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giovedì 17 ottobre 2013

Legnano 1923, i miei primi 90 anni!

Presento quest’oggi una Legnano davvero molto vecchia, senza dubbio tra le più vecchie conosciute al momento ( numero di telaio 60000 circa).
Quando la vidi pensai alla mia da signora del ’25 e che questa sia del 1923, credo le andrà bene: insomma, in genere è sempre il marito ad esser qualche anno più stagionato, o no?

Conservatosi peraltro benissimo, questo maritino di casa  Bozzi: mozzi, pedivelle, cerchioni e manubrio, tutto originale.
Analizziamo con calma i particolari più ghiotti.
Il manubrio, presenta la particolarità delle leve esterne rivolte verso il guidatore, con un complesso sistema di rinvii per il freno anteriore.


Da notare anche come gli archetti poggino su due battute saldate al telaio, infulcrate direttamente dal bullone del gommino freno, il quale, conico, va a 

scorrere all’interno di essi in maniera sorprendentemente fluida.
Il patacchino è un omaggio allo stile Liberty imperante in quel periodo: 
Legnano- Bozzi, ma anche un po’ di rèclame alla Pirelli non guasta !

Felice periodo di pubblicità semi-occulta!
Manopole e manopolini sono in corno d’osso lavorato.
Le ruote sono da 28 x 1/3/8 , da 670 mm, montate su mozzi “Legnano” a 32 fori l’anteriore e 40 fori il posteriore.

La ruota libera è dell’inglese Perry con oleatore a lancetta.

I parafanghi sono a schiena d’asino.
Questa macchina nasce senza il carter catena, ma già in tempi antichi, forse 
addirittura negli anni ’20, è stato montato questo carter a pistola molto sottile che i meccanici chiamavano ”di riparazione”.

Esso consente di montare anche in presenza di guarniture da corsa, come questa, e garantire così adeguata protezione ai calzoni del pilota.
I pedali non sono quasi sicuramente gli originali, anche se sono quelli che ho trovato montati: a 6 gommini, bianchi, come la migliore tradizione Legnano.
Originariamente dovevano essere a sega in ferro, provvederò a montarli appena..li troverò!
Infine, la sella è una Mercurio in cuoio montata su molle: in pratica una transizione tra la moderna sella a molle che consociamo con copertina in cuoio o similpelle e quelle più antiche con corpo a riccioli.

Questa bici è stata, a mio avviso, rinfrescata da un ciclista molto bravo negli anni ’40, che ha provveduto a mettere anche una decal a coppale sul tubo discendente ( nell’anteguerra si usavano quelle piccole con Alberto da 
Giussano).

La patina del tempo ha fatto il resto ed oggi questa signora ( pardon, questo 
marito) porta con eleganza e fascino i suoi primi…90 anni!

venerdì 24 maggio 2013

Vita drola


 

 

“Libertà, l’ho vista dormire nei campi coltivati

A cielo e denaro, a cielo ed amore,

protetta da un filo spinato..”

(De Andrè, Il suonatore Jones)

Chi si trovasse a passare per la strada che da Bra porta a Casa del bosco( ancora da asfaltare, ma ben tenuta, si svolta a destra dal Santuario della Madonna dei Fiori, quella del Miracolo del pruneto i cui fiori il prevosto vende carissimi in bustina),potrebbe forse scorgere carri e buoi e qualche cascina sperduta tra le nebbie.
Macchine no, al massimo motori e guardati con sospetto anche se da più di 50 anni alla battitura del grano arrivano nelle cascine con il loro battito regolare e  paglierini dietro a darci di ramazza e tagliolini e vino la sera e magari la bella casciniera da ripassare pur’essa.
In tutto questo , potreste essere tanto fortunati da imbattervi in Fonso, un mattino presto.
Fonso non è contadino, anche se ha terra poco o niente e nemmeno lavora da masoero per altri.
Vive solo, in una cascina mezza diroccata al fondo del paese dopo che la moglie Marieta lo ha lasciato che lui non aveva 40 anni.
Fonso è un bell’uomo, ma non sa di esserlo e nemmeno gli interessa.
Ha da vivere e regola il suo tempo in base alle stagioni e alla semina dell’orto quel che gli basta per mangiare bene e regalarne ai vicini, se l’annata è buona.
Carne, dopo che il vitello è morto d’accidente e i maiali son scappati per i campi ( o rubati, dice lui), non ne ha più voluto sapere.

