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domenica 24 maggio 2026
Demm: disagio e malattia mentale?
Oggi ho portato a casa l'ennesimo carciofo: demm turismo 1958/59. preso per poco , preso per ricambi...vuoi mica metterti a rendere decente un mezzo cosi? Questo mi dice il proprietario , mentre lo smonto serafico sotto un ciliegio vecchissimo." Era di un signore molto buono, girava per campi...e' mancato dal barbiere, pensa te..". Intanto la mente gira gira gira ed a casa guardo la vernice che resta, il blu posticcio ormai fattosi simbiotico col tutto. Il motore sembra un blocco di cemento. Sembra,appunto.Smonto il carter, l'albero ha gioco.Via la testa ,ed ecco che la mia è partita, nel vedere il pistone sfilarsi con poco.Scintilla, debole. Il serbatoio è sanissimo internamente...ed è fatta: l'ennesimo recupero per...ricambi ,fattosi l'ennesimo mezzo in attesa di restauro... Ragiono. Dovrei fare come certi commercianti,prendere smontare canibalizzare,infischiarsene altamente di storie e sentimenti. Eppure fila cosi, e me lo vedo col suo fanale pendulo ed il parafango scodinzolando, a dirmi...grazie, non farmi finire male...Pensieri,solo pensieri .Ed emozioni,che credo siano alla base di ogni recupero, restauro e collezione. Che vanno benissimo fino ad un certo punto, oltre ...si scivola nel disagio e nella malattia mentale!
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lunedì 10 febbraio 2025
La cura
Il tenente D.H. Lawrence, il celebre Lawrence. d'Arabia, soleva trascorrere certi weekend in cui la depressione era troppo forte,a cavallo della sua Brough Superior. Amico personale di George Brough, passava in fabbrica il venerdi sera per un tagliando e mettere gomme nuove . Non di rado faceva ritorno il lunedi mattina con le gomme usurate da migliaia di miglia percorsi a veloce andatura sulle strade inglesi. Allo stesso modo mi piace pensare alle mie motociclette come una cura personalissima ai mali del vivere oppure come un simpatico condimento delle belle giornate, dove il loro rombo va a fondersi con le malinconie e le gioie, mentre le ruote rotolano ora piano ora leste per strade amiche . Così mi successe ieri ,la sorniona 883 complice,in una primavera invernale assolata. E accelerando per le strade strette di campagna che amo, solitario tra solitari , mi trovo ad accelerare il bicilindrico americano che sfoga il suo rombo, che va a perdersi oltre ed oltre. Mi piace pensare che, come me, molti vivano i chilometri come cura e mi piace ancor più pensare a Lawrence, il suo spirito intelligente e sorridente,mentre da chissà dove spia noi raminghi in questa valle di lacrime. E pazienza se il bicilindrico sa di yankee anziché di brughiera...
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domenica 21 maggio 2023
Voli pindarici, Bianchi Icaro 1941
E' una vita che non scrivo qui , lo ammetto.
Oggi torno a rispolverare il vecchio blog per condividere l'emozione di questo ritrovamento.
Inatteso e mai più sognato.
Nella vita, come tutti, faccio sogni, voli pindarici, fantasie.
Coi piedi per terra.
Eppure ogni tanto, qualcosa si avvera.
Metti qualche minuto prima del pasto.
Metti i soliti annunci, da spiluccare e vedere se c'è qualche bella bici nelle vicinanze.
E poi compare lei.
Incredulo.
Tutta lei.
In quel grigio che sa ancora di guerra .
Con quelle greche che sanno del vero lusso.
"L'avranno venduta. ormai..." penso.
Ma sono un ottimista.
E faccio bene.
La risposta giunge rapida, l'accordo è per poche ore dopo.
Se fossi un fumatore avrei consumato una ciminiera.
"Era di uno zio lontano, stiamo sbaraccando l'alloggio e facciamo fuori tutto..."
Piove. Maledetta e benedetta pioggia.
Qualche goccia la lambisce ma sa già che a casa, in casa,in camera, riceverà attenzione.
Bianchi Icaro.
Una rarità assoluta. Conservata divinamente.
Solo alcuni dettagli rivelano un uso moderato e attento.
I pedali sono i suoi, in alluminio, i gommini sono state cambiati.Assieme alle manopole. Ed alla sella.
Mozzi sportivi, a fascetta.
Sul manubrio , scavato e intarsiato come solo lei, ancora tracce di grigio.
I freni frenano perfettamente: pattini come nuovi.
Partafanghi in alluminio , sul posteriore ancora la striscia bianca filettata.
Impianto luce Bosch.Funzionante!
E quei copertoni: 26 1/2 3/4, mai visti, ancora i Pirelli Stella originali.
Gonfiata, ha tenuto perfettamente.
Il telaio derivato dalle corsa del periodo, è comunque pesantino: al confronto, una Ganna Impero coeva, è davvero ben più leggera e scattante.
Ma tanto è.
Gioisco per il ritrovamento. Gioisco per la rarità.
Ed eccola . Con la sua patina che non toglierò.
Pronta per volare .
E stavolta, non per voli Pindarici!
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mercoledì 23 giugno 2021
Grazie,Graziella e......
In molti mi chiedono perché non abbia più pubblicato nulla, rispetto alle bici. Mi chiedono se sia ancora appassionato, se non abbia cambiato interesse....robe così.Ebbene no, non è cambiato nulla, quasi nulla. Preso da fatiche letterarie inesauste che mi hanno portato a stendere due libri in contemporanea, non ho mai smesso davvero di cercare e restaurare bici. Sono cambiati i ritmi, sono cambiati i tempi. Le passioni sono a volte messe alla prova e quando queste vengono abbandonate, di fronte alla prova del fuoco di tempi duri per l' anima o il portafogli, nessuno può biasimare nulla a nessuno. Nel mio caso ho volutamente lasciato raffreddare la fiamma sotto braci innocue, mentite spoglie di un nulla che non c'è. Ben se ne sono accorti i soliti amici quando, ad un recente mercatino, ho adottato senza troppo contrattare questa bestiola arrugginita che ancora mancava alla collezione. Numero bassi, sotto i diecimila, completamente originale in tutta la sua solidità portata con rugginosa dignità.
Analizzandola nella pace della boita domestica, mi sono chiesto se non fosse meglio scambiarla, cederla.Edotto della notizia, mio figlio seienne mi ha redarguito con le peggio parole, adducendo che una Graziella, di quel modello, ancora mancava in collezione. Ecco, pur non pretendendo che i figli seguano per forza le passioni genitoriali, mi son sentito bene e a posto, amando ancora di più questa follia che mi ha portato ad accumulare le tonnellate di ruggine e gomma che sono i miei garage .La pausa letteraria estiva porterà nuovi lavori ciclistici e state ben certi che ne scriverò su, nel bene e nel male. In risposta a chi mi chiede se la passione sia finita, se voglia cedere le mie bici....sia per loro bonaria risposta questo titolo.
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mercoledì 1 luglio 2020
Gerbi, emozioni.
Dicono che le passioni più grandi siano state covate per anni sotto la brace della continenza.
Chissà.
Vero è che questa Gerbi ha covato paziente nella mia cantinetta per almeno dieci anni prima che mi decidessi di riportarla agli antichi fasti.
Ha atteso paziente, perché
"Aspetta chi è aspettato /che sia compiuta l'attesa di chi attende / un suono strutturato/ in modo di poter reggere per molto tempo ancora" (CSI)
E molto reggerà, adesso.
