lunedì 18 ottobre 2010

La pioggia è gioia(10)


La strada correva dritta, senza curve.
Lanciata a tutta velocità, la Topolino sfiorava i 100 di tachimetro,solo un sogno, un sogno da poco che specialmente in quei giorni fu la corona da portare sulla testa, con fermezza e allegria proprio.
Il sole batteva contro il finestrino, mandando lampi che abbagliavano la coppia costringendoli a mettere la mano davanti agli occhi ad ogni curva.
Insieme erano andati a ritirarla a Torino, e quasi piangendo Eroe pagò le 255000 lire, ma era buon patto e il venditore che giurava sulla velocità e sulla tenuta e sulle gomme, nuove che potresti metterle in camera da letto.
In un soffio la seppe sua e già nell'odore dell'interno indovinò le serate che sarebbero venute, con amici e fidanzata e strade perse in cui ritrovarsi.
Fu lei la prima passeggera.
"Tu sei matto."
"Si, mai stato tanto bene.Pazzo e felice."

Trenta volte volle passare sotto al portone di Neta, finchè lei lo vide e gli occhi che fece vedendolo e vedendo la macchina e lei al suo fianco lo inondarono di una gioia strana, mai assaporata prima.
"Come un gatto che la fa nella brace.Guarda che occhi."
Ridendo, scantonarono per la strada provinciale che portava fuori città.
"Oggi è festa e noi stiamo come il Papa.Andiamo a mangiare le bistecche a La morra.Conosoco un 'osteria che è la fine del mondo, vino buono e buona carne."
La statale si immetteva ora su per la ripida salita in terra che portava a Verduno ed Eroe non potè non pensare alla bici e al sudore, tanto , versato in tempo di guerra quando quell'osteria fu ritrovo di partigiani e al Guzzino, che sembrava scoppiare ad ogni curva tanta era la manetta richiesta.
E pensò bene a quelle domeniche col padre, quegli unici momenti in cui parlarsi da uomo a uomo, le rade parole sussurrate ai tavoli di legno tra il fumo azzurro e le grida dei giocatori di biliardo.
Quella domenica che manco 14 anni aveva e dopo la salita e il vino il padre gli offrì la sigaretta, dimenticandosi che ancora non fumava.
Quello e un mucchio di altre cose lo avevano fatto uomo , la guerra per prima lo aveva cresciuto in fretta, troppo in fretta, dandogli abitudini e l'immagine di cosa è vivere.
Parcheggiata l'auto sulla Piazza, non potè non scendere e pulire col fazzoletto le tracce di polvere e di fango.
"Finirai col diventare matto davvero.Una macchina."
"Col cavolo.Questa non è una macchina qualsiasi: è la nostra macchina."
"Ripetilo."
"Cosa?"
"La macchina: cosa è?"
"Nostra.Perchè?Perchè piangi?Oh Piera!"
"Cretina che sono.Andiamo a mangiare , muoio di fame."

Davanti all'ingresso paesani ridevano nel sole del mezzogiorno, mentre un rombo veniva da dietro il portico.
Incuriosito Eroe lasciò un attimo Piera e andò a curiosare.
Le moto gli erano sempre piaciute.
Gepe,che conosceva perchè cliente da anni, stava avvviando ora il Benelli 250 monoalbero per andare a trovare la sua Pierina.
"Oh Gepe, cosa combini?"
"Bastarda .Va maiUno di questi giorni vola giù da una riva."
"Con te sopra."

"Come ha fatto a fare da Milano a Taranto resta un mistero.E Ambrosini che continua a correrci con questa trappola.Si ammazzerà sicuro."
"Sei magro di carburazione: Spetta un momento."

Alzando la manica della camicia Eroe si mise a regolare le viti del grosso carburatore Dellorto 30 millimetri verniciato in rosso, accelerando e rilasciando con profondi risucchi dello scappamento libero.
Quella moto Gepe la comprò a Torino nel '46 appena passata la Guerra.Veniva dal reparto Corse e pare che Leoni ci avesse corso la Milano- Taranto, nel '39.
Beveva talmente tanto che occorreva una tanichetta per tornare in moto da Cherasco e la madre cominciava a buttare la pasta in tempo sentendolo arrivare sin da Vergne, sei chilometri di curve più in alto.
"Ora vai dalla tua di Pierina.Se io non torno dalla mia, mi ammazza."
"Fattela bene, vado prima che si fermi di nuovo."
"Ciao.vai piano!"

Nell'osteria , tra il fumo denso delle sigarette, un uomo alto e massiccio litigava giocosamente con un cliente,e rise sottecchi vedendoli entrare.
Quello era Luigi, il padre di Gepe, padrone della trattoria del Molino, della pompa di benzina Petrcaltex di fronte, e produttore del Barolo che anche quell'anno , come nel '48 e '49, aveva stravinto all'Esposizione.
I diplomi erano incorniciati in bella mostra all'ingresso.
"Mi danno il premio se non vado più.Davvero.Hai visto quel lazzarone di mio figlio?Si ammazzerà un giorno, con quella bestia.Io mi tengo la Della."
Luigi tra le altre cose era anche impresario e portava cazzuole e boglioli su una vecchia Della Ferrera sidecar 600 anteguerra,cambio a mano e doppia catena di trasmissione.
"Cosa mangia questa bella figlia?"
"Bistecche.Siam venuti dalla piana apposta."
"Ve ne faccio portare due con un barolo che vi farà piangere.Lucia, due bistecche ai giovani. Sveglia, sveglia!Qua si dorme!Parlando con licenza, se quella non si prende un urlo al minuto mi manda in rovina.Ma è una buona donna, di cattivo carattere, ma buona donna.Su, sedete là al sole, lontano da questi ciucchi balordi."

Seduto al tavolo, la sua Piera bella nella luce, Eroe si sentì davvero a posto, pensando al verde allegro della Topolino fuori.
Sapeva già in tutta quella bellezza qualcosa fuori posto, ma, pur sapendolo, si abbandonò al profumo delle bistecche, del vino e dei suoi capelli.

2 commenti:

Matteo ha detto...

Mi è piaciuto molto questo testo. Nonostante i personaggi descritti non assomiglino per nulla ai miei nonni, l'età che dovevano avere era la stessa... mi sono tornati felicemente in mente.
Grazie!

Matteo

romHero ha detto...

prego!!!!grazie a te che mi segui!!!
andrew