Ha tre galline vecchie e spennate, e le chiama per nome, accarezzandole quando gli donano un uovo.
Ai vicini che gli predicono tisi e consunzione, risponde che mai sentito bene così, senza tribulazioni e veterinari e stomaci pesanti.

Che si dannassero loro a spaccarsi la schiena per poi vedere morire con gli occhi sbarrati quelle bestie per i quali si è patito fame sete e sonno.

Non ha ammazzato Fonso, in guerra, e conosce a vista chi ha sparato e perché.
Fonso, girando sulla sua bicicletta tutta ruggine e rattoppi, con la sella di sacco e corame invecchiato al sole, non sa di essere filosofo, avendo lui testa e tempo per pensare, che sono le ricchezze che ogni uomo dovrebbe imparare ad avere e conservare più a lungo possibile.
I vicini che lo dicono un po’gabbia vorrebbero almeno del minio su quei tubi che la ruggine consuma e lui ride sullo scherno e dice che tanto ci penserà il Buon Dio (che dice spesso di voler vedere presto, perché ha qualcosa in sospeso) , ci penserà Lui a far finire tutto come Lui fa fiorire e seccare le cose.
Perché dannarsi.

 Quando la ruggine mangerà la bici, allora sì ne comprerà un’altra, che non sarà più buona come questa che il padre comperò nel ’38 da Burdeis e ancora ricordava quel giorno, manco fosse arrivato uno sputnik nell’aia.
Suo padre.
Che aveva sputato e brigato per mettere i 9 soldi a fare la Lira e mai alzato la testa se non la domenica per dire di sì agli amici e al Prete che chiedeva la questua.
Il prete devi fare, Fonso, non il contadino.Mangia bene ,lui.Mani bianche e cervello fino.”
Ma la storia non lo aveva mai convinto e gira che rigira dopo la Guerra ( passata infrattato sotto un quintale di guano a maledire inglesi tedeschi italiani e la follia di essere al mondo) si era messo ad aiutare padre senza troppi discorsi.

E quando lui era morto di accidente e la madre anche lei di magone qualche mese dopo, aveva sposato Marieta, che gli parlava da prima della Guerra.
Con lei si sentiva uomo e soprattutto a posto col Mondo, non dovendo chiedere null’altro che un sorriso e un piatto a cena che non si aspettava per trovare la sua terra promessa.
E quando anche  lei se ne fu andata, dopo una notte di mali di pancia dovuti al bambino che doveva nascere e che con lei se ne andò in Cielo o da nessuna parte, come credeva ultimamente, finchè ci fu lei tutto continuò come doveva , con lavoro, campi e fatiche.
Non dopo .
Poi fu come se una luce lo avesse abbagliato e pur cieco sapesse vedere benissimo, e gli occhi piangessero per il gran tempo davanti da impiegare .
Poco alla volta lasciò il fitto dei campi e con gran ragnatele e croste, le stanze che non occupava presero a marcire e puzzare di chiuso.
Affittala, sei solo.Vai a stare a Bra.Coi soldi che hai, fai il papa.”
Con un cenno Fonso assentiva, ma , come sempre, faceva di testa sua.
Aveva provato una volta, in viaggio di nozze a Torino, a dormire fuori casa.
Peggio che il militare, pensò.
Troppo rumore, e quella luce che non era la sua, quell’odore di terra che mancava e troppa gente da considerare.
No, non era roba sua.
Come la moto.
Che tutti avevano ormai, e che lui era salito sopra ma appena sentito il motore aveva borbottato scendendo.
L’uomo non è fatto per questi macchinari.Scuotono il sangue.”

Le poche volte che era salito su una macchina aveva visto il mondo scorrere veloce ed era voluto scendere subito.

Non aveva più riconosciuto il fluire delle acque della bealera e il profumo dell’erba, così come il lento andirivieni delle erbe e delle terre al passaggio a piedi o in bicicletta.

“Ogni uomo ha la sua terra e ogni cosa ha il suo posto e il suo tempo

Questo si andava dicendo mentre pedalava la vecchia bici arrugginita, ricordando il padre e vedendo ora avvicinarsi ora allontanarsi la piccola salita che porta alla Frazione movendosi poco sulla sella di corame e paglia.
 

Tutto andava e veniva ad una velocità e secondo una logica che si era costrutta negli anni che nemmeno  lui avrebbe potuto scalfire.

