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sabato 18 luglio 2026
L' ombra delle farfalle ,un restauro che cambia la vita
A breve sarà edito il mio ultimo romanzo," L' ombra delle farfalle" . Il protagonista , un ingegnoso ingegnere sull'orlo di una crisi esistenziale, incontra un mattino un ciclista restauratore che si prenderà cura della sua bici elettrica a patto che ...una vecchia Bianchi del '49 ..riprenda vita! Potrà questa inattesa avventura mutare il corso dell' apparente inamovibile destino del protagonista? Quanti di noi hanno ridimensionato le proprie vite o, almeno, i propri weekend grazie ad una bici in restauro?Consigliato quindi a tutti ,ma in particolar modo a chi da poco o..da tanto... si diletta nei restauri .A presto in libreria auspicando ottime recensioni !
mercoledì 4 ottobre 2017
Gloria B 1936, una questione privata.
Il mondo di oggi non consente più molto tempo per riflettere, pensare, tornare a noi.
Velocità, sfide costanti che però nessuno sa contro chi o che cosa, portano l'uomo a perdere quasi tutto il suo tempo in frivolezze nel nome del consumismo e del dio danaro.
Ci siamo dentro tutti, poco da fare.
Capitano, però, occasioni nelle quali la mente si stacca dal piano dell'ordinario e che danno la concreta possibilità di confrontarsi con momenti autentici, persone autentiche ed oggetti parimenti.
Me ne tornavo dal lavoro con tutti questi pensieri e molto altro quando, su un rettifilo da centotrentaorari in barba all'autovelocs che fa tanto anni 2000, mi sono trovato ad inchiodare di colpo.
Per fortuna nessuno era dietro!
In un momento la mia mente ha ricevuto una scarica di sana adrenalina e un piacere enorme ha pervaso le membra ottuse e vessate dalla giornata lavorativa.
Una sparata di venti bici -dico venti bici!- faceva capolino davanti alla casa di un rigattiere.
In un solo momento è stata tabula rasa dei cattivi pensieri e sono tornato con lo spirito ai miei... tre anni, quando con la buonanima di mia nonna si andava al mercato del venerdì e si incontravano fior di contadini in sella od a fianco delle loro rugginose bacchette con gemma e fanale a cipolla.
Vederla, sognare e possederla, è stata un'unica cosa.
Il rigattiere, che forse condensa tutti questi pensieri in qualche subdola battuta alla moglie alla sera, quando racconta di aver abbindolato il solito pollo, era ancora più soddisfatto di me.
In mezzo a tante belle bici anni 60 e 70 gli avevo "tolto" la più brutta e rugginosa.
Pointofviù!
Per tutta la sera ho ripercorso quelle stradette della mia Bra di oltre trenta anni fa, ho passeggiato con la nonna e , cosa ancora migliore, sono stato felice.
ho accarezzato quella polvere, quella ruggine, quel tempo condensato e ormai rapito.
Gli oggetti non devono commuovere, lo ripeto da anni: non ci si deve affezionare e li si deve usare per ciò che rappresentano.
Benissimo.
Allora non dirò che amo questa Gloria alla follia, che non la venderò mai, che mi fa stare bene guardarla e sognare un poco, alla sera in garage.
No , mi limiterò ad una sola scheda tecnica e scusate tanto i pensieri di cui sopra.
Cose molto mie,una questione privata.
Ritrovamento di Gloria Mod.B anno 1936, conservata e debitamente arrugginita.
Fanale Radsonne a cipolla, mozzi grandi con ingrassatore, freno interno anteriore e forcellini tipo corsa.
Robba bona .
Velocità, sfide costanti che però nessuno sa contro chi o che cosa, portano l'uomo a perdere quasi tutto il suo tempo in frivolezze nel nome del consumismo e del dio danaro.
Ci siamo dentro tutti, poco da fare.
Capitano, però, occasioni nelle quali la mente si stacca dal piano dell'ordinario e che danno la concreta possibilità di confrontarsi con momenti autentici, persone autentiche ed oggetti parimenti.
Me ne tornavo dal lavoro con tutti questi pensieri e molto altro quando, su un rettifilo da centotrentaorari in barba all'autovelocs che fa tanto anni 2000, mi sono trovato ad inchiodare di colpo.
Per fortuna nessuno era dietro!
In un momento la mia mente ha ricevuto una scarica di sana adrenalina e un piacere enorme ha pervaso le membra ottuse e vessate dalla giornata lavorativa.
Una sparata di venti bici -dico venti bici!- faceva capolino davanti alla casa di un rigattiere.