Quando la presi, secoli fa, a malapena si capiva che fosse una bici, altro che Gerbi.
Solo la targhetta, pur ricoperta da uno strato di pessimo grigio, diceva Asti e Diavolo.
Faceva male a vederla, povera stella.
Eppure potevi pedalarla.
Male, ma la pedalavi.
I cuscinetti avevano fatto pace con le chilate di vernice profusa a piene e stolte mani e i parafanghi, quel che ne rimaneva, cigolavano come porte al vento di un castello diroccato.
Eppure tutto era marcato, calotte incluse.
Bastava sverniciare, pulire, ricomporre, pulire, oliare, ingrassare, tirare i raggi. Robette.
Con lo stesso spirito e la stessa passione ci ho messo mano durante questa chiusura per pestilenza.
La pace che cercavo l'ho trovata nella clausura dei monaci , nel tempo che fluisce molto proprio e in nessuna nessunissima fretta.
Solo così ho recuperato molto di ciò che forse, in tempo di normalità, avrei rovinato con quella fretta di chi macina le ore sul lavoro e vede le lancette scorrere troppo in fretta.
Questa superballoncina con ruotone da 26 3/4 ne ha viste tante.
Come tutte le Gerbi da passeggio che mi son passate per le mani, ha viaggiato tanto, è stata rattoppata ( ah, la giunta sul parafango posteriore!), ma è ancora qui.
Una Gerbi è come il maiale, non si butta nulla!
I mozzi nichelati scorrono divinamente ora che le sfere hanno solo grasso e più nulla di polvere vernice .
Innamorato di lei, le ho fatto dono di una bella sella anni 30 in crine e di un gruppo luce coevo a cipolla .
Mi piace immaginare Gerbi in persona che , incazzato nero, passa tra le fila delle sue bici e fa un mazzo così ad un operaio che magari ha sbagliato qualcosa, oppure , sempre bestemmiando, ripensa ad una vittoria mancata, suo antico cruccio.
Un Gerbi innamorato della bicicletta, che non costruisce bici di lusso a freni interni ma che mette un tappino col suo nome sul terminale della vite dell'expander del manubrio .
Oppure che mette, vera finezza, lo sportellino tipo Dei al padellino del carter.
Bici che dovevano durare, essere usate e strusate, fino all'inferno, dal quale sarebbero scampate avendo con sé diavolo e colore rosso.
Quindi eccola, ancora viva nonostante guerra e alto così di pedalate e maltrattamenti, più viva e più rossa, coi segni del tempo, rossa di inferno , rossa di amore.
Durante questo restauro ho parlato a lungo con lei, immaginandomi Gerbi a fianco intento a bere la famosa aranciata e dimentico della strada, nella controluce cantata da Conte e in un' eternità dove " tutto se ne va".
Solo ferro vecchio dirà qualcuno, ma ferro denso di emozioni : le cose più importanti , per un uomo.
Chissà.
Vero è che questa Gerbi ha covato paziente nella mia cantinetta per almeno dieci anni prima che mi decidessi di riportarla agli antichi fasti.
Ha atteso paziente, perché
"Aspetta chi è aspettato /che sia compiuta l'attesa di chi attende / un suono strutturato/ in modo di poter reggere per molto tempo ancora" (CSI)
E molto reggerà, adesso.
Quando la presi, secoli fa, a malapena si capiva che fosse una bici, altro che Gerbi.
Solo la targhetta, pur ricoperta da uno strato di pessimo grigio, diceva Asti e Diavolo.
Faceva male a vederla, povera stella.
Eppure potevi pedalarla.
Male, ma la pedalavi.
I cuscinetti avevano fatto pace con le chilate di vernice profusa a piene e stolte mani e i parafanghi, quel che ne rimaneva, cigolavano come porte al vento di un castello diroccato.
Eppure tutto era marcato, calotte incluse.
Bastava sverniciare, pulire, ricomporre, pulire, oliare, ingrassare, tirare i raggi. Robette.
Con lo stesso spirito e la stessa passione ci ho messo mano durante questa chiusura per pestilenza.
La pace che cercavo l'ho trovata nella clausura dei monaci , nel tempo che fluisce molto proprio e in nessuna nessunissima fretta.
Solo così ho recuperato molto di ciò che forse, in tempo di normalità, avrei rovinato con quella fretta di chi macina le ore sul lavoro e vede le lancette scorrere troppo in fretta.
Questa superballoncina con ruotone da 26 3/4 ne ha viste tante.
Come tutte le Gerbi da passeggio che mi son passate per le mani, ha viaggiato tanto, è stata rattoppata ( ah, la giunta sul parafango posteriore!), ma è ancora qui.
Una Gerbi è come il maiale, non si butta nulla!
I mozzi nichelati scorrono divinamente ora che le sfere hanno solo grasso e più nulla di polvere vernice .
Innamorato di lei, le ho fatto dono di una bella sella anni 30 in crine e di un gruppo luce coevo a cipolla .
Mi piace immaginare Gerbi in persona che , incazzato nero, passa tra le fila delle sue bici e fa un mazzo così ad un operaio che magari ha sbagliato qualcosa, oppure , sempre bestemmiando, ripensa ad una vittoria mancata, suo antico cruccio.
Un Gerbi innamorato della bicicletta, che non costruisce bici di lusso a freni interni ma che mette un tappino col suo nome sul terminale della vite dell'expander del manubrio .
Oppure che mette, vera finezza, lo sportellino tipo Dei al padellino del carter.
Bici che dovevano durare, essere usate e strusate, fino all'inferno, dal quale sarebbero scampate avendo con sé diavolo e colore rosso.
Quindi eccola, ancora viva nonostante guerra e alto così di pedalate e maltrattamenti, più viva e più rossa, coi segni del tempo, rossa di inferno , rossa di amore.
Durante questo restauro ho parlato a lungo con lei, immaginandomi Gerbi a fianco intento a bere la famosa aranciata e dimentico della strada, nella controluce cantata da Conte e in un' eternità dove " tutto se ne va".
Solo ferro vecchio dirà qualcuno, ma ferro denso di emozioni : le cose più importanti , per un uomo.
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martedì 16 luglio 2019
Resti tra noi.
Di moto ne ho tante. Grandi, piccole, più vecchie, meno vecchie. Alcune da corsa e veloci, altre pacifiche trottapiano ma egualmente carismatiche. Ne ho raccolte tante, le amo tutte.
Eppure, eppure.
Ogni tanto, quando qualcuno non mi fa la fatidica domanda, capita di pensarci.
" Qual è la mia preferita?"
Dubbi, in questo caso, ne ho pochi.
Domenica scorsa me la sono portata ( anzi ri-portata) alla salita di Montemale .
Come ogni anno.
Da quando decisi, dopo anni di desiderio, di crearmi una replica abbastanza credibile del Benelli da corsa degli anni 50.
Moto che pochissimi conoscono.
Motore indistruttibile, 4 marce a mano, megafono libero come tutte le vere Benelli 48 da corsa.
Leggera, essenziale, col parafango alla Ambrosini che sembra fendere l'aria anche da ferma.
Tornando al discorso, assieme a lei ogni volta porto qualche avvenente moto della raccolta, magari blasonata come la monoalbero 250 dell'anno passato.
Moto godibili, emozionanti.
Eppure, eppure.
Sorrido come un bambino quando, nel baccano delle moto in coda, tutti si voltano per capire donde provenga quel frastuono tanto atipico.
Perché è un suono talmente dimenticato da far sorridere , prima di allontanarsene.