Quella polvere sugli abiti, sulla pelle, sulla ruggine , erano il tempo trascorso e lui poteva misurarlo a sguardo, senza sbaglio.

Nel suo non fare, Fonso era un brulicare di pensieri e di ricerca, e a chi gli diceva grondaia che perde e campi da arare, rispondeva con un cenno che sapeva di ironia.

Ma anche di leggerezza e libertà, che lui, passeggiando , diceva “ nessuno ha perché nessuno la conosce”.

Forse nemmeno Fonso , lasciandosi scorrere addosso  gli eventi e  sapendo poco o nulla se non di sé,  ha saputo di questa famosa libertà.

Nemmeno la guerra, la morte e il dolore, gliel’hanno regalata come  la cantano i poeti.

Per questo, quando un paesano lo vede passare , la sera tardi, accompagnando la sua ruggine, lo compatisce, volta lo sguardo.

Dice di lui , vita drola.
 
NDR (Dal piemontese "Drolu", storto, sbagliato)

venerdì 18 gennaio 2013

Atena -Bozzi 1924

Giaceva immota sotto un telaccio di plastica , accanto al mucchio del ferro vecchio.
“Questa non venirmi a dire che non è vecchia!” mi apostrofava il proprietario ben convinto.
Vecchia e vecchia..ma vediamo cos’è!
Atena” lessi sui mozzi e sulle pedivelle, con   un palpito al cuore.
Atena fu sottomarca Legnano-Wolsit negli anni 20-30 e su alcuni cataloghi compare come telaio nudo da assemblare.
Probabile che potesse essere completata dal ciclista di paese con minor spesa, oppure assemblata direttamente con pezzi venduti dalla Fabbrica.Chissà!
Questa ha la particolarità dei grossi cerchioni da 28 3/8 , montati su mozzi Atena a 32-40 fori.

Curiosamente un cerchio, il posteriore , è più stretto rispetto a quello anteriore, ma montano entrambi mozzi Atena.
Una riparazione?
Il manubrio è Roller con leve esterne, e la freneria fascettata al telaio.
Compare ancora sul canotto la bella decalca Atena , così come sul tubo discendente del telaio.
Rimane solo più il parafango posteriore, a schiena d’asino, con gemma in vetro posteriore.
L’anteriore è stato gettato anni fa dopo la bella botta presa alla forcella anteriore che l’ha lasciata un po’ ubriaca: la bici era ancora disastrosamente utilizzabile, ma senza il parafango che avrebbe toccato nel telaio..peccato!

Curioso il portafanale con la “W” di origine Wolsit, a confermare l’assemblaggio della bicicletta.
Un’occhiata golosa merita l’ingranaggio, solidale alla pedivella anche grazie a un bullone di fissaggio tipico delle bici corsaiole.

Sulla ghiera sx del movimento centrale è comparsa la data 1924, confermata dal numero seriale
intorno ai 73000.
Da notare come già nel 1925 una Legnano in mio possesso presenti già matricola A XXXXXX, confermando una produzione annua di quasi 25000 biciclette: non male!!

In attesa di un restauro conservativo molto impegnativo e approfondito, un tassello in più alla storia della bicicletta.

giovedì 4 ottobre 2012

R di rola, R di ruggine.



Ti risveglio dopo un sonno di quasi 50 anni.

Non ti ha donato molto tutto questo riposare, ruggine, ruggine, ruggine.

Eppure hai un fascino che non so spiegare, mi colpisci come una bella ragazza e non so stare senza guardarti, mentre il tuo padrone spiega e spiega per carpirmi quell’obolo in più.

Che pago senza fiatare perché sono estasiato dalla sella, dalle cuciture, da copertoni come non se ne vedono più da mille anni e non ho il coraggio di togliere quella polvere che ti avvolge come un’impermeabile.

Tu sei il simbolo di anni passati, mi sembra un delitto addirittura rimuovere quella patina per avere conferma della tua origine: Rola, torino.


Dovevo ben immaginarlo, penso strizzandoti gli occhi: quel giroruota posteriore, quel mozzo, quei dadi…mi avevi ben abbagliato là sotto.

Passo davanti a te, nel mio garagino: penso , è giusto smontarti, restaurarti?

Perderai qualcosa, lo so già.

Come quei due amici matti come me per la ruggine che hanno una bici da corsa nel tuo stato, e non la restaurano e fanno bene, perché quello è il fascino.