In un solo momento è stata tabula rasa dei cattivi pensieri e sono tornato con lo spirito ai miei... tre anni, quando con la buonanima di mia nonna si andava al mercato del venerdì e si incontravano fior di contadini in sella od a fianco delle loro rugginose bacchette con gemma e fanale a cipolla.
Vederla, sognare e possederla, è stata un'unica cosa.
Il rigattiere, che forse condensa tutti questi pensieri in qualche subdola battuta alla moglie alla sera, quando racconta di aver abbindolato il solito pollo, era ancora più soddisfatto di me.
In mezzo a tante belle bici anni 60 e 70 gli avevo "tolto" la più brutta e rugginosa.
Pointofviù!
Per tutta la sera ho ripercorso quelle stradette della mia Bra di oltre trenta anni fa, ho passeggiato con la nonna e , cosa ancora migliore, sono stato felice.
ho accarezzato quella polvere, quella ruggine, quel tempo condensato e ormai rapito.
Gli oggetti non devono commuovere, lo ripeto da anni: non ci si deve affezionare e li si deve usare per ciò che rappresentano.
Benissimo.
Allora non dirò che amo questa Gloria alla follia, che non la venderò mai, che mi fa stare bene guardarla e sognare un poco, alla sera in garage.
No , mi limiterò ad una sola scheda tecnica e scusate tanto i pensieri di cui sopra.
Cose molto mie,una questione privata.
Ritrovamento di Gloria Mod.B anno 1936, conservata e debitamente arrugginita.
Fanale Radsonne a cipolla, mozzi grandi con ingrassatore, freno interno anteriore e forcellini tipo corsa.
Robba bona .
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venerdì 13 maggio 2016
Un bel marrone
..."e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno
come le rose "
la canzone di Marinella, F.De Andrè.
Un bel marrone
La strada costeggiava il canale,
dritta ed impertinente.
Monsù Dorta arrancava pedalando la
vecchia bici Prina acquistata in tempo di guerra da un ciclista di Torino poi
morto ammazzato.
Ai tempi non era che un
impiegatuccio in carriera, ma avendo il gusto del bello e del raro si decise
per quella bicicletta dal colore sgargiante oro con filettini rossi e fiamme
bleu.
Si era in pieno tempo di guerra,
tutti pensavano a salvare la pelle e guardavano poco a certi dettagli, ma
essendo lui impiegato presso la fabbrica della corrente elettrica ed essendo
essa fabbrica fondamentale posta sotto
il controllo tedesco, non ebbe guai.
Sapeva vivere e sapeva
comportarsi: non mancò mai di omaggiare
le mogli dei graduati con qualche bottiglia nascosta al paesello e di imparare
le regole fondamentali della grammatica tedesca.
Basta: per lui la guerra non fu
altro che un lungo periodo di prova che diede i suoi frutti, portandolo ad
essere promosso capo stazione della centrale di Verduno.
Nel frattempo le cose con la
giovane fidanzata Gina si erano messe
per il meglio e coi soldi risparmiati avevano finalmente potuto sposarsi con
piccolo viaggio di nozze a Sanremo.
Soldi per la casa, non ne
sarebbero serviti: essendo lui capostazione aveva diritto all’alloggio insito
alla centrale , ammobiliato e confortevole, più un guardiano tuttofare che
viveva nel capanno al fondo.
Lasciare Torino per quel posto di
canne e rane, non fu facile per nessuno, meno che meno per Gina, abituata alle
strade di Torino ed ai lussi della città, pur bombardata.
“Certo, lo stipendio è buono, ma che vita faremo qui?”
“C’è aria buona e salubre, staremo meglio vedrai.”
In realtà a quelle parole non
credeva nemmeno lui , l’aria era pesante e d’estate le zanzare non davano
tregua.
Per un poco andò avanti ed
indietro al paese con la fidata Prina, tenuta lustra come un bimbo dal
guardiano Tulu.
Tulu si che stava come il papa.
Oltre al buono e sicuro stipendio,
all’alloggio gratuito, si procurava un bell’extra con la vendita del pesce .
Funzionava così: una volta la
settimana si doveva pulire la grata che bloccava i tronchi e le impurità che
passando nelle turbine avrebbero compromesso il macchinario.
Per questo si doveva svuotare la
vasca e, con malizia e arte, si riusciva sempre a rimediare qualche decina di
chili di pesce.
Le osterie del posto volevano
tutti bene a Tulu e quando lo vedevano arrancare con la sgangheratissima bici a
scatto fisso anteguerra, sorridevano.
Per anni l’osteria Maiolino di
Roreto servì i “barbi della Centrale”.
Dorta lasciava fare: contento lui,
pensava, contenti tutti.