E se qualcuno si avvicina e, per un momento, capisce e ti capisce, allora anche tu capisci che è uno che se ne intende, e che quei pochi secondi accanto allo scarico apertissimo li state condividendo e centellinando.
E poi c'è la partenza.
Col gas aperto, la prima innestata e il contorno fumigante alla mago merlino, i giovanotti con gli occhi di fuori e le mani sulle orecchie.
E poi vedi la bandiera e la strada che si fa sempre più lesta e la seconda e la terza e se ci scappa anche la quarta.
Se non scappa, dal selettore.
Pubblico ce n'è pochino, quest'anno. Ma basta.
Perché, forse stanco delle solite quattro cilindri e delle moto da duecentocomeridere, vedersi arrivare il de cuius a ...quaranta all'ora tutto concentrato su cambio e frizione, è una scena d'altri tempi.
E intanto le curve si fanno più strette e giocando col cambio parlo sempre più spesso al motore, al cilindro arroventato, pregandolo di non grippare, che all'arrivo ci sarà altra miscela , più grassa se lo desidera.
Sull'ultimo rettifilo in piena salita, con la seconda che..basta e avanza, pare che tutta l'energia e tutta la gioia di vivere passino per la mente e sfoghino in quel megafono e i sorrisi del pubblico, genuini, ti fanno capire che quello che stai cavalcando non è neppure una moto, ma un avvenimento.
Saperlo così tuo, così intimo eppure così pubblico, fa si che ogni volta che il piccolo e generoso motore urla nel frastuono dei muri in pietra, scateni poche lacrime di pura gioia, di felicità estrema.
Queste e molte altre cose sono questo Benellino, ma nessuno le saprà mai.
Accarezzandolo, mentre il motore arroventato chiede riposo e frescura, gli sussurro sempre, lieve: resti tra noi.
Eppure, eppure.
Ogni tanto, quando qualcuno non mi fa la fatidica domanda, capita di pensarci.
" Qual è la mia preferita?"
Dubbi, in questo caso, ne ho pochi.
Domenica scorsa me la sono portata ( anzi ri-portata) alla salita di Montemale .
Come ogni anno.
Da quando decisi, dopo anni di desiderio, di crearmi una replica abbastanza credibile del Benelli da corsa degli anni 50.
Moto che pochissimi conoscono.
Motore indistruttibile, 4 marce a mano, megafono libero come tutte le vere Benelli 48 da corsa.
Leggera, essenziale, col parafango alla Ambrosini che sembra fendere l'aria anche da ferma.
Tornando al discorso, assieme a lei ogni volta porto qualche avvenente moto della raccolta, magari blasonata come la monoalbero 250 dell'anno passato.
Moto godibili, emozionanti.
Eppure, eppure.
Sorrido come un bambino quando, nel baccano delle moto in coda, tutti si voltano per capire donde provenga quel frastuono tanto atipico.
Perché è un suono talmente dimenticato da far sorridere , prima di allontanarsene.
E se qualcuno si avvicina e, per un momento, capisce e ti capisce, allora anche tu capisci che è uno che se ne intende, e che quei pochi secondi accanto allo scarico apertissimo li state condividendo e centellinando.
E poi c'è la partenza.
Col gas aperto, la prima innestata e il contorno fumigante alla mago merlino, i giovanotti con gli occhi di fuori e le mani sulle orecchie.
E poi vedi la bandiera e la strada che si fa sempre più lesta e la seconda e la terza e se ci scappa anche la quarta.
Se non scappa, dal selettore.
Pubblico ce n'è pochino, quest'anno. Ma basta.
Perché, forse stanco delle solite quattro cilindri e delle moto da duecentocomeridere, vedersi arrivare il de cuius a ...quaranta all'ora tutto concentrato su cambio e frizione, è una scena d'altri tempi.
E intanto le curve si fanno più strette e giocando col cambio parlo sempre più spesso al motore, al cilindro arroventato, pregandolo di non grippare, che all'arrivo ci sarà altra miscela , più grassa se lo desidera.
Sull'ultimo rettifilo in piena salita, con la seconda che..basta e avanza, pare che tutta l'energia e tutta la gioia di vivere passino per la mente e sfoghino in quel megafono e i sorrisi del pubblico, genuini, ti fanno capire che quello che stai cavalcando non è neppure una moto, ma un avvenimento.
Saperlo così tuo, così intimo eppure così pubblico, fa si che ogni volta che il piccolo e generoso motore urla nel frastuono dei muri in pietra, scateni poche lacrime di pura gioia, di felicità estrema.
Queste e molte altre cose sono questo Benellino, ma nessuno le saprà mai.
Accarezzandolo, mentre il motore arroventato chiede riposo e frescura, gli sussurro sempre, lieve: resti tra noi.
lunedì 26 ottobre 2015
Ritorno al futuro
"Grande Giove!"
Tutti noi appassionati del passato abbiamo sicuramente presente la saga di " Ritorno al futuro", in questi giorni attuale più che mai.
Una delle scene che sempre mi emozionano è quella riferita al ritrovamento nella miniera abbandonata della vecchia DeLorean ( la macchina del tempo), occultata da Doc nel 1885 perché il giovane Martin la ritrovasse nel 1955.
70 anni dopo.
Il momento nel quale Martin sfonda il muro e la torcia illumina l'auto mi ha sempre messo un brivido.
Tutto questo preambolo per rendervi edotti delle emozioni che ho provato nel reperire questa bicicletta, ex corsaiola anni 20, ed ascoltare la sua storia.
A tutta prima, anche per via dell'esosa richiesta economica, non avevo preso troppo in considerazione l'idea di adottarla.
Un parafango e una pedivella spaiati.
Nessuna marca rilevante.
"Era su di una soffitta praticamente blindata dal 1950.E questa era dietro a tutto."
La casa era un palazzo padronale della vecchia Cuneo, sgomberata dopo che l'ultimo proprietario era deceduto ed i figli avevano deciso di ripulire dopo decenni di oblio.
Famiglia benestante, di certo.
L'origine corsaiola di questa simpatica reliquia è tradita inequivocabilmente dai cerchi in legno per tubolare montati su mozzi enormi, posteriore giroruota.
Come la moda del tempo imponeva, il manubrio da corsa ha lasciato il posto ad un più civile corna di bue con le leve che sparano all'insù.
Di certo doveva essere un lusso non da poco poter circolare su una bici da passeggio con cerchi legno e tubolari da corsa!
Antesignana delle modernissime city bike!
In moltissime foto di quegli anni ho visto questa modifica e francamente poco la condivido, a livello pratico.
I cerchi sono frenati da ganasce fascettate : all'anteriore troviamo un modello francese degli anni 10 -20 mentre le terga sono frenate da un italianissimo Universal anni 30 pieni.
Anche questo fatto è curioso, siccome ho più di una bici con i medesimi freni spaiati!
Le manopole sono in cartone pressato Silca, mentre la sella da corsa ha lasciato il posto ad una più pacifica e molleggiata Turismo marca Leon: fa tenerezza lo spago arrotolato anti ribaltamento che ancora oggi, dopo oltre 70 anni, ferma sicuro la mollona anteriore!
Sul canotto troviamo l'immancabile bollo: questo porta la data del 1938 e non mi stupirei se fosse davvero l'ultimo anno nel quale venne usata la bici!
I parafanghi sono anche essi spaiati: posteriormente troviamo un bello schiena d'asino sicuramente coerente con la bici, corredato di bella gemma in vetro a melograno.
