mercoledì 29 aprile 2015

Gira la ruota



(Maino del 1910 modificata da donna, cerchi 28 3/8, sella Pullman in cuoio, leva rovesciata per frenaggio anteriore come da catalogo)


Ci fu un tempo nel quale la famiglia dei Cànova era la prima del paese.
I Cà nova devono questo nome ad un’antenata , Ghitina, che rimasta figlia sola di 3 fratelli morti per accidente, ereditò tutta la fortuna del padre, un ricco possidente.
Ghitina aveva allora neanche venti anni ed il padre decise di far dono a lei e al suo fidanzato di una stupenda casa appena fuori del paese.
Da allora e per due generazioni la famiglia visse ricca e prospera nel lusso che il paese e il tempo poteva offrire.
A quel tempo si vendevano forte pellami, a Bra, e Guglielmo, il figlio di Ghitina,  lavorava giorno e notte alla conceria del padre  che da piccola e con due operai era diventata una grande industria sulla strada per la Riva.
La moglie gli aveva dato un figlio, Mariolino: nulla pareva potesse andare meglio.
Venne la guerra, e con la guerra soldi a palate dalla vendita dei pellami che l’esercito continuava a chiedere per le commesse militari.
La fine fu una benedizione per quasi tutti gli italiani ma non per i Cà nova, che esaltati dai guadagni perpetrati a spese della povera gente, cercavano con ossessione una via che li portasse ancora più in alto.
Fu l’esponente del nuovo partito fascista, tale Guerra, che lo convinse che a sostenere questo partito ci sarebbe stato da guadagnarne per tutti, in tutti i sensi.
“Voi ci date  un milione ora, e questo milione negli anni noi ve lo daremo centuplicato.Parola.”
Basta, tanto disse che Guglielmo sborsò l’enormità ( persino Mussolini gli telefonò a congratularsi, dicendo ..”qualsiasi cosa abbiate bisogno…”
Quello fu l’inizio dell’ascesa che porterà i Cànova  ad estinguersi quasi del tutto.
Gugliemo , come era prevedibile, finì a Roma e non ci mise molto ad adattarsi al lusso ed alla vita che la sua nuova condizione gli forniva.
Mariolino e la moglie Cetta preferivano restare in Piemonte, e lui nulla ebbe da obiettare.
“Non sapete cosa perdete “diceva sempre alla famiglia ed ai paesani che lo circondavano certe domeniche chiedendo di Mussolini e della politica.
Ma di politica Guglielmo se ne curava poco.
A lui bastavano le commesse che l’esercito continuava a domandare e della sua fabbrica di pellami che stava diventando la più grande  in italia.
Passarono gli anni, e con essi la giovinezza di Mariolino che imparava ad andare in bici sulla Maino del papà, una delle bici più lussuose del paese e che usava di nascosto solo quando lui era a Roma.
Perché anche  avendo ora la Balilla e un autista, non dimenticava nulla dei suoi possedimenti , nemmeno una briciola sfuggita ad una domestica nella cucina.
Arrivò la guerra, arrivarono altre commesse e Guglielmo era contento come mai.
“Questa guerra porterà ricchezza all’Italia, e a lei caro Guglielmo” continuava a ricordare crapapelata.
Purtroppo le cose iniziarono ad andare storte nel 1943.
Guglielmo perse d’improvviso ogni fiducia e altrettanto fecero i suoi operai nella conceria appena fuori del paese.
Prudenzialmente decise di spostare la moglie il figlio ormai prossimo alle armi in un casolare sperduto su tra i monti , mentre lui avrebbe affrontato la cosa “da uomo, sino all’ultimo”.
Così decise di morire quando una ventina di operai, capeggiati dal comando partigiano, lo costrinsero al muro contro le pelli stese ad asciugare.
Non volle vomitare parole contro al mare di insulti che gli piovevano, non voleva sprecare quegli ultimi istanti.
Come suo padre , e così il padre di suo padre, aveva creduto nell’eterna salita, in una rimonta che affondava le radici nel fondo dei secoli.
Stavolta era andata così.
Pazienza, pensava.
Chissà Mariolino.
Ormai erano tutti spianati contro di lui e l’unica cosa che gli venne facile fu un sorriso al ricordo di Mariolino allegro, che scorrazzava per il prato davanti a casa.
Poi basta.
Cetta la presero che andava a prendere il latte dal margaro.
Forse fu lui a fare la spiata.
Nemmeno si accorse del mitra che la freddava in mezzo alla strada.
Mariolino si salvò per miracolo.
A causa di un’otite era partito per fare delle cure ad Acqui terme e , chiuso nell’albergo e registrato a nome falso, con una barba così, era sfuggito ai rastrellamenti partigiani che pure erano stati minuziosissimi.
La guerra era finita.
La famiglia, il patrimonio, erano perduti.
Per fortuna , dopo i primi giorni di terrore e di insulti, era riuscito a rientrare nella vecchia casa ormai diroccata.
Aveva una morosa, Tilde, che pochi mesi dopo avrebbe sposato e nel '47 gli avrebbe dato una bella bimba, Rosa.
Le feste, i balli, la grande allegria erano per lui fonte di continua tristezza e malinconia.
Non eran più suoi quegli anni, ma si consolava con la bella bimba che prendeva le caratteristiche del padre.
Chiusa, taciturna  ma molto furba e arguta.
Quando venne il tempo per tilde di andare in bicicletta, Mario pensò alla vecchia Maino.
Era ancora là, appoggiata al fondo del garage oltre la macchia d’olio, unico ricordo dei tempi della Balilla.
La guardò.
“Chissà cosa direbbe il vecchio” pensò.
Le gomme tenevano ancora , e la ruggine era l’unica testimone delle due guerre che aveva visto.
Con gioia e con rabbia, si recò dal ciclista , che fu colto da stupore nel vedere quel mezzo.
”Ma è ancora lei?Oh Dio Santo.Questa bici ha una storia.Ma sei poi sicuro?”
“Vai avanti.“è un lavoro lungo.vai a casa, torna stasera.”



