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martedì 21 gennaio 2025

Beltramo , l'è tutta da rifare ..o no!

Guarda a destra ,guarda a sinistra...qualche bici da comperare esce sempre ! e stavolta .... è Beltramo! non azzurra, non completa ...ma Inequivocabilmente lei!Contropedale fine anni 30, bella massiccia ma coi dettagli del telaio corsaiolo che accendono i sogni! il venditore, un appassionato fiorentino , la cede con decalcomanie "a.linari Firenze " . Già una bici cosi torinese e così..lontana , è un fatto strano ,ma tanto è. All' appello manca il carter ...rimedieremo!
Giunta a casa, comunico il seriale alla sempre solerte Signora Maddalena Beltramo, figlia di Lino e custode delle memorie paterne..e qui ..sorpresa! Venduta il 16/8/1938 al signor...Linari di Firenze! Quindi assoluto restauro conservativo e..per una volta, decals al suo posto! È sempre emozionante lavorare su pezzi cosi unici ,ma risalire al primo proprietario e alla data di consegna...costituisce un unicum difficilmente eguagliabile! Sotto dunque col.ripristino per la prossima bacchettata di primavera!

martedì 18 gennaio 2022

Franzosa:Automoto 1910

Lo ammetto, con le estere non ho mai avuto chissà quali rapporti... Nazionalista ( su certi aspetti), ho sempre trovato giusto e sacrosanto preferire il prodotto italiano. Eppure..eppure.. Questa Automoto giaceva mesta e scopertonata in un annuncio, dotata però del suo faro a carburo. Automoto: tutto tranne una bicicletta, verrebbe a pensare dal nome! Impietosito, decido di portarla a casa e studiarmela un poco... La geometria è slanciata, il manubrio impone un'andatura eretta che conferisce stile ed eleganza alla ciclista più sparuta. Parliamo del restauro! La vernice,ancora presente, ha resistito agli oltre cento anni di intemperie, anche se la serie sterzo ...chiede pietà dopo i mille e mille scossoni... I cerchioni, come da migliore tradizione d'oltralpe, presentano la classica targhetta con inciso il nome del produttore.
All'anteriore mozzo enorme FN , al posteriore mozzo contropedale ( al limite dell'usura ). Siccome Totò recitava che "la prudenzia non è mai troppo", fu posto , forse più avanti, un pratico freno fascettato sempre alla ruota posteriore che compie ancora oggi il suo egregio dovere. Nel tempo uno dei parafanghi , probabilmente il posteriore,ha ceduto il posto ad un fratellino meno concio e ugualmente protettivo...
Manopole in legno con anello di fissaggio, campanello enorme e straordinariamente effice. In Italia questa sarebbe stata classificata a buon rigore come balloncina, montando ruote da furgone 26 3/4, molto comode. Ovviamente, da buon meccanico ciclista d'antan..non si butta nulla! Entrambi sono stati recuperati con tecniche antiche ..in modo da poter rullare ancora con qualche sano scossone anti addormentamento! Sicuramente non sarà la Automoto più completa e corretta della terra, ma come esperienza culturale e ciclistica credo sia valsa la pena studiarla e darle nuova vita.
E se la notte si farà buia...sotto col carburo!

domenica 19 dicembre 2021

A volte ritornano: Gloria mod. B 1936

 Per chi mi segue ed ha memoria buona, alla vista di questa Gloria ricorderà senz'altro il post di qualche anno fa.

Ero più giovane, correvo ancora sulla Tigra bruciando autovelox e inchiodavo per caricare bici arrugginite dai rigattieri.

Una di queste, era lei.

Affascinante nella sua polvere e nella sua ruggine che le conferivano una grazia tutta sua, mi ha tenuto compagnia per qualche anno nell'angolo della boita, ammiccando sorniona dal suo bel cipollone.

Ed io ogni volta a guardarla, dirle che si, c'era anche lei, l'avrei fatta passare sul banco chirurgico, avesse solo un po' di pazienza, perdio!

Poi, come sempre accade, un mattino me la ritrovai sempre lì, ma con uno sguardo diverso, quasi offeso.

Diamine, queste vecchiarde! Sanno ben loro come farsi prendere!

Mi ha fatto sudare e tribolare parecchio, questa Gloria. Tutto era arrugginito e bloccato, parafango posteriore sbrindellato e carter con elegante codino a cerniera...quasi tutto scollato!

Con calma e pazienza ho dovuto saldare ad ottone e ritrovare perizia nell'uso dei vecchi rivetti: alla moda vecchia, sia mai il contrario !, ogni cosa è andata al suo posto.

Quasi tutti i raggi erano corrosi dalla ruggine e con calma certosina, nei pomeriggi di afa e soffoco, ho provveduto a ri-raggiare i mozzi Gloria ad ingrassatore con settanta e due nuovi- vecchi  raggi .

Dovendo riverniciare il carter risaldato, ho optato per un lieve lifting che conservasse la vernice rimasta e che desse comunque una patina vissuta alla più che ottuagenaria.

Particolari esaltanti : freno interno anteriore, dadi col logo Gloria smaltato di gran lusso, e, udite! udite!, forcellino tipo corsa !

Provata su strada, ha superato l'esame alla grande, dimostrandosi snella e silenziosa, davvero molto filante.