Quello anteriore proviene da qualche balloncina anni 30 e ignoro il motivo per il quale venne sostituito in quanto il telaio è sano come un bambino appena nato!
Che dire?
Mai come in questa acquisizione è prevalso il cuore ed il sogno sulla fredda ragione , che di certo avrebbe glissato vista la non certa paternità e i pezzi sostituiti.
Ma la mia idea di conservazione del patrimonio ciclistico, la mia fissazione di tramandare qualcosa alle generazioni future di intonso ed inviolato, hanno avuto la meglio.
E ogni volta che mi verrà un dubbio, ne son certo, andrò ad ammirarla dove l'ho riposta gelosamente in collezione, e di certo nella mia mente balenerà l'espressione tanto cara a Doc:
"Grande Giove!"
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lunedì 15 ottobre 2012
Mosche comprese.
L’autunno avanzava veloce e l’inverno 1949 si preannunciava nevoso e freddo.
Si sentiva già dal rumore delle foglie che cadevano, secche e decrepite, dall’odore di umido che saliva dalle cantine di Via Cavour , dai colpi di tosse degli operai che correvano in bicicletta o col Motom dopo la prima sirena delle 7.45.
Tale e Ciccotto erano appena tornati dal giro “del ferro” , che però era stato magro.
“Manco due pali e una bici rotta.Miseria.”
“Cosa vuoi, c’è la malora.Quel Giusto: se non era per me nemmeno150 ci dava.
Miserabile.”
“Ho una fame che mangerei un tavolo.A casa non ho voglia di tornare, sempre la solita zuppa.Ci andrebbe bollito, e bagnetto verde e vino, e canti.Quello sarebbe vivere.”
“Quanto hai?”
“Con i 75 di oggi e i 30 per le sigarette faccio 105.Tu?”
“Pelato come la coda di un maiale.75 secchi.”
“Mangiamo pane e acciughe e se va bene un mezzo litro a testa.”
“Dall’Angelo farebbero credito, ma sono storie che non mi va di fare.”
“Sempre così.Chi ha pane non ha denti e chi ha denti…”
“Ma stai bravo che l’ultimo lo hai perso 10 anni fa e hai sempre mangiato.Lascia fare la predica ai preti, va.”
Intanto i due erano arrivati al vespasiano sulla piazza, sporco e maleodorante e Tale volle almeno prendersi la soddisfazione di fare due gocce, almeno quelle gratis, che diamine.
Dallo spiraglio aperto Tale vedeva l'insegna bella e splendente del "Gambero rosso", e scacciando le mosche disse forte:
“Al Gambero rosso, bisognerebbe andare.Solo che c'è la Signora Rosa e credito non ne farebbero ad ogni modo.Roba fina, di gran lusso.Dicono che servano sempre una qualità diversa di pesce al giorno.”
“Mangerei giusto del pesce.Con vino bianco.”
“Si , ma per togliere le lische a quel pesce devi caricare altro che il quintale sulla groppa.Non fa per noi.”
Fu nel rimettersi a posto i calzoni e sentendo sporco intorno ma anche fame e voglia proprio di mangiare che a Tale venne in mente che lui e Ciccotto erano brave persone.Che avevano diritto eccome a mangiare anche loro pesce , non avendo ammazzato nessuno e sgobbando come e più dei signori.Che non sapevano la neve, il freddo e la fame.Sicuro, avrebbero mangiato pesce.
Pensando a questo continuava a scacciare le mosche che regnavano nel puzzo fetido e nel farlo si chiedeva per quale ragione al mondo ci fossero.
Maledette pure loro.
“Vai a casa a cambiarti, oggi il pesce lo mangi anche tu e stiamo come Papi.Solo, datti una bella lavata , fatti la barba e camicia bianca.E niente segala, intesi?”
“Il pesce?Lavarmi?ma tu sei folle nel cervello.La barba me la son fatta che non son venti giorni e chi ha voglia di tirare giù il semicupio dalla trebbiata?La fatica che ho fatto a Pasqua , la so io.No, tu sei folle.”
“Vuoi mangiare?Ascoltami per bene e stasera avrai i dolori dalla roba che avrai ingollato.Và a casa, penso io a tutto.”
Ciccotto, fiducioso, corse a casa e tirò fuori dalla guardaroba che sapeva di naftalina la vecchia vestimenta di nozze.Era ingrassato da allora e dovette tribolare non poco per entrarci .
Due bottoni dorati saltarono via e non ci sarebbe stato comunque verso di riattaccarli, a causa della pancia che aveva.
Fattosi la barba e ripulito il viso dallo sporco che sapeva di terra e ferro si versò addosso mezzo flacone di colonia della moglie, che in quel momento era al mercato.
“Il bagno no, che diavolo..manco tre mesi che mi son lavato.Pà mi diceva sempre: attento all’acqua, e aveva ragione.Morto a 85 anni, mai visto lavarsi una volta.Alla malora, son profumato, basta già.Tale e le sue fissazioni.”
Scoccava in quel momento il mezzogiorno e operai a frotte si riversavano davanti allo slargo della stazione per andare a casa a mangiar il pranzo o recarsi all’osteria a bere il mezzo litro per accompagnare il pane salame che la moglie o la madre gli avevano preparato.
Nell’aria un vociare allegro, festoso, unito al fumo dei micromotori petulanti e il brontolio dei motori a quattro tempi Motom.
In quel trambusto Tale si vide arrivare Ciccotto e la figura che faceva valeva già il pranzo.
“Ma sei folle? Andiamo mica a nozze.Dio santo, avere a che fare con i campagnini.Che figure, che figure.Andiamo solo che ho una fame del diavolo.”
“Ma i soldi?”
“Tutti qui” e dicendolo Tale indicava un vecchio cartoccio da pane ben arrotolato nella tasca della giacca buona.
“Sembra piccolo.Non c’è tanti soldi lì dentro.Ma sei poi sicuro?”
“Hai fame?Vuoi mangiare bene? Seguimi.”
La piazza era meno affollata e mucchi di biciclette erano ammassate davanti alle trattorie e le panche dei giardini della stazione.
Il meccanico Burdeis arrancava cupo la sua bici a scatto fisso di prima della guerra e il suono lacerante del Motom a tubo libero del garzone Bernardo annunciava proprio che era tempo per tutti di mettere i piedi sotto il tavolo e darci dentro perché:
“A tavola e a letto nessun rispetto” .
Il “Gambero rosso” era a un angolo della piazza e già da fuori capivate che non era roba da tutti, essendoci menù in elegante bacheca dorata e un’insegna dipinta raffigurante un Gambero sopra un mucchio di monete.
Tale avanzava sicuro come chi porta con sé soldi e tempo per spaccarli, mentre Ciccotto , titubante, rimaneva tre passi indietro.
Davanti alla porta in vetro colorato Tale si voltò ancora una volta:
“Scolta, se non hai fame e non ti fidi, stai fuori.Vado anche solo.Nessun problema.”
“Ma sei poi sicuro?io qui non ho soldi neanche per una gazeuse.”
Ma Tale era uomo di poche parole e Ciccotto sapeva che se voleva una cosa sempre la otteneva e così, finalmente, decise di entrare.
Prima che arrivasse un cameriere Tale si voltò a dare una spolverata alla giacca dell’amico e a sistemargli per bene la camicia che usciva dai pantaloni.
“Sembri una stalla, ti si sente da qui alla stazione.Figure da cioccolataio che faccio: non potevi lavarti?”
“Ma ho messo il profumo.”
“Mai provato a versare profumo in un letamaio?”
“No.”