“ No, voglio vedere.Cose mie.”

“Sei ancora  a tempo.Pensaci.Se vuoi una bici da ragazza te la do io.Me la pagherai quando puoi.”

“No, mai chiesto sconti, mai chiesto crediti.Ho la bici.pagherò la modifica.”

“Come vuoi.Parati solo gli occhi quando saldo.”

Dopo un mezzo pomeriggio, tagliando e abbassando, la vecchi Maino prese un aspetto inconsueto.Nel prezzo Burdeis ci mise anche due vecchi parafanghi sciancati che aveva adattato alla bell’è meglio.

Il carter mancava e a nulla valsero le sue insistenze.

“Si farà furba.è sempre mia figlia, o no?”

“Quanto devo?”

“Mille lire.Va bene?”

Dalla tasca Cànova tirò fuori i due grandi biglietti piegati come si conviene a qualcosa che conta, e senza fiatare li presentò al ciclista.

“Non garantisco vada dritta.Provala.”

Senza fiatare e senza girarsi inforcò la bici e sparì oltre la caserma.

Era orgoglioso per ciò che aveva fatto, e pensò alla faccia della bambina quando avrebbe visto la sua nuova bici.

Passarono gli anni.

Rosa era diventata una bella ragazza, slanciata, e avendo studiato si era impiegata al locale ospedale.

Ora usciva con un medico e il padre, vedendo l’antica gloria dei Cà nova risorgere, osservava inorgoglito la fiammante spider con la quale il futuro genero veniva a trovare la figlia.

Ma non scordava  quel momento nel quale tutto parve scomparire , e con esso anche lui.

Per questo , anche nelle fredde sere invernali, inforcava la vetusta Maino e con la mantella girava per il paese.

A quelli che lo indicavano, leggendogli la vita del nonno e del padre, guardava con mestizia, dicendo, ma non a tutti, “la ruota può sempre girare”.

mercoledì 15 aprile 2015

Durkopp Ciclo Ugo, la crucca cuneese!