Tulu , che fesso non era, capiva e
ogni anguilla finita per caso nelle maglie della sua rete si trasformava in uno
splendido carpione che la signora Gina sapeva cucinare par suo.
Dopo 3 anni di sudate e di
pedalate si decise: i soldi c’erano, andavano spesi!
Il viale alberato antistante un
bel mattino accolse il rombo secco e preciso del 500 Guzzi con sidecar che Torta
sognava da tempo.
La moglie sgranò tanto d’occhi e
nemmeno una parola , ma solo una lacrima e l’emozione del primo giro sotto il
sorriso sdentato di Tulu che faceva segno di si’ con la testa.
Fu con lei che l’estate successiva
partirono per la Francia e Madama Gina, giunti sul colle di Tenda, si alzò per
gridare agli astanti “ Viva la Guzzi”.
Le cose si mettevano bene.
Erano cominciati gli anni 50 e già
qualcosa di benessere, ma solo qualcosa e per pochi.
A Gina cominciava a stare stretta la vita isolata in campagna e
i pomeriggi di nera solitudine quando il marito era impegnato nelle ispezioni
dei canali.
“Andiamocene. Chiedi il trasferimento.”
“Ma come si fa? E poi la paga è ottima.”
“Non c’è solo quella. Qui non si vive più.”
Dorta andò quindi dal gran capo a
Cuneo, vestito col doppiopetto del matrimonio e il profumo all’acqua di colonia.
Parcheggiata la moto nel cortile
antistante, salì le scale confortato dallo sguardo del portiere che certo lo
aveva scambiato per qualche pezzo grosso.
Dorta aveva passato i 40 anni ma
era bell’uomo ed alto, si faceva conoscere e rispettare.
L’ingegnere lo accolse
benevolmente e da subito presero a discutere dell’andamento.
“Va tutto bene, ma mia moglie , sa….”
“Non si trovano bene nella casa che noi vi offriamo? Benissimo. Potete
cercarne una adatta al vostro comodo. Nessuno vi impone di restare colà.”
Insomma, tanto disse che alla fine
Torta tornava più disperato di prima.
Andarsene gli spiaceva.
Una bella palazzina così, col
guardiano-servitore, quando mai gli sarebbe ricapitata?
Con i soldi dello stipendio che
accumulati rendevano una bella somma ogni mese, così che le vacanze estive
erano automaticamente pagate.
Insomma, per qualche anno si
restava lì.
Gina faticò a digerire la notizia
, ma si arrese di fronte alle buone ragioni del marito.
Intanto la famiglia si stava
allargando: Gina lo scoprì in Marzo e a quella notizia il marito trasalì.
Non si aspettava di diventare
padre, ma la cosa lo riempì di gioia.
Pur con mille pensieri per la
testa, Gina cercò di zittirsi e di
compiacere il marito che, a quanto pare, restando buono sarebbe diventato un gran
capo anch’egli e avrebbe di certo ottenuto l’ufficio a Cuneo.
Passò l’estate e giunse l’inverno
, rigido e freddo.
La piccola Gemma nacque in casa
assistita dalla levatrice che, pur con la stufa accesa ed i riscaldamenti al
massimo, faticava a scaldare la stanza.
“Con questo freddo , stare vicino al canal e non le farà bene. Poi fate
voi.”
“ E se la portassimo a Torino? Per un po? Dai miei…”
“ Non se ne parla. Siamo una famiglia e qui staremo.”
Dorta era perentorio.
Andò bene.
Basta, Gemma crebbe sana e forte e
a 3 anni sapeva già parlare correttamente
e muoversi per la casa .
Anche
troppo.
Ora Giuseppe Dorta sedeva a fianco
della bici su un ceppo e lanciava un mazzo di fiori nel canale.
La moglie era rimasta a Torino.
Dopo l’esaurimento non era quasi
più uscita di casa e nemmeno al cinema o per un viaggio si schiodava dal
divano.
Troppe cose c’erano da digerire e
nessuno, nemmeno più lui, forte come un toro, ce l’avrebbe fatta a purgarsi da
un ricordo tanto brutto.
Aveva tutto davanti agli occhi e
tutto sarebbe rimasto tale per sempre.
Insomma, un bel mattino di Aprile si era alzato senza svegliare nessuno ed era
partito per il consueto giro per i canali, più per formalità che per altro.
Occorreva compilare
settimanalmente dei registri e segnalare eventuali irregolarità.
Quel mattino era bel tempo di
primavera , così si avviò in bicicletta lungo la strada sterrata : nessuno si
sarebbe svegliato al suono della Guzzi.