“Ecco, lascia andare.Solo buoni da campagna voi della Riva.”
Intanto la padrona del locale, con la sua mole e la sua autorità, era sbucata da una porta laterale e osservava i due con curiosità.
Conosceva per fama chi erano e cosa facevano ma sapendoli buoni non disse nulla, perché era vecchia del mestiere e sapeva che prima o poi tutti hanno voglia di un buon pranzo, costi cosa costi.
Il locale non era molto pieno, visti i prezzi, e Ciccotto si sentì osservato dai due seduti nell’angolo, che pur essendo settimana erano in vestimenta e cravatta.
“E non guardare.Bambaccione.Quello è il commendatore Bunamì.”
“Mangio col Cumendatur.Da raccontare.”
Si sedettero al tavolo all’angolo opposto, vicino alle cucine.
Ciccotto pensò che Tale avesse in mente qualcosa, lo si vedeva da come guardava in giro con aria apparentemente casuale.
Più di una volta Ciccotto vide Tale all’opera e volle fidarsi.
“I signori gradiscono l’antipasto?”
“Portaci funghi, acciughe e vino.Tanto vino.E pesce.Siam qui apposta, sai?”
“Per antipasto oggi abbiamo gamberi di fiume in salsa.I Signori gradiscono?”
“Porta , porta.E il vino.Tanto vino”
Ciccotto, che non conosceva galatei ma solo aie e fienili, usava toni da cascina e si guadagnò subito
le occhiate degli altri commensali.
“Fai parlare me, zucca vuota.Sembra che chiami un bue, qui non si urla, si parla.”
“Basta mangiare.Ho una fame.”
Arrivarono i gamberi, che erano cosa Dio fece, arrivarono tinche carpionate, lucci e pesce gatto .
I due, tra un pasto el'altro si erano scolati due bottiglie di Arneis bianco a testa ed erano un poco sbronzi.
La padrona, che li teneva d’occhio, sorrideva ai lati e davvero voleva vedere come sarebbe finita.
“Devo fare due gocce d’acqua.Aspettami qui.”
“Tale, io non mi muovo manco con le cannonate.Finisca come finisca, una mangiata così, me la ricordo per sempre.”
Tale si alzò, e tornò dopo qualche minuto.
“Già fatto? “
“Quel vino.Esce come entra.Prendi dolce?”
“No, son pieno.”
“E prendilo.Ascoltami.”
“Ti dico di no.Sono pieno.Vuoi vedermi morire.”
“Fossi in te lo prenderei.Al massimo avanzi.O lo porti a casa alla tigre.”
“Che idee fissate hai sempre.Cameriere!Due dolci.”
“Per dolce consiglio torta di mele oppure panna cotta e crema caramello.”
“Io voglio la torta!”
“Ma se mi dicevi che volevi la panna.Cambiato idea?Sempre così.Su, porta due panne.”
“ Ma io..”
“Vada vada..ha bevuto troppo.”
“Ma cosa…?”
“Ora stai zitto ed esci a testa alta.Padrona!Venga , padrona!”
“Comandi?”
“Beva con noi una volta, alla salute.”
“Se insistete.”
Intanto era arrivata la panna, così anche i commensali in fondo la gustavano con i cucchiaini d'argento.
Mentre Tale parlava con la padrona e raccontava della malora di quei tempi, dal tavolo opposto si sentì un urlo.
Era la Signora Bunamì, che protestava concitata col cameriere.
Anche Ciccotto si ritrovò a sputare nel piatto qualcosa, sotto gli occhi sgranati della padrona.
“Ma che modi sono? Insomma?”
“Che modi? Qui ci fate mangiare le mosche.Ma che posto è?Più pulita la stalla.”
Ciccotto era realmente arrabbiato e si puliva col tovagliolo ornato d’oro la bocca sporca .
I Bunamì si erano alzati sdegnati e la padrona si scusava inchinandosi con mille moine.
Tale si alzò, facendo cenno a Ciccotto di seguirlo.
Avvicinatosi al Commendatore, prese a dire:
“Son cose che capitano.Sarà una partita avariata.Cose che capitano.La Signora qui è mia amica, garantisco per lei.Non se la prenda.La Signora le offrirà un bel pranzo domenica, vero?Sicuro, un pranzo con vini e tutto.Su, dimentichi, anche lei Signora Bunamì.”
I due borbottavano, mentre si abbottonavano i cappotti di pelle.
“Quanto dobbiamo?”
“Ma nulla, cari , nulla.Ci mancherebbe.”
Intanto, Tale si era infilato il cappotto e Ciccotto, che sveglio non era ma nemmeno fesso, si accodò.
La signora Rosa li guardò malissimo, intuendo forse qualcosa, ma Tale , sempre conversando con il Commendatore, la salutò di sfuggita con aria compassionevole.
Ciccotto, che doveva reggersi alla mantenna di ottone tanto era sbronzo, nemmeno ci fece caso.
Per strada i due erano davvero uno spettacolo, con la pancia gonfia e la cintura mezza slacciata per il gran mangiare.
“Buon pranzo.Peccato quelle mosche.Chissà come sono finite dentro.Una bella scarogna, vero?Fortuna per noi.Dì un po': ti è andate bene eh?Chissà come avresti fatto.Soldi, non ne avevi.Contala giusta.”
Passando davanti al Vespasiano della stazione Tale chiese permesso per fare acqua.
“Di nuovo? Ma come, non sei andato venti minuti fa?Con quelle mosche poi…Aspetta di andare al Bar almeno.”
Ma Tale di nuovo sorrise, ed entrando nel luogo fetido e finalmente liberandosi, pensò che non tutti sanno apprezzare i doni che il buon Dio ha mandato sulla strada degli uomini.
Mosche comprese.
Si sentiva già dal rumore delle foglie che cadevano, secche e decrepite, dall’odore di umido che saliva dalle cantine di Via Cavour , dai colpi di tosse degli operai che correvano in bicicletta o col Motom dopo la prima sirena delle 7.45.
Tale e Ciccotto erano appena tornati dal giro “del ferro” , che però era stato magro.
“Manco due pali e una bici rotta.Miseria.”
“Cosa vuoi, c’è la malora.Quel Giusto: se non era per me nemmeno150 ci dava.
Miserabile.”
“Ho una fame che mangerei un tavolo.A casa non ho voglia di tornare, sempre la solita zuppa.Ci andrebbe bollito, e bagnetto verde e vino, e canti.Quello sarebbe vivere.”
“Quanto hai?”
“Con i 75 di oggi e i 30 per le sigarette faccio 105.Tu?”
“Pelato come la coda di un maiale.75 secchi.”
“Mangiamo pane e acciughe e se va bene un mezzo litro a testa.”
“Dall’Angelo farebbero credito, ma sono storie che non mi va di fare.”
“Sempre così.Chi ha pane non ha denti e chi ha denti…”
“Ma stai bravo che l’ultimo lo hai perso 10 anni fa e hai sempre mangiato.Lascia fare la predica ai preti, va.”
Intanto i due erano arrivati al vespasiano sulla piazza, sporco e maleodorante e Tale volle almeno prendersi la soddisfazione di fare due gocce, almeno quelle gratis, che diamine.
Dallo spiraglio aperto Tale vedeva l'insegna bella e splendente del "Gambero rosso", e scacciando le mosche disse forte:
“Al Gambero rosso, bisognerebbe andare.Solo che c'è la Signora Rosa e credito non ne farebbero ad ogni modo.Roba fina, di gran lusso.Dicono che servano sempre una qualità diversa di pesce al giorno.”