Correnti di pensiero.

Forse un giorno vorrò smontarti, capirò che vuoi correre, che sei triste messa così.

Per ora ti godo con le rughe del tempo, con i segni che dicono che tu sei una bici davvero vecchia ( anziana, pardon) .

Queste, a mio avviso, sono le Vere bici d’epoca, queste quelle che ricordo da bambino circolare con gli anziani ai mercati della frutta.

Quelle gemme, quella ruggine, quei fanali enormi e dinamo ottonate vecchissime.

Le bici che circolavano per davvero e potevi incontrare a qualsiasi angolo, ai Bar.

Forse sei solo la proiezione di un ricordo, una rievocatrice di pensieri.

Forse pensi che son matto, che dovrei smontare sabbiare riverniciare e correre.

Magari più avanti, senza fretta.
 

venerdì 25 maggio 2012

la bacchettata 2012: per pochi, ma buoni.

Eravamo in pochi a questa bacchettata, ma tutti molto ben intenzionati a pedalare e a stare assieme, che è ciò che conta. Il meteo non dava speranze , anche se la domenica mattina ci ha regalato qualche sprazzo di sole e...altro. Il sole di sabato pomeriggio ha consentito ad alcuni amici di osservare il mio accumulo di ruggine e scattare qualche fotografia. La sera, pizza in compagnia in quel di Savigliano, madrina di eccezione...il mio vetusto FIAT 124 giallo mutua!
Come dicevo, pedalata per pochi la domenica, dopo che alcuni coraggiosi vennero per salutarci ma non pedalare... Qualche chilometro di strada asfaltata e poi...strada bianca lungo il canale Brunotta da Cavallerleone a Racconigi. Qualche goccia di pioggia e poi..il centro!
Le vivande erano state caricate preventivamente e ci aspettavano al centro cicogne: fu là che un dio al quale stavano antipatiche le bici scatenò il diluvio...meno male che le Signore stavano all'asssiutto!|
Detto fatto, al primo accenno di asciutto ..armi e bagagli e ...a casa della Marty per fare il più bel pranzo che ricordi, a base di Piada, Porchetta e Squacquerone.(Grande Marco spiadinatore d'eccellenza!)
Torta Resegone e ottime frittate e ciliege hanno completato il tutto. Al pomeriggio, salutati i partenti per zone lontane, una visita a una mostra locale con bici ...da urlo, ha completato la giornata. Questi i fatti. Indicibili le emozioni di tutto questo meraviglioso w-end dedicato alla bici d'epoca, ma soprattutto all'amicizia, quella vera. A partire dall'inaspettato regalo dell 'Amico Claudio, che qui ringrazio pubblicamente: una Benotto che presto tornerà a splendere comne ...anta anni fa! Questa edizione, particvolarmente funesta dal punto di vista meteo, mi rimarrà per sempre nel cuore: eravamo in pochi, tutti provenienti da variegate zone di Italia, ma con la setssa voglia, lo stesso genuino spirito. Per questo decisi nel 2007 di dare vita alle Bacchettate, per questo continuerò a organizzarne e a parteciparvi.. Grazie dunque ai pochi che vennero e ...pazienza per chi non ha potuto/voluto esserci: lo attende una nuova edizione, ancora più ..lunga (speriamo) e ..soleggiata! Grazie a tutti. Di cuore. Corro a preparare l'edizione 2013.....

martedì 4 ottobre 2011

L'arte di arrangiarsi.


Ci sono oggetti che devono viverci dentro, per avere un’identità.
A ben pensarci, ogni oggetto, per essere tale, deve essere definito in un
contesto e da una volontà.
Senza perderci nella filosofia, oggi contemplo queste reliquie italo tedesche
che ci giungono da un’epoca in cui salvare era obbligo, non virtù.
Guardo il canotto di questa bicicletta: è lo stesso che mi affascinò un
pomeriggio d’ozio speso a vagabondare in cerca di vecchie trappole.