Giaceva immota in un parcheggio desolato, sotto una tettoia.
Assieme a lei, altre sorelle che avevano reso l'anima a sciacalli privi di scrupoli.
A lei avevano rapito il sistema frenante posteriore e la sella...
Il cerchio davanti aveva subito l'onta della pioggia e dell'abbandono, ma ancora si reggeva fiero sul mozzo Durkopp a chiocciola regolabile.

Lo stemma UGO sa di Francia e non me ne stupisco, essendo il ciclista a un tiro di schioppo dalle cime che separano le due nazioni.

Il telaio , la guarnitura e i mozzi sono squisitamente teutonici, probabile il rimescolamento con i pezzi italiani nell'epoca del patto roma berlino tokio....non mi stupirei di trovare anche qualche componente nipponico!

Carter e parafanghi sono invece italianissimi, anche se un po' ovunque regna la decalca "D" simbolo della Durkopp.

Il telaio è abbastanza simile a quello delle migliaia di balloncine che circolavano negli anni 30 in Italia, robusto e pesante.
I cerchi sono in legno, misura classica 26 1/2 5/8: i copertoni sono anche essi dell'epoca, con l'anteriore rigato alla moda motociclistica del tempo.
Curiosamente la livrea dei parafanghi è invertita rispetto allo standard del tempo che vuole costa nichelata o cromata e resto in tinta: qui la costa è nera e il resto è ben cromato!
Anche il padellino del carter riprende la medesima foggia!

Questa bici, se ce ne fosse mai bisogno, dimostra con quanta bravura e quanto impegno i piccoli artigiani lavoravano nelle cittadine, consentendo ai loro lavori di fare concorrenza diretta alle grandi marche con soluzioni di pregio e lusso, oltre che...durare e resistere alle avversità del tempo.





venerdì 6 marzo 2015

Ciclo Cugge , l'Amerio della Liguria

A cavallo di capodanno, mi trovavo dalle parti di Sanremo in festa e...vuoi non andare a vedere qualche rottame lì presso?
Ed ecco che dietro un mosquito che ha reso l'anima ai tempi di Saragat e una muntanbaic spacciata per d'epoca..trovo lei!
Poveretta, faceva pena.
" Ah , quella? L'ho trovata in una serra, ma va bene solo per ricambi..."
Succede così che la bella autovettura della moglie si trasforma per l'occasione in bilico trasporto rottami ferrosi ambulanti...

La bici, in sé , è una Amerio.
punzonata 1937 sul manubrio, numero di telaio sotto il reggisella...tutto collima.
Ma..ma...
Già al momento dell'acquisto, sotto il sole ligure , m'ero avveduto che qualcosa non quadrava.
Una C nel portafanale.
Il colore azzurro di parafanghi e canotto sterzo.

Mah?
A casa, dopo qualche tempo, smonta e smonta , scopro il marchio CUGGE sulle pedivelle e sui mozzi....

Ricerca su internet e....voilà!
dalle poche informazioni avute anche in loco, pare che Cugge fosse un rivenditore di Sanremo che aveva anche una piccola squadra corse ( e presto mi sa che ne vedremo una di queste corsaiole...)
A tale proposito ho visto tempo fa anche una AMERIO marca Ciclo NINO SANREMO, ...qui mi fermo...
Sarebbe curioso saperne di più , posso immaginare che entrambe le case si rifornissero alla Amerio, se poi fosse lo stesso Cugge...nin zo!

Massiccia, come tutte le balloncine, porta cerchi a 3/4 gonfiati a bassa pressione.
inizialmente volevo riportarla nella sua terra di origine per le passeggiate sul mare ma.....troppo pesante!
Oltretutto anche la sella, particolarissima per via del molleggio a balestre anzichè le solite molle, ispirava gioia per le mie terga....
Ammiratissimi quindi coloro che abitualmente facevano la spola magari dall'entroterra con carichi , giorno e notte...