“Mangerei giusto del pesce.Con vino bianco.”
“Si , ma per togliere le lische a quel pesce devi caricare altro che il quintale sulla groppa.Non fa per noi.”
Fu nel rimettersi a posto i calzoni e sentendo sporco intorno ma anche fame e voglia proprio di mangiare che a Tale venne in mente che lui e Ciccotto erano brave persone.Che avevano diritto eccome a mangiare anche loro pesce , non avendo ammazzato nessuno e sgobbando come e più dei signori.Che non sapevano la neve, il freddo e la fame.Sicuro, avrebbero mangiato pesce.
Pensando a questo continuava a scacciare le mosche che regnavano nel puzzo fetido e nel farlo si chiedeva per quale ragione al mondo ci fossero.
Maledette pure loro.
“Vai a casa a cambiarti, oggi il pesce lo mangi anche tu e stiamo come Papi.Solo, datti una bella lavata , fatti la barba e camicia bianca.E niente segala, intesi?”
“Il pesce?Lavarmi?ma tu sei folle nel cervello.La barba me la son fatta che non son venti giorni e chi ha voglia di tirare giù il semicupio dalla trebbiata?La fatica che ho fatto a Pasqua , la so io.No, tu sei folle.”
“Vuoi mangiare?Ascoltami per bene e stasera avrai i dolori dalla roba che avrai ingollato.Và a casa, penso io a tutto.”
Ciccotto, fiducioso, corse a casa e tirò fuori dalla guardaroba che sapeva di naftalina la vecchia vestimenta di nozze.Era ingrassato da allora e dovette tribolare non poco per entrarci .
Due bottoni dorati saltarono via e non ci sarebbe stato comunque verso di riattaccarli, a causa della pancia che aveva.
Fattosi la barba e ripulito il viso dallo sporco che sapeva di terra e ferro si versò addosso mezzo flacone di colonia della moglie, che in quel momento era al mercato.
“Il bagno no, che diavolo..manco tre mesi che mi son lavato.Pà mi diceva sempre: attento all’acqua, e aveva ragione.Morto a 85 anni, mai visto lavarsi una volta.Alla malora, son profumato, basta già.Tale e le sue fissazioni.”
Scoccava in quel momento il mezzogiorno e operai a frotte si riversavano davanti allo slargo della stazione per andare a casa a mangiar il pranzo o recarsi all’osteria a bere il mezzo litro per accompagnare il pane salame che la moglie o la madre gli avevano preparato.
Nell’aria un vociare allegro, festoso, unito al fumo dei micromotori petulanti e il brontolio dei motori a quattro tempi Motom.
In quel trambusto Tale si vide arrivare Ciccotto e la figura che faceva valeva già il pranzo.
“Ma sei folle? Andiamo mica a nozze.Dio santo, avere a che fare con i campagnini.Che figure, che figure.Andiamo solo che ho una fame del diavolo.”
“Ma i soldi?”
“Tutti qui” e dicendolo Tale indicava un vecchio cartoccio da pane ben arrotolato nella tasca della giacca buona.
“Sembra piccolo.Non c’è tanti soldi lì dentro.Ma sei poi sicuro?”
“Hai fame?Vuoi mangiare bene? Seguimi.”
La piazza era meno affollata e mucchi di biciclette erano ammassate davanti alle trattorie e le panche dei giardini della stazione.
Il meccanico Burdeis arrancava cupo la sua bici a scatto fisso di prima della guerra e il suono lacerante del Motom a tubo libero del garzone Bernardo annunciava proprio che era tempo per tutti di mettere i piedi sotto il tavolo e darci dentro perché:
“A tavola e a letto nessun rispetto” .
Il “Gambero rosso” era a un angolo della piazza e già da fuori capivate che non era roba da tutti, essendoci menù in elegante bacheca dorata e un’insegna dipinta raffigurante un Gambero sopra un mucchio di monete.
Tale avanzava sicuro come chi porta con sé soldi e tempo per spaccarli, mentre Ciccotto , titubante, rimaneva tre passi indietro.
Davanti alla porta in vetro colorato Tale si voltò ancora una volta:
“Scolta, se non hai fame e non ti fidi, stai fuori.Vado anche solo.Nessun problema.”
“Ma sei poi sicuro?io qui non ho soldi neanche per una gazeuse.”
Ma Tale era uomo di poche parole e Ciccotto sapeva che se voleva una cosa sempre la otteneva e così, finalmente, decise di entrare.
Prima che arrivasse un cameriere Tale si voltò a dare una spolverata alla giacca dell’amico e a sistemargli per bene la camicia che usciva dai pantaloni.
“Sembri una stalla, ti si sente da qui alla stazione.Figure da cioccolataio che faccio: non potevi lavarti?”
“Ma ho messo il profumo.”
“Mai provato a versare profumo in un letamaio?”
“No.”
“Ecco, lascia andare.Solo buoni da campagna voi della Riva.”
Intanto la padrona del locale, con la sua mole e la sua autorità, era sbucata da una porta laterale e osservava i due con curiosità.
Conosceva per fama chi erano e cosa facevano ma sapendoli buoni non disse nulla, perché era vecchia del mestiere e sapeva che prima o poi tutti hanno voglia di un buon pranzo, costi cosa costi.
Il locale non era molto pieno, visti i prezzi, e Ciccotto si sentì osservato dai due seduti nell’angolo, che pur essendo settimana erano in vestimenta e cravatta.
“E non guardare.Bambaccione.Quello è il commendatore Bunamì.”
“Mangio col Cumendatur.Da raccontare.”
Si sedettero al tavolo all’angolo opposto, vicino alle cucine.
Ciccotto pensò che Tale avesse in mente qualcosa, lo si vedeva da come guardava in giro con aria apparentemente casuale.
Più di una volta Ciccotto vide Tale all’opera e volle fidarsi.
“I signori gradiscono l’antipasto?”
“Portaci funghi, acciughe e vino.Tanto vino.E pesce.Siam qui apposta, sai?”
“Per antipasto oggi abbiamo gamberi di fiume in salsa.I Signori gradiscono?”
“Porta , porta.E il vino.Tanto vino”
Ciccotto, che non conosceva galatei ma solo aie e fienili, usava toni da cascina e si guadagnò subito
le occhiate degli altri commensali.
“Fai parlare me, zucca vuota.Sembra che chiami un bue, qui non si urla, si parla.”
“Basta mangiare.Ho una fame.”
Arrivarono i gamberi, che erano cosa Dio fece, arrivarono tinche carpionate, lucci e pesce gatto .
I due, tra un pasto el'altro si erano scolati due bottiglie di Arneis bianco a testa ed erano un poco sbronzi.
La padrona, che li teneva d’occhio, sorrideva ai lati e davvero voleva vedere come sarebbe finita.
“Devo fare due gocce d’acqua.Aspettami qui.”
“Tale, io non mi muovo manco con le cannonate.Finisca come finisca, una mangiata così, me la ricordo per sempre.”
Tale si alzò, e tornò dopo qualche minuto.
“Già fatto? “
“Quel vino.Esce come entra.Prendi dolce?”
“No, son pieno.”
“E prendilo.Ascoltami.”
“Ti dico di no.Sono pieno.Vuoi vedermi morire.”
“Fossi in te lo prenderei.Al massimo avanzi.O lo porti a casa alla tigre.”
“Che idee fissate hai sempre.Cameriere!Due dolci.”
“Per dolce consiglio torta di mele oppure panna cotta e crema caramello.”