Buttata lì, tra altre consorelle senza più alcuna apparente dignità, faceva
male a vedersi.
La polvere e la ruggine l’avevano ricoperta e lei non era più un mezzo di
trasporto: era mozzi con oliatore e una bella dinamo a cipolla anni 20.
Buffo come spesse volte non ci si renda conto di perdere il senso globale di
un uomo, di una cosa, e la si veda sotto certe lenti così spesse da farci
apparire come un Unico solo certi dettagli che la compongono.
Per me era un’Epoca, un modo di intendere la vita, una concezione persa.
Un bel telaio tedesco Durkopp con movimento serrato da un dado sulla sinistra,
tubi stretti a congiunzioni invisibili, manubrio roller ben nichelato.
Belle cose, ma certo.
Ma il canotto tranciato o storto in epoche passate era stato con maestria
sostituito da un altro ben saldato a ottone e brasato e limato di fino per
farci stare nuove chiocciole.
Il tutto guarnito da spessorame vario per dare un tocco di funzionalità alla
faccenda.
Dio come ho amato subito questa bici!
L’ho preferita ad altre di ben più nobile lignaggio dedicandole le migliori
ore della serata o gli ultimi calori pomeridiani di un settembre morente.
E mi ha ripagato, ogni volta.
Come ora, che dopo il primo giro mi par di sentire le anime di quegli
artigiani passati fondersi col rotolare delle gomme gonfie, ancora una volta,
lo stridore lieve del pattino sul cerchione.
Quell’aroma di cera d’api è vita sui ferri e sull’ottone che riluce come
millenni fa, quando eravamo uomini Faber e non Consumer.
Uomini intelligenti che se la sapevano cavare non solo con agevoli e un poco
vigliacche sostituzioni, ma con l’Arte di arrangiarsi e recuperare , di
risparmiare per necessità più che per mera soddisfazione.
In quest’epoca di consumismo sfrenato (ma ancora per poco , dico io), questa
bici vuole essere esempio di passione che va elegante a fondersi con la
necessità di un tempo lontano sempre più vicino.
Di momenti d’un Autentica arte che nulla spartisce con le rovinose possibilità
odierne.
Per fortuna o purtroppo.

giovedì 9 giugno 2011

La Rondinella:Chino Rivetti, Bra 1942


Sul forum decrivevo l'emozione di pedalare una Chino Rivetti.
Tra gli anziani braidesi ancora molti ricordano la mitica Rondinella ,ed ecco che
ripropongo un post di qualche settimana fa, ora che tutti possono ammirarla dopo un attentissimo restauro conservativo.

Un'emozione fortissima è in me stasera e voglio condividerla con voi che ,credo, potrete capirla bene.
C'entra una bici, e come non potrebbe?, ma in questo caso essa diventa solo un veicolo di sensazioni fortissime.
Non vi parlerò di essa in termini di Marca e blasone e quanto altro, ma di un semplice oggetto fabbricato anni fa nella mia città e che oggi capita tra le mie mani.
Parecchi anziani nella casa di riposo dove lavoro me ne avevano parlato come di un oggetto mitico e ambitissimo e, per caso (o no? ), è giunta a me proprio oggi.
Dovreste esserci stasera qui ai piedi della collina.
L'aria muove qualcosa di caldo e liscio e già qualcosa dell'estate brilla tra gli alberi in alto, latrati di cane in lontananza.
Lei è leggera, come la fece il ciclista corridore braidese di cui si innamorò mezzo paese , negli anni 30.
Chiudo gli occhi.
Nelle narici il profumo dei tigli e delle acacie in fiore , una solida e farraginosa terra sotto i piedi, mi aiuta a sognare quegli anni così lontani.
Gli ultimi raggi di luce muoiono dietro le montagne e dietro quell'orgoglio di Monviso io non sono più l'indaffarato professionista di questo stressante e caotico 2011 .
Anzi esso è lontano e mi appare solo come una data di un futuro lontanissimo.
Le osterie coi tavoli in legno e il ronzio delle dinamo si avvicinano e diventano cosa comune.
Nessun asfalto, nessuna plastica.
Silenzio.
Silenzio.
Silenzio.
Pochi minuti, forse meno, ma questa emozione fortissima, di potere ,nonostante tutto, strappare del Tempo e muoverlo a proprio piacere grazie a una reliquia di ferro e gomma , è qualcosa di molto mio che, spero, possa giungere a tutti voi.