Ci siamo guardati, ha guardato le mie gambe e mi ha sussurrato: "...gioventù d'oggi..."
Sconsolata , ha preso posto accanto ad una sua coetanea..
Tra loro si capiranno.

lunedì 2 marzo 2015

Bianchi Savoia, regina tra la regine


Le bici che amo di più sono quelle comuni, quelle che giravano “davvero” dalle mie parti.

Le vere rarità o i pezzi da 90, avercene!, non esercitano  su di me lo stesso fascino della bici artigianale piemontese tenuta assieme col fil di ferro.

Insomma, la bici che sto per presentare non dovrei neppure averla, a questo punto.

Ma ce l’ho, eccome.

E l’ho smontata e pulita e regolata tutta.

E con gran gusto.

Perché da quando la vidi fu una cosa sola desiderarla comprarla smontarla studiarla ed esporla.

Si tratta di una delle più rare sottomarche Bianchi, almeno in italia.


La SAVOIA era infatti il brand con il quale Bianchi esportava in Sud America le proprie creazioni, anche se si trattava in realtà di una..Touring altrimenti punzonata.



Amici collezionisti oltreoceano ne pubblicano talora qualcuna e proprio a partire da questa conoscenza mi sono lanciato nell’ acquisizione non appena se ne è presentata l’occasione!


Il nobile Marchio è ovunque: sella, mozzi, pedivelle …

Colpisce la presenza del copertone anteriore marcato TOURING CORD, sicuramente quello fornito 76 anni orsono in dotazione originale.


Curiosa la presenza di questa bici sul territorio italiano, forse più unica che rara: possibile che un operaio l’avesse acquistata direttamente alla fabbrica ed abbia evitato alla signora un bel viaggetto per mare…


Curiosità nella curiosità il patacchino Tebro: ormai non mi stupisco più di nulla in casa Bianchi e chissà che anche questo misterioso patacchino  , Lodando Dio,  un giorno non sveli la sua origine…

giovedì 26 febbraio 2015

26 Aprile , torna la bacchettata di Primavera!





Amici appassionati, con questo breve post ricordo a tutti i simpatizzanti del mitico raduno di bici d'epoca che si tiene dal 2007 a Bra che il  26 Aprile si svolgerà la nona edizione!


Consueto il programma: ritrovo a Bra , giretto di una decina di chilometri in pianura e poi....pranzo tutti insieme coi prodotti della sua terra che ognuno deciderà di portare!
Al pomeriggio ( o già sabato per chi viene da fuori) ...ancora un bel giro !
Ricordo anche che , per chi volesse, il 25 Aprile si organizza ogni anno un mercatino delle pulci a Bra: un motivo in più per venire !


Scrivete a  a.galeasso@libero.it   per maggiori dettagli o delucidazioni!




Vi aspetto numerosi!

lunedì 16 febbraio 2015

Misteriosa: Bersagliera Prototipo


Da un po' di tempo a questa parte mi attirano le bici da bersagliere.
Un po' per la tecnica che racchiudono, un po' per la storia che le circonda...
Insomma oltre a quella da ufficiale che già presentai su queste pagine, ora ne giunge un'altra.
A tutta prima rifiutai l'acquisto, parendomi una pasticciata bici con poco di interessante.
Studiandola meglio però, ho notato particolari che hanno fatto e fanno sudare anche i più incalliti esperti di bici militari.


Vediamo.
Telaio con giunzioni tipo Legnano Bozzi anni 10, tipica anche la chiusura sella.
Numero di telaio sulla sinistra del tubo reggisella, numero alto sui 50000.
Il portafanale con la W di Wolsit potrebbe essere più originale di quanto pare, ma ...mai vista una wolsit da bersagliere anche se.....anche se....

Manubrio strano, con leveraggio a destra che comanda il tipico freno a ganascia delle bersagliere, ma con cerniere inedite.

E poi..udite udite....pistoncini del molleggio anteriore interni alle forcelle: mai visto prima !

Il tiraggio della catena avviene grazie al movimento centrale montato su eccentrico come sulle Triumph anteguerra o sui tandem.