“Io voglio la torta!”
“Ma se mi dicevi che volevi la panna.Cambiato idea?Sempre così.Su, porta due panne.”
“ Ma io..”
“Vada vada..ha bevuto troppo.”
“Ma cosa…?”
“Ora stai zitto ed esci a testa alta.Padrona!Venga , padrona!”
“Comandi?”
“Beva con noi una volta, alla salute.”
“Se insistete.”
Intanto era arrivata la panna, così anche i commensali in fondo la gustavano con i cucchiaini d'argento.
Mentre Tale parlava con la padrona e raccontava della malora di quei tempi, dal tavolo opposto si sentì un urlo.
Era la Signora Bunamì, che protestava concitata col cameriere.
Anche Ciccotto si ritrovò a sputare nel piatto qualcosa, sotto gli occhi sgranati della padrona.
“Ma che modi sono? Insomma?”
“Che modi? Qui ci fate mangiare le mosche.Ma che posto è?Più pulita la stalla.”
Ciccotto era realmente arrabbiato e si puliva col tovagliolo ornato d’oro la bocca sporca .
I Bunamì si erano alzati sdegnati e la padrona si scusava inchinandosi con mille moine.
Tale si alzò, facendo cenno a Ciccotto di seguirlo.
Avvicinatosi al Commendatore, prese a dire:
“Son cose che capitano.Sarà una partita avariata.Cose che capitano.La Signora qui è mia amica, garantisco per lei.Non se la prenda.La Signora le offrirà un bel pranzo domenica, vero?Sicuro, un pranzo con vini e tutto.Su, dimentichi, anche lei Signora Bunamì.”
I due borbottavano, mentre si abbottonavano i cappotti di pelle.
“Quanto dobbiamo?”
“Ma nulla, cari , nulla.Ci mancherebbe.”
Intanto, Tale si era infilato il cappotto e Ciccotto, che sveglio non era ma nemmeno fesso, si accodò.
La signora Rosa li guardò malissimo, intuendo forse qualcosa, ma Tale , sempre conversando con il Commendatore, la salutò di sfuggita con aria compassionevole.
Ciccotto, che doveva reggersi alla mantenna di ottone tanto era sbronzo, nemmeno ci fece caso.
Per strada i due erano davvero uno spettacolo, con la pancia gonfia e la cintura mezza slacciata per il gran mangiare.
“Buon pranzo.Peccato quelle mosche.Chissà come sono finite dentro.Una bella scarogna, vero?Fortuna per noi.Dì un po': ti è andate bene eh?Chissà come avresti fatto.Soldi, non ne avevi.Contala giusta.”
Passando davanti al Vespasiano della stazione Tale chiese permesso per fare acqua.
“Di nuovo? Ma come, non sei andato venti minuti fa?Con quelle mosche poi…Aspetta di andare al Bar almeno.”
Ma Tale di nuovo sorrise, ed entrando nel luogo fetido e finalmente liberandosi, pensò che non tutti sanno apprezzare i doni che il buon Dio ha mandato sulla strada degli uomini.
Mosche comprese.
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sabato 13 ottobre 2012
Tandem di Guerra
Grigio nubi, nubi di guerra.
Eri sporco di un rosso che non ti apparteneva, chissà se hai dormito mesto in
qualche stalla.
Quel grigio che ricordava tempi non felici, spuntava da sotto quasi
scherzoso.
Ruggine, ruggine, ruggine.
Ancora, sempre.
Così dopo l’estenuante trattativa sei entrato nel mio garagino, e ti ho subito
smontato e appeso tanto ingombravi.
Per un anno e mezzo hai visto sul tavolo operatorio le tue sorelline più corte
tornare alla luce ridenti.
Sapevi che sarebbe toccata anche a te.
Infatti ho sentito gioia quando le mie occhiate alla tua vernice diventavano
via via più lunghe e cominciavo a “vederti” finita e a posto.
Cominciai dai parafanghi, ricordi?
Quel bianco che spuntava da quello posteriore era un richiamo troppo ghiotto
alla passione per le cose del tempo di guerra.
Poco a poco è rispuntato, ma il resto era ruggine, brutto, sporco.
Le saldature sul telaio mi dicono che hai viaggiato e forse su e giù per la
collina e chissà con chi e per quali ragioni.
Chi ti ebbe seppe però conservare i tuoi pedali, pur usandoti molto, e il tuo
manubrio cadmiato sportivo anteriore.
Cadmio: tempo di guerra, mancanza di cromo e materie prime.
Tutto torna.
Anche il fanalone anteriore chiedeva la sua lucidata prima di poter ricevere
energia dalla dinamo Eliodyn che mancava.
Le ruote erano davvero malridotte e i mozzi dicevano chi una cosa chi un’
altra.
Due cerchi ballon 26 X3/4 con mozzi Erma ad ingrassatore hanno preso il loro
posto, con tanto di filettatura grigia centrale.
Freni Universal per frenare presto…e come si può ( la tua mole non è certo
piccina) con leve fascettate al manubrione.
Saldature?
Parecchie.
Troppe.
Vedremo se l’ottone reggerà le bacchettate alle quali ti porterò..
Le lunghe catene scorrono sul rosolio dopo quasi un anno di bagno termale in
olio e nafta, e il tendicatena mi ha parlato torinese: Nieddu, cambio
Vittoria!
Pedali a 4 gommini, smontati e ingrassati: tutti e 4, montati su pedivelle e
guarniture Magistroni fanno ancora il loro dovere!
Due accessori per farti bella: para-paletot in lamiera (fondo di magazzino
anni 40) e una bella gemma Autarchia posteriore ( cadmiata).
Le selle sono ancora quelle che ti trovai addosso: il cuoio è stato ben curato
dalla glicerina della mamma, per poi essere protette dalle terga mie e…altrui
da una bella copertura Nos anni ‘40 in vellutino.
E se la polvere verrà su dura a sporcar le catene…l’oliatore ci verrà in
soccorso (cadmiato pure lui!).
Qualche stinta decals è apparsa, ma non m’ha detto nulla: pace.
Conta poco il nome, piuttosto l’emozione di pedalarti ( sei silenziosa, non me
l’aspettavo) , assieme all’anima gemella o un buon amico, magari con plaid e
vino rosso.
Che son tra le cose che amo di più, le cose più vere e genuine.
Non più bombe e fughe e fame e disperazione , dunque, ma gioia e voglia di
condividere il pedale e una bella giornata, magari con pratino e sole.
Ogni tanto son davvero soddisfatto e questa è una di quelle volte.
Eri sporco di un rosso che non ti apparteneva, chissà se hai dormito mesto in
qualche stalla.
Quel grigio che ricordava tempi non felici, spuntava da sotto quasi
scherzoso.
Ruggine, ruggine, ruggine.
Ancora, sempre.
Così dopo l’estenuante trattativa sei entrato nel mio garagino, e ti ho subito
smontato e appeso tanto ingombravi.
Per un anno e mezzo hai visto sul tavolo operatorio le tue sorelline più corte
tornare alla luce ridenti.
Sapevi che sarebbe toccata anche a te.
Infatti ho sentito gioia quando le mie occhiate alla tua vernice diventavano
via via più lunghe e cominciavo a “vederti” finita e a posto.
Cominciai dai parafanghi, ricordi?
Quel bianco che spuntava da quello posteriore era un richiamo troppo ghiotto
alla passione per le cose del tempo di guerra.
Poco a poco è rispuntato, ma il resto era ruggine, brutto, sporco.