Parti cadmiate, mozzi in alluminio Piuma, galletti in alluminio Binda, cerchi in alluminio, carter in alluminio.Manubrio Ambrosio e impianto luci CEV del tempo di guerra, con tanto di fanalino posteriore in bachelite rossa.
Corre veloce, in salita, verso il san Matteo.
Non tutti sapete i posti di Bra, ma quella siepe là dietro è stata molto in certe sere d'estate dove sentire l'odore della collina rotolare giù sapeva di antico e autentico.
Come il suo oro.

lunedì 27 dicembre 2010

rossocorsa



Gli oggetti, come le persone, ti devono entrare dentro, prima di amarli.
Sennò è menzogna, e mentire a se stessi è il peggior peccato.
Questa simpaticona mi guardava sorniona dal fondo della cantina da più di due anni.
Proviene da un blocco di vecchiette dell'astigiano, e da subito mi accorsi che quel rottamino aveva avuto un passato migliore.
Corona finemente lavorata (tre M la decorano) e forcella da corsa.
Cerchi in ferro con giroruota, mozzi anonimi con oliatore e pedali da corsa.
Dietro le pedivelle un nome, che scotta: Monza.
Sarà il marchio???
Solo il manubrio era divenuto un volgare tubo da passeggio.
Non avendo per le mani ferro migliore, ho provveduto con un bell'Ambrosio Champion anni 40 con tanto di tela usurata.
Una bella catena Way Assauto sport ha sostituito il macinino arrugginito.
Dopo due anni, tutto in tre giorni.
Bisogna sentirle , le cose.
Come quella punzonatura emersa sotto il movimento centrale: PG.
Chi l'è???
Il corridore che l'adoperò?
Mi piace sognare e allora sogno che su quelle ghiere Bs (bollea saluzzo, , tra i migliori produttori di accessori del tempo), abbiano spinto gambe vigorose.
Che se non han vinto, almeno ci han provato e dopo il traguardo una donna, una buona cena.
Un amore bello e forte, come quello che ho messo nel riportare su strada, meglio che ho potuto, questo vecchio ferraccio.
Che ancora, dopo quasi 70 anni, sa darmi emozioni.
Le voglio bene, ora.

giovedì 7 gennaio 2010

Indovina Indovinello...


Ogni volta sempre la stessa storia: ecco qua la bici, ecco i particolari, ecco la storia..etc..
Ma no!
Stavolta tocca a voi indovinare il mio ultimo ritrovamento, già ripristinato e on the road..
Perciò, se non abitate nei miei pressi, non avrete avuto occasione di ammirarla in tutta la sua splendida sessuagenaria forma (e sostanza)..
Spremetevi le meningi, ciclobacchettappassionati!
Eccovi i dati somatici: milanesissima, freni a bacchetta di cui l'anteriore interno, terminali a cantilever (ganasce).
Cerchi Sport da 28 pollici, carter a mezza pistola e per finire..decorazioni cromate a forma di giglio dal cannotto di sterzo.
Ci siete ??
No?
Bene, per i neofiti dirò che lo Sciur che la costruì rispondeva al nome di Alfredo, la cui iniziale il bel logo smaltato riporta orgogliosa nel Marchio..
Ricco premio a chi indovina!
La soluzione arriverà con la foto ..tra qualche giorno!

lunedì 14 dicembre 2009

Maino 1953: in vendita o scambio!


In genere non uso questo spazio per annunci o similia.
Ma questa maino merita anche un po' di luce, per la sua storia.
E siccome decido di separarmene poichè tutto non si può tenere, voglio prima parlarne un attimo qui.
Il vecchio proprietario mi dice 1953 l'anno di acquisto, quando nacque la sua unica figlia.
Da allora è sempre stata tenuta "come un bombone" e usata anche dalla moglie per andare al mercato, quando non veniva usata per andare alla CMB, vecchia fabbrica Braidese poi fallita.
Me lo ricordo da bambino , Giuàn, passare col toni (tuta da lavoro qui in Piemonte)e la merenda sul portapacchi, sfrecciando tra le auto al lavoro.
Le gambe non ci sono quasi più ora, e la bici da qualche anno reclama uso.
Uso che i miei mille impegni non mi permettono , ma che auguro a qualcheduno amante del Marchio alessandrino.
Tutta come in origine, mozzi, pedivelle , tutto marcato Maino.
Solo la sella è stata sostuita, quando quella vecchia "perdeva i tòc".
Ripulita e ingrassata a dovere, fila come una sposa.
Se interessa, o se volete barattarla con altre bici, scrivetemi alla mia mail a.galeasso@libero.it
Con l'augurio, mio e di Giuàn, che torni a rullare presto da qualche parte.