Completa il tutto il molleggio con mollone posteriore simile ma non identico alle ben comuni Bianchi.

Ruote piene da 24 pollici montate su mozzi tipo durkopp con chiocciola registrabile.

Pedivelle anonime.
L'unico parafango superstite pare il suo ed è a  schiena d'asino come in voga in quegli anni.
Qualcuno ne sa di più?
Al momento i più grandi esperti di bici da bersagliere la inquadrano come uno dei tanti prototipi che furono costruiti negli anni 10 per  gli appalti che l'Esercito bandiva in vista dell'imminente conflitto e che furono poi soppiantati dalla Bianchi.
Bici quindi costruita magari in pochissimi esemplari, ma non per questo meno funzionante: provata su ghiaccio ( !!!!!!) ha dimostrato ottimo tiro anche in salita e una discreta guidabilità
Se qualcuno ne ha vista una simile o sa dare una paternità...riceverà un premio alla prossima bacchettata di primavera!


martedì 3 febbraio 2015

la pioggia è gioia (20)





"Cosa succede?"
"Vai dalle magne stasera.Alle 9.Devono dirti."
"Non mi piace quelle donne.Sanno di sporco.Devo proprio?"
"Per me fai cosa vuoi.Io dico che se vai capisci meglio, poi fai tu.Se vieni ci vediamo là."
"Proprio della mia razza.Non strappa una parola che sia una "pensava Eroe.
"Vengo,dille che vengo.Ma nessuna moina o giro inutile.Se c'è da parlare si parla."
"Si capisce.A stasera."
Quella sera Eroe trovò più silenzio in casa e i suoi che gli sorridevano come si fa a un malato che deve morire.
Come a quel fascista che avevano dovuto consolare e raccontare barzellette prima di fucilarlo fuori, sull'aia.
"Qui cosa capita? Devo sapere qualcosa?"
"Le magne stasera.Ti diranno delle cose.ma tu non credere a tutto.Ascolta bene  e fai tesoro.Situazione brutta la tua, ma se non ti agiti tanto va a finire che hai ancora da far guadagno.Muovi poco, ascolta tutto."
"Oh padre, qui mi si nasconde qualcosa.Lo vedo, non son gabbia.Parlate voi, che siete famiglia."
"Ma si, tanto vale dirtelo.No,madre?"
Dall'angolo lei approvava con la testa, zitta, pulendo i fagiolini e gettando le teste in un catino di ferro.
"Insomma, noi si sapeva tutto.Da anni.Il patto era che Bernardo, quando avesse avuto voglia e coraggio, ti avrebbe detto tutto, e così è stato.Per proteggerti.Chissà cosa faceva una testa come la tua.Devi capirci, è stato a fin di bene.Mica è stato facile per noi.No, non fare quella faccia, fammi andare avanti.Con le magne abbiamo parlato.Loro avrebbero provveduto a tutto perché Bernardo stesse bene e avesse di che vivere.Sono ricche loro, hanno 4 cascine, ma lo sai.Il fatto è che loro sono imparentate con la madre, e  dove sia lei , questo non posso dirlo.Quando andranno in cielo, e non manca molto con gli anni e le sciatiche che hanno, quella roba sarà di Bernardo.E tua.
Quindi stasera vai lì, ascolti e non fai le tue solite piazzate partigiane.Nessuno ti fucilerà e non fucilerai nessuno.Capito?"
Ad Eroe montava una rabbia nera, ancor più vedendo madre che dall'angolo piangeva e continuava ad annuire.
"Perché  questa scenata? Perché questi misteri? Sono o non sono vostro sangue? Cosa potevo fare se non volergli bene come a un figlio?Come e più di quello che avete voluto a me?Se volevate bene davvero dovevate parlare e non tacere.Capisco quel tedesco biondo, ma voi, voi no.
Andrò. Non finisce qui."
Andò a piedi.
Non aveva testa per guidare.
Passeggiare sarebbe servito a pensare, a dar sfogo ed a non arrivare con i bollori in 5 minuti per magari rovinare tutto con una sfuriata.