Mentre Gina dormiva della grossa,
Gemma era ben sveglia , ed avvedutasi
della partenza del padre, decise di seguirlo come spesso faceva nei suoi giri.
Uscita sul balcone lo vide lontano
e senza disperare scese le scale e prese a correre sul terrapieno.
Fu la questione di un momento.
Nessuno vide cosa accadde, ma ella
fu in un lampo rapita dalle acque .
Gina si accorse della mancanza di
Gemma solo un’ora più tardi, quando tutto era irreparabile.
Quando Dorta tornò dal giro verso
il mezzogiorno, la Centrale era circondata da carabinieri ed un’ambulanza che
mesta rimaneva inutilizzata accanto al portico all’ombra.
Dapprima volle pensare ad un
forestiero, a Tulu, infine alla moglie ma quando tutti vedendolo sbiancarono e
gli fecero luogo, si rese conto dell’immane sciagura.
Un giornalista, venuto da Bra con
la vespa, gli sparò un flash in faccia mentre tutti lo fulminavano come a
dirgli lascia stare.
La moglie piangeva sconsolata in
preda al delirio mentre un medico cercava inutilmente di darle animo.
“ Dov’è Gemma?”
Tulu lo prese per il braccio e lo
portò in garage.
Su un tavolo al centro giaceva la
spoglia immobile di Gemma, coperta da un telo bianco.
Pareva davvero dormisse e non
fosse per le labbra tumefatte e bluastre, pareva persino ridesse.
Dopo un momento Tulu spiegò a
Torta l’isteria della moglie, i carabinieri che arrivavano e lui che lesto si
apprestava a svuotare le vasche.
Una grata l’aveva trattenuta ,
quella più bassa a 6 metri.
“ Se no chissà dove sarebbe ora…”
Ma Dorta non sentiva più nulla,
piangeva e bestemmiava.
Fino a sera non ricevette nessuno
e anche i carabinieri furono comprensivi, rimandando le domande al giorno
appresso.
Quando tutti se ne furono andati,
restarono il prete e Gosio delle pompe funebri.
Capendo che non poteva esimersi si
accordò col prete per la funzione mentre di Gosio ricordava solo le parole
mielose e affettate “ Gliela faremo
bella, vedrà, un bel marrone chiaro…”
Gli anni erano passati e molte
cose erano mutate.
Da Cuneo furono cortesi e discreti e non ci fu bisogno di
molto perché venisse assegnato ad un ufficio a Torino di grande responsabilità
.
Il primo anno era tornato,
trovando tutto in ordine ma desolatamente vuoto.
Nessuno aveva accettato il posto,
creando una superstizione sciocca che sarebbe durata degli anni.
Solo Tulu rimaneva a guardia delle
grate mentre un addetto scendeva settimanalmente dalla città a gettare un
occhio.
Quel mattino , vestito di tutto
punto, era sceso dalla 1100 col suo mazzo di rose bianche e si era diretto al
garage.
Trovatolo aperto, riconobbe la
vecchia Prina , pur arrugginita.
Una gonfiata alle gomme e di
nuovo, come tanti anni fa , lungo il canale.
Era scomparsa l’allegria, la
voglia di vivere e di affrontare il domani.
Il sole splendeva inutile e
fastidioso.
Piovesse, pensava.
I giorni, tutti uguali e pesanti
come macigni, si succedevano inesorabili come condanne.
Gettando le rose , avrebbe voluto
gettare anche altro, molto, tutto.
Ma un guizzo, antico come il
nascere dei giorni e della vita, glielo impediva.
Forse un domani qualcosa sarebbe
mutato, forse una luce nuova avrebbe spento quella fiamma che ancora ardeva e
tanto bruciava.
Forse un giorno, vicino o lontano,
la vita sarebbe diventata quel che dicono i poeti, o gli innamorati: bella.
Ma sotto quel sole, davanti a
quelle acque torbide, difficile sarebbe stato il crederci.
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venerdì 8 aprile 2016
La rama che frusta
Vorrei essere
lì con te
nella quiete che respiri.
Ma qui devo restare
a farmi frustare dalla rama
che inesorabile colpisce.
E tanto farà,
che presto sarò con te
nella pace
Che qui non c'è.
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sabato 30 luglio 2011
è storta, ma va dritta.
Storta stamattina.
Troppi pensieri che non dovrebbero essere in uno dei giorni più desiderati dell'anno.
Ma c'è un ferro grigio che aspetta nell'angolo, sotto il tiglio.
Ha nastrini azzurri nuovi la Baiardina e una gran voglia di correre e lasciare indietro.