mercoledì 7 ottobre 2009

Per amore


L'ho vista per anni appoggiata al muro di una cascina, andando a Torino.
Proprio sulla strada.
Per più di 10 anni mi son sempre ripromesso di fermarmi, di salvarla.
Lo ha fatto lei, per me.
Lei, l'ho vista cinque minuti soltanto, e mi son bastati.
Alta , bionda bellissima, Linda.
Rugginosa, bloccata alla morte, Benotto.
Un regalo inaspettato per il nostro mesiversario, gli interni di una Pandina nuova, ben rovinati.
Ruggine che si aggiunge alla ruggine, intesa che si aggiunge alla complicità.
Per amore biciclettaro,per amore di te.

giovedì 1 ottobre 2009

Campione d'Italia!



Questo tipo di bici, in genere, le snobbo.
Son fatto così, certe categorie non le guardo nemmeno e , se mi capitano, smonto o baratto senza pietà.
Anche stavolta stavo per voltarmi, ma alcuni particolari mi hanno colpito assai.
"Bianchi, campione d'Italia".
Campanello Bianchi.
Manubrio(ricromato!!!) Bianchi con mega pataccone da Mod. Super.
Dinamo e faro Bianchi, mai visti prima.
Eppoi quei mozzi e quel cambio marcati Campagnolo, che anche chi, come me, crede che il cambio nella bici serva a barattare qualcosa, mi ha colpito.
Le pedivelle mi dicono 1963, mi stupisce pensare che ancora in quegli anni la Bianchi producesse robetta tanto raffinata , in pieno boom economico.
Insomma,tanto ho pensato che, tolti i due sganci rapidi alle ruote,e sganciati i fermafreno sulle ganasce di alluminio(!), via nel baule!
E già provata!
Fila una meraviglia,il cambio è quello che Dio fece, e anche se non provo l'emozione della bacchetta, credo che la terrò.
Una ripulitina e un'ingrassatina, questa si, ma non troppo.
La vecchia S bis sul cavalletto potrebbe non più volerne sapere di sbloccarsi..

domenica 13 settembre 2009

Lavorare, stanca.


Era in uno dei famosi blocchi che molti collezionisti conoscono(e anche le loro mogli..).
Uno dei blocchi in cui cosa c'è c'è, e se ne capita una seminascosta in un angolo, massì prendi anche quella che me la tolgli.
"Ha il contropedale dietro, l'unica cosa che si salva.Aveva dei bei parafanghi ottone, ma vuoi metterti lì a salvarli?bho, fai te.."
Ruote inchiodate, arrugginite al top.
Copertoni incollati ai parafanghi, dopo i tanti anni al sole e alla pioggia.
Sella vissuta con rattoppi di vestiti vari.
Portatala a casa con altra nobile ferraglia, non so perchè, mi misi a studiare lei sola, lasciando alle blasonate il tempo che verrà.
Smontare ruota dietro, chiave 15, tagliare i raggi, prendere mozzo e buttare?
Uno sguardo.
Quella sella.
Quel manubrio.
La scritta Gnutti su serie sterzo, movimento e mozzo anteriore.
Parafanghi in ottone.
Al diavolo la ragione, la metto sul cavalletto.
E scopro la scritta in caratteri cinesi "Cicli Lamarinara Celio, Asti".
Mandrogna, ovvio.
Con la bella forcella in fusione tipo taurus che mai vite di freneria ha forato.
Lucida, lava smonta rimonta, sruggina , intòssicati, sputa, raddrizza raddrizza raddrizza!,olia olia,ed eccola qui.
Il frutto del signor Celio ancora vivo.
Chi sa cosa ne è stato di lui, del suo lavoro.
Magari qualche amico astigiano ne saprà di più..
Non è più bella e lucida come in quel 1949 ancora caldo di guerra e ricco di voglia di vivere e fare, ma con la sua patina ti parla al primo ammiccamento.
La sella ho voluto che fosse rigorosamente autentica e vissuta, la stessa degli anni in cui, ne son certo, ha portato ussara alla fabbrica il suo operaio.
Che le avrà anche voluto bene, ma la moto o la 500 sono un'altra cosa.
Ora, dopo anni di forzato riposo, una nuova vita l'attende.
In collina, su per le rive, per allenare polpacci che troppo poco scalano rive.
Il contropedale contropedala ancora, la luce illumina fioca le stradine a tiraculo che si perdono intorno a casa, all'imbrunire.
Pedalare da quelle parti, con ferri simili, è fine arte masochista e stakanovista.
Se la ride lei, che sa, e bene, quanto lavorare stanchi.