La sera portava odore di tini e di mosti, la vendemmia era andata bene quell'anno e Andrea pensava al buon vino che si sarebbe bevuto all'osteria di Luigi, su a La Morra.
Ci sarebbe stato da bere proprio due dita in quel momento, per non pensare e non agitare, per vedere chiaro con la vista annebbiata.
La piazza del pascolo si apriva come le gambe di una donna e faceva piacere buttarcisi dentro in quegli odori di vino e di tannino delle industrie.
Nessuno girava a quell'ora, essendo ora di cena e di piedi fermi sotto al tavolo.
Eroe sentiva il solito formicolio di quando devi essere attento e con occhi dritti, perché pur essendo solo donne erano le magne di Bernardo e sapendone una più del diavolo su tutto e tutti conoscevano di lui vita e miracoli.
Entrando nel fresco della campagna Eroe ebbe un brivido.
Già le luci della città erano un lontano brulichio, quando udì lo scoppiettare di un motore.
Era Tale della Tagliata che con la sua vecchia BSA tornava a casa con le ceste vuote.
Vedendolo, lo riconobbe e volle a tutti i costi dargli un passaggio.
Attaccato al vecchio giaccone di pelle , sobbalzando sui ciottoli della stradina, Andrea pensò a quanto era che non sentiva il freddo della notte assieme ad un motore, ad un amico, ad un osteria da prendere di mira.
Avere venti anni, pensò.
Ma ecco che già  l'aia si faceva sotto le ruote spesse e fruste del BSA e con un cenno Tale salutò, la segala tra i denti neri.
Le vecchie, sospettose com'erano, avevano già aperto la porta e guardavano con sdegno e disapprovazione Eroe che si puliva i calzoni con una mano.
"Vecchie bagasce "pensava sorridendole.
"Buonasera" risposero loro nette e crude.
L'aria nella casa sapeva di mele e umido, dalla scalinata subito di fronte tirarono a destra , dove il fuoco scoppiettava allegro e quattro tazze di caffè fumavano liete sul tavolo.
"E allora."
"E allora ditemi voi.Bernardo mi ha detto di venire ed eccomi qui.Avanti, sono pronto, ho fatto la guerra."
"Sappiamo, sappiamo.ma qui non si tratta di fare guerre o ammazzare gente.Si tratta dell'avvenire.
Se era per noi si poteva benissimo andare avanti come sempre.Ma questo ragazzo si fissa che dobbiamo parlare e parlare e andare a fondo delle cose.Mah.Tempi di oggi dove i vecchi si sorpassano senza ritegni."
"Cosa volete da me?"
"Bernardo vuole che tu sappia come sono andate le cose.Perchè, non lo sappiamo neanche noi.Chi era la madre lo sai , no?Questo almeno, lo sai?"
"Si capisce.Mai più vista."
"Cosa che non sai è che prima della  guerra, dopo che coi suoi è andata in una cascina dalle parti  di Pavia, è scappata il mese dopo  a Milano con un bel capomanipolo, il Guerra..Solo  due mesi dopo si è accorta del fatto, ed è tornata di nascosto qui in cascina a metterlo al mondo.Figurarsi il Guerra, l'avrebbe eliminato subito, ma lei...La conoscevi no?
"Vai avanti."
"E allora esce al mondo Bernardo e subito sembra che lo vogliono tenere.Poi salta su una vecchia che si scopre essere la madre del Guerra che lo minaccia davanti a tutti se porta a casa un bastardo, già la storia di una di 16 anni con uno di 40 la inviperiva, ma altri tempi.In due ore avevano deciso, con lui che scappava con l'autista a Milano e lei in lacrime di sopra.Basta: appena svezzato lo ha lasciato qui rimandando sempre il momento di venirti a cercare.Ti avrà scritto cinquanta lettere che non ha mai avuto il coraggio di portare, ma neanche di bruciarle.Era una bambina, ancora, non potevo dirle nulla.Le aveva nascoste sotto un mattone di sopra.Dove due anni fa Bernardo le ha trovate."
