici appassionati, con questo breve post ricordo a tutti i simpatizzanti del mitico raduno di bici d'epoca che si tiene dal 2007 a Bra che il  26 Aprile si svolgerà la nona edizione!


Consueto il programma: ritrovo a Bra , giretto di una decina di chilometri in pianura e poi....pranzo tutti insieme coi prodotti della sua terra che ognuno deciderà di portare!
Al pomeriggio ( o già sabato per chi viene da fuori) ...ancora un bel giro !
Ricordo anche che , per chi volesse, il 25 Aprile si organizza ogni anno un mercatino delle pulci a Bra: un motivo in più per venire !


Scrivete a  a.galeasso@libero.it   per maggiori dettagli o delucidazioni!




Vi aspetto numerosi!