mercoledì 8 luglio 2009

La diva


Il color cacchetta appena fatta, certo non le dona assai.
però è originale.
Come i filettini bianchi che corrono dappertutto.
Proprio a causa del colore si è potuta mimetizzare per decenni in un anfratto di qualche pollaio , custodita amorevolmente da galline e galletti, in un tripudio di penne e pula.
Anno 1938,il dado serramanubrio canta ancora forte, freno posteriore interno, a prima vista apparirebbe una Legnano un po' rimaneggiata.
Invece il colore ancora lustro e i filetti, nonchè le decals sbiadite "ciclo Diva" riportano all'anteguerra e al gruppo EMilio Bozzi che deteneva appunto la Legnano, Wolsit e Ciclo Diva.
I pedalini a 6 gommini han senz'altro visto la caduta del governo fascista, insieme ai catarifrangenti applicati che la notte parlano più di tante starnazzanti televisioni.
Alluminio nell'impianto Dansi, rigorosamente Autarchico come suggerisce la didascalia sul bordo del posteriore..
Portata a casa dopo una trattativa serratissima (guai a non mercandare, porta malissimo), una gonfiata alle gomme e via!!pronta per il D dei, a cui ha partecipato senza colpo ferire.
Mancanza di tempo, il piacere del conservato autentico, pigrizia pura, scegliete voi: la pula dai raggi ancora non l'ho tolta...

mercoledì 10 giugno 2009

28 Giugno:E-state in Bianchi!!




Finalmente un attimo di tregua, tra pazienti da inquadrare e cerchioni da centrare..


Era nella mia mente da molto, a qualcuno ho già accennato.


Dopo il D Dei, penso a un degno successore: il raduno Bianchi.


Aperto a tutte le Bianchi possibili e immaginabili, tutti insieme a tirare piano il freno anteriore per non scentrare il perno e magari qualcuno a dire che la sua bici è senza bacchette,furbone, in sella alla mitica Impero.


Sulla falsariga del D dei, raduno verso le 9, due ciance e via per i campi!!!


Fatemi sapere se il 28 Giugno, domenica, vi puo andare bene e prenotatevi qua nei post!!!


Vi aspetto numerosi!!

venerdì 1 agosto 2008

Ritorno al futuro.


Immerso tra la vallata, in un piccolo centro ai piedi della montagna, un piucheottantenne ciclista mi sta spiegando l'arte di riparare gomme.

Il suo viso si illumina al ricordo delle eroiche camere d'aria in para rossa, ma anche nello spiegarmi la difficoltà che si incontra nella regolazione di certi freni interni e di quanto fossero buone le biciclette Cervinia tanto diffuse da quelle parti.

Distrattamente guardo il pavimento in ciniglia anni 30 che tante bici deve aver sopportato, il bancone di legno intessuto d'olio e sudore, il vecchio trapano a mano(!!) col quale ancora, di tanto in tanto, opera sulle biciclette di qualche nostalgico che ancora interpella il suo aiuto.

Cambi giapponesi e "porcate varie" non ne vuole per il negozio, mi stupisco di una bicicletta sport degli anni 70 appoggiata fuori.

"Non è mica mia, è del salumiere che la usa a fare consegne.La lascia qui perchè è comodo"mi dice con la sua voce roca dalle mille sigarettine arrotolate a mano giornaliere.
Con nostalgia ricorda nomi di settanta e più anni fa, quando cominciò ad amare telai e forcelle, i nomi sciorinano lesti dalla bocca piccola e gli occhi si fanno lucidi dietro gli occhialini neri.
"Pare ieri che ero bocia e guarda che roba!Come le bici qui fuori!"

Dal mucchio di ruggine accatastato in cortile quante cose salteranno fuori?

"Se non ce la facciamo, mettiamo una mina sotto e via!"

Anni di fatica, anni di pioggia, ma ricordi bellissimi.

Non puoi non invecchiare felice facendo ciò che più ami dal mattino alla sera, non puoi non gioire nel vedere quelle montagne così vicine che ti danno il buongiorno il mattino prestissimo e la buonanotte la sera all'imbrunire, appena dopo il telegiornale.

Ecco, vedendo questo brandello di passato, vedo distinto e netto il mio futuro.

Un augurio, un sogno.