Le saldature sul telaio mi dicono che hai viaggiato e forse su e giù per la
collina e chissà con chi e per quali ragioni.
Chi ti ebbe seppe però conservare i tuoi pedali, pur usandoti molto, e il tuo
manubrio cadmiato sportivo anteriore.
Cadmio: tempo di guerra, mancanza di cromo e materie prime.
Tutto torna.
Anche il fanalone anteriore chiedeva la sua lucidata prima di poter ricevere
energia dalla dinamo Eliodyn che mancava.
Le ruote erano davvero malridotte e i mozzi dicevano chi una cosa chi un’
altra.
Due cerchi ballon 26 X3/4 con mozzi Erma ad ingrassatore hanno preso il loro
posto, con tanto di filettatura grigia centrale.
Freni Universal per frenare presto…e come si può ( la tua mole non è certo
piccina) con leve fascettate al manubrione.
Saldature?
Parecchie.
Troppe.
Vedremo se l’ottone reggerà le bacchettate alle quali ti porterò..
Le lunghe catene scorrono sul rosolio dopo quasi un anno di bagno termale in
olio e nafta, e il tendicatena mi ha parlato torinese: Nieddu, cambio
Vittoria!
Pedali a 4 gommini, smontati e ingrassati: tutti e 4, montati su pedivelle e
guarniture Magistroni fanno ancora il loro dovere!
Due accessori per farti bella: para-paletot in lamiera (fondo di magazzino
anni 40) e una bella gemma Autarchia posteriore ( cadmiata).
Le selle sono ancora quelle che ti trovai addosso: il cuoio è stato ben curato
dalla glicerina della mamma, per poi essere protette dalle terga mie e…altrui
da una bella copertura Nos anni ‘40 in vellutino.
E se la polvere verrà su dura a sporcar le catene…l’oliatore ci verrà in
soccorso (cadmiato pure lui!).
Qualche stinta decals è apparsa, ma non m’ha detto nulla: pace.
Conta poco il nome, piuttosto l’emozione di pedalarti ( sei silenziosa, non me
l’aspettavo) , assieme all’anima gemella o un buon amico, magari con plaid e
vino rosso.
Che son tra le cose che amo di più, le cose più vere e genuine.
Non più bombe e fughe e fame e disperazione , dunque, ma gioia e voglia di
condividere il pedale e una bella giornata, magari con pratino e sole.
Ogni tanto son davvero soddisfatto e questa è una di quelle volte.
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sabato 15 settembre 2012
Terra cruda.
Terra Cruda
Noi siamo gente che viene dalla collina.
Rotolando giù ci siamo sparsi pel mondo, ma la collina è dentro noi, con la sua durezza, la sua fierezza.
Sappiamo il lavoro duro e la fame.
Antenati seppero inventare e costruire, tribolando per i 9 soldi per fare la lira.
Eppure la collina è lì, sorniona, beffarda, viva.
Ha conosciuto amori che furono quelli dei bisnonni , persone di guerra e di grandi ideali, che molto seppero sopportare, molto ingegnarsi.
Con la loro stoica volontà di Langa sopravvissero a epidemie, mali governi e tempeste.
Come quello zio, che il medico lasciò senza scampo e lui rideva, proprio di gusto rideva, e si congratulava, dicendo che aveva una gran voglia di rivedere il Padrino.
Quel Padrino era il mio bisnonno che diede una festa colossale al suo funerale e mezzo paese rideva era ubriaco e ancora oggi qualcuno ricorda quel giorno.
Stoici ma con sentimento, perchè la vita è amore, e dall'amore viene.
Se qualcuno troppe volte andò a fare commissioni in Liguria e per quelle il profumo volava a litri, ecco, ancora gli sposi si legano come le radici dell'uva alla terra brulla.
C'è poco in Langa, anche se con quel poco siam riusciti a tirare su case vigne figli.
Dalla terra scoscesa abbiamo strappato un vino che nessuno sa fare e se volete bere bene proprio da noi dovete venire, in quelle cucine di terra cotta e odori di conigli che vengono dal pemntolone nero.
Allora capirete cosa vuol dire mangiare da uomo, e some d'aglio senza scuse da strappare con morsi netti, mentre si parla di raccolti e del tempo che non va.
Queste e un mucchio di altre mi hanno fatto ciò che sono, e credo che chi non abbia mai fatto passi per quella terra bagnata , la pioggia fine in testa, o non abbia mai sopportato i soffochi tremendi tra i noccioleti, si sia perso non qualcosa soltanto, ma un Mondo proprio.
Per questo fremo ai primi freddi, quando le nebbie coprono come una coperta le terre bramose di acqua, qualcosa ritorna e in un attimo gli stivali si riempono di pauta ed è bello respirare quell'umido e quel muschio sapendo le raviole a casa e un barolo giusto.
Perciò io dico a chi vuol sapere di me di vedere quei saliscendi, quelle curve impossibili e prendere in mano quella terra asciutta.
Di rompersi il fiato per quelle calzagne a rompicollo delle vigne, bestemmiando "terra cruda".
Noi siamo gente che viene dalla collina.
Rotolando giù ci siamo sparsi pel mondo, ma la collina è dentro noi, con la sua durezza, la sua fierezza.
Sappiamo il lavoro duro e la fame.
Antenati seppero inventare e costruire, tribolando per i 9 soldi per fare la lira.
Eppure la collina è lì, sorniona, beffarda, viva.
Ha conosciuto amori che furono quelli dei bisnonni , persone di guerra e di grandi ideali, che molto seppero sopportare, molto ingegnarsi.
Con la loro stoica volontà di Langa sopravvissero a epidemie, mali governi e tempeste.
Come quello zio, che il medico lasciò senza scampo e lui rideva, proprio di gusto rideva, e si congratulava, dicendo che aveva una gran voglia di rivedere il Padrino.
Quel Padrino era il mio bisnonno che diede una festa colossale al suo funerale e mezzo paese rideva era ubriaco e ancora oggi qualcuno ricorda quel giorno.
Stoici ma con sentimento, perchè la vita è amore, e dall'amore viene.
Se qualcuno troppe volte andò a fare commissioni in Liguria e per quelle il profumo volava a litri, ecco, ancora gli sposi si legano come le radici dell'uva alla terra brulla.
C'è poco in Langa, anche se con quel poco siam riusciti a tirare su case vigne figli.
Dalla terra scoscesa abbiamo strappato un vino che nessuno sa fare e se volete bere bene proprio da noi dovete venire, in quelle cucine di terra cotta e odori di conigli che vengono dal pemntolone nero.
Allora capirete cosa vuol dire mangiare da uomo, e some d'aglio senza scuse da strappare con morsi netti, mentre si parla di raccolti e del tempo che non va.
Queste e un mucchio di altre mi hanno fatto ciò che sono, e credo che chi non abbia mai fatto passi per quella terra bagnata , la pioggia fine in testa, o non abbia mai sopportato i soffochi tremendi tra i noccioleti, si sia perso non qualcosa soltanto, ma un Mondo proprio.
Per questo fremo ai primi freddi, quando le nebbie coprono come una coperta le terre bramose di acqua, qualcosa ritorna e in un attimo gli stivali si riempono di pauta ed è bello respirare quell'umido e quel muschio sapendo le raviole a casa e un barolo giusto.
Perciò io dico a chi vuol sapere di me di vedere quei saliscendi, quelle curve impossibili e prendere in mano quella terra asciutta.
Di rompersi il fiato per quelle calzagne a rompicollo delle vigne, bestemmiando "terra cruda".
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