"Che ne è stato di lei?"
"Mai più tornata.Quel fascista la teneva sotto chiave dopo averla sposata, l'anno dopo.Solo una volta è passata tutta ingioiellata della festa , come una foresta qualsiasi, per comprare delle uova.Vedendola mi è venuto un colpo ma lei con gli occhi mi ha guardato come la morte, come a dire Zitta o Muori!.Bernardo era fuori nel fosso che giocava con le rane , ma lei dopo uno sguardo se ne è andata.Dicono che durante la guerra facesse  la spia sulle montagne e che un partigiano l'abbia scorciata assieme a delle altre, nel '44."
"Non fu nei bombardamenti, come mi dissero?"
"No.Se ti avessero detto che era  contro i vostri, uno come te minimo la andava a cercare.E chissà che fine facevi, già ti è andata bene in mezzo a questi boschi."
"Pà e madre sapevano?"
"Gliel' ho detto una volta subito passata la guerra.Il bambino cresceva e finchè c'era guerra nessuno diceva nulla,ma poi una volta arriva il messo comunale e chiede i documenti.Gli faccio: la madre è morta il padre era un fascista, cosa devo dirvi?Basta, voleva un padre e una madre.Allora con tua madre l'aggiustammo col Sindaco che acconsentì a prendere il nostro cognome come zie.Lei voleva dirtelo, ma in quegli anni eri ancora come un mitra, saltavi su per ogni cosa e pensammo che era meglio non dire nulla a nessuno.Meglio, no?"
"Un paio di balle meglio.Potevate dirmelo che si sposava, o quando stavo per crepare, vecchie bagasce.Cosa sono?Un cane?Eh?"
"Primo, hai poco da arrabbiarti.Potevi anche sapere nulla e per noi era meglio.Ma siccome Bernardo ci teneva, ecco fatto.Hai poco da prendertela, se non con te stesso.In fondo è figlio tuo, o no?Secondo, hai solo da guadagnare.Cia era ricca da fare schifo, quel fascista ha rubato Dio solo sa quanto e qui in cascina...."
"Zitta"Stai zitta, piattola !"
"Ma si, giusto che sappia.Bernardo è ricchissimo.Nel '45 la madre del Guerra è passata di qui, mezza impazzita, gli avevano appena fucilato il marito e il figlio.Insomma, passa, entra-era seduta dove siamo ora ,mi sembra di vederla- e fa: sono sola al mondo.Non ho eredi.Tra poco morirò, sto male.Prendete, a voi servirà di più.E tira fuori una valigia.A tutta prima non faccio caso, tanto aveva gli occhi stralunati.Mi bacia sulle guance e se ne va.Io, apro e guardo: in quella borsa c'erano ,se va bene, tre chili d'oro.Lingotti.Oro: capisci?"
"Morissi e ti venisse un accidente..."
"Stai zitta, ormai è dentro.Insomma, lo nascondo in soffitta sotto una trave marcia e lo lascio lì.Neanche Bernardo lo sa.Ma quell'oro, mi son detta, sarebbe servito a Bernardo a farsi una vita, una famiglia.Dipende anche da te, adesso."
"Perché Bernardo non lo sa? Perché non lo avete mandato a studiare?"
"Quel tedesco? avrebbe bruciato non solo i libri, ma la scuola intera...però è un buon ciclista, quella è la sua strada.E la tua a quel che ne so.Che intendi fare?"
"Voglio sapere.Non credo ancora  a tutte queste morti.Ai miei potevi anche contarla, son vecchi e ingenui.Ma io ho fatto la guerra, ho ammazzato.Tu sai cose che devi dirmi, stasera.Voglio sapere."
"Da qualcuno deve aver  preso quel tedesco..sei proprio sicuro ?Non son belle cose."
"Si.Se sai qualcosa parla."
"Dopo.Dopo il caffè.Abbiamo già fatto troppe parole e ho la bocca asciutta."