Soma d'aj e barbera e una voglia di correre che non c'era da mesi.
La salita si fa contro ma siamo in due e lei va dritta e sicura , storta la giornata.
Troppo dura anche per due decisi come noi, stamattina.
Si scende e tra le esalazioni della cera e dell'aglio si cambia il rapporto, girando la ruota.
Emozione.
Chissà se un Bottecchia o un Gerbi (lui si, ne son sicuro, lo voglio essere) han pasteggiato con aglio e barbera e poi via di corsa, sino alla salita più dura.
Fermandosi a mezza costa a cambiare rapporto e pensare che la campagna è calda in estate e che l'ombra è proprio cosa Dio fece.
Che arriverà la discesa e la voglia di pedalare ancora.
I freni?
Se ci saranno bene , ma se oscillano come sempre, la curva si farà.
Perchè, come disse Omobono Tenni, l'importante nelle curve è entrarci forte.
A uscirci ce la si cava sempre.
Vento è nei capelli e pensieri che corrono , lesti insime ai Pirelli Stop che dopo almeno 60 anni rotolano sugli asfalti riscaldati dai primi tepori.
Torna la piana , torna la pedalata, tornano le case.
Indietro la salita, indietro le nuvole scure.
Una pioggia arriverà benefica nel pomeriggio, portando ristoro ai colli e alle campagne assetate, a menti stanche.
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sabato 8 agosto 2009
Stanca

Queste mani hanno stretto dita e ferri.
Hanno lavorato e girato pagine, lunghe.
Accarezzato unghie delicate e stretto bulloni tenaci.
Con la gioia dentro
hanno spogliato lei, tra le vigne.
Oggi queste mani sono stanche, affaticate,
vorrebbero riposarsi in un paio di guanti bianchi.
Vorrebbero non vedere, non sentire.
Sanno la vita e sanno che andare avanti, si deve.
Ma queste mani non sanno, e io non so,
perchè la vita sia,
perchè si creda al giorno che viene,
perchè tutto si perda.
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domenica 6 maggio 2007
Più che un numero...
Soltanto due individui.Solo due giovani senza alcuna importanza collettiva come io e te potevano essere su quella spiaggia proprio quella notte in cui tutti erano in debiti di compagnie.
Ne abbiamo parlato, mentre accendevamo il fuoco vicino allo sciabordare delle onde e guizzi di luce balenavano mandando lampi sulle pietre.
I nostri sguardi avidi di risposte e generosi di parole, ancora una volta.
Entrambi al posto giusto e al momento giusto.
Piena consapevolezza.
E, insieme al vino alla bottiglia e alle salsicce mezze abbrustolite e mezze crude, ci siamo inebriati della nostra presenza, le rade risate e i respiri forti che valgono oro, sapendoci noi ascoltare.
Le nostre angosce.
La Nausea che tu non hai mai capito.
Le folate di vento, le onde e i dannati petardini in lontananza sono un rumore troppo forte per chi ha sempre nelle orecchie il tumulto della battaglia .
Non siamo melensi.Una gratuità a noi ignota.
Non c'importa granchè che questo pezzo del cammino lo chiamino 2007 o Marcaurelio.
Della gente sta facendo festa, si sta divertendo, ride con compulsione, quasi tutti senza un motivo, se glielo si chiedesse.
Solo un cambio di nome.
Un numero diverso.
Ci guardiamo, ancora.
Per noi, qualcosa più di un numero.
Finalmente.
Ne abbiamo parlato, mentre accendevamo il fuoco vicino allo sciabordare delle onde e guizzi di luce balenavano mandando lampi sulle pietre.
I nostri sguardi avidi di risposte e generosi di parole, ancora una volta.
Entrambi al posto giusto e al momento giusto.
Piena consapevolezza.
E, insieme al vino alla bottiglia e alle salsicce mezze abbrustolite e mezze crude, ci siamo inebriati della nostra presenza, le rade risate e i respiri forti che valgono oro, sapendoci noi ascoltare.
Le nostre angosce.
La Nausea che tu non hai mai capito.
Le folate di vento, le onde e i dannati petardini in lontananza sono un rumore troppo forte per chi ha sempre nelle orecchie il tumulto della battaglia .
Non siamo melensi.Una gratuità a noi ignota.
Non c'importa granchè che questo pezzo del cammino lo chiamino 2007 o Marcaurelio.
Della gente sta facendo festa, si sta divertendo, ride con compulsione, quasi tutti senza un motivo, se glielo si chiedesse.
Solo un cambio di nome.
Un numero diverso.
Ci guardiamo, ancora.
Per noi, qualcosa più di un numero.
Finalmente.
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