A presto dunque per nuove avventure!




martedì 7 settembre 2021

Zona marrone: wolsit ballon 1937.


Sono anni che ho smesso di comprare blocchi di bici ( o blocchi di ruggine, secondo altre vedute). Eppure, eppure. Anni fa, quando un amico mi portò a casa una letterale camionata di ferrovecchio, c'era anche lei.


 Era tra le prime ad essere scaricate, le andò bene e le andò male. Bene perchè una bici, se entra nella mia corte, non ne esce. Male perchè ha atteso quasi due anni prima di essere liberata dalla morsa delle sorelle che le stavano davanti. Ubi maior minor cessat!! 


Quando la studiai, nei pochi istanti dello scarico, avevo già capito tutto. Coperta di guano e di paglia e di polvere, sembrava la classica carcassa da discarica, marrone di ruggine. Il mio occhio ormai incallito, aveva radiografato quelle tracce di vernice e quella completezza che, lavorando di fino e di mano, faranno poi del rottame un piacevole conservato. E così fu, credo. Sul parafango alcune tracce di bianco dicevano ancora coprifuoco e guerra. 


La gemma bugnata era solo da raddrizzare e sotto poche spazzolate compariva il marchio Wolsit dovunque...persino sulle gomme dei pedali! Bici usata pochissimo! Di certo fu utilizzata come bici da trasporto..per comodità ho tolto il pesante portapacchi , che le dava un'aria poco aggraziata , mantenendo la tela sul manubrio messa mille anni fa a mò di protezione.


 I copertoni ballon, devastati dall'acqua e dal tempo, sono stati sostituiti da cugini egualmente vetusti ma meglio conservati. Le ho regalato un impianto luce a cipolla, credo lo meritasse. " Ed ora quando mi porti a passeggio?" "Prestissimo, anzi. Subito. Coprifuoco  permettendo.."

mercoledì 1 luglio 2020

Gerbi, emozioni.

Dicono che le passioni più grandi siano state covate per anni sotto la brace della continenza.
Chissà.
Vero è che questa Gerbi ha covato paziente nella mia cantinetta per almeno dieci anni prima che mi decidessi di riportarla agli antichi fasti.
Ha atteso paziente, perché
"Aspetta chi è aspettato /che sia compiuta l'attesa di chi attende / un suono strutturato/ in modo di poter reggere per molto tempo ancora" (CSI)
E molto reggerà, adesso.

Quando la presi, secoli fa, a malapena si capiva che fosse una bici, altro che Gerbi.
Solo la targhetta, pur ricoperta da uno strato di pessimo grigio, diceva Asti e Diavolo.
Faceva male a vederla, povera stella.
Eppure potevi pedalarla.
Male, ma la pedalavi.
I cuscinetti avevano fatto pace con le chilate di vernice profusa a piene e stolte mani e i parafanghi, quel che ne rimaneva, cigolavano come porte al vento di un castello diroccato.
Eppure tutto era marcato, calotte incluse.

Bastava sverniciare, pulire, ricomporre, pulire, oliare, ingrassare, tirare i raggi. Robette.
Con lo stesso spirito e la stessa passione ci ho messo mano durante questa chiusura per pestilenza.
La pace che cercavo l'ho trovata nella clausura dei monaci , nel tempo che fluisce molto proprio e in nessuna nessunissima fretta.
Solo così ho recuperato molto di ciò che forse, in tempo di normalità, avrei rovinato con quella fretta di chi macina le ore sul lavoro e vede le lancette scorrere troppo in fretta.
Questa superballoncina con ruotone da 26 3/4 ne ha viste tante.

Come tutte le Gerbi da passeggio che mi son passate per le mani, ha viaggiato tanto, è stata rattoppata ( ah, la giunta sul parafango posteriore!), ma è ancora qui.

Una Gerbi è come il maiale, non si butta nulla!
I mozzi nichelati scorrono divinamente ora che le sfere hanno solo grasso e più nulla di polvere  vernice .
Innamorato di lei, le ho fatto dono di una bella sella anni 30 in crine e di un gruppo luce coevo a cipolla .

Mi piace immaginare Gerbi in persona che , incazzato nero, passa tra le fila delle sue bici e fa un mazzo così ad un operaio che magari ha sbagliato qualcosa, oppure , sempre bestemmiando, ripensa ad una vittoria mancata, suo  antico cruccio.
Un Gerbi innamorato della bicicletta, che non costruisce bici di lusso a freni interni ma che mette un tappino col suo nome sul terminale della vite dell'expander del manubrio .

Oppure che mette, vera finezza, lo sportellino tipo Dei al padellino del carter.

Bici che dovevano durare, essere usate e strusate, fino all'inferno, dal quale sarebbero scampate avendo con sé  diavolo e colore rosso.
Quindi eccola, ancora viva nonostante guerra e alto così di pedalate e maltrattamenti, più viva e più rossa, coi segni del tempo, rossa di inferno , rossa di amore.
Durante questo restauro ho parlato a lungo con lei, immaginandomi Gerbi a fianco intento  a bere la famosa aranciata e dimentico della strada, nella controluce cantata da Conte e in un' eternità dove " tutto se ne va".
Solo ferro vecchio dirà qualcuno, ma  ferro denso di emozioni : le cose più importanti , per un uomo.

venerdì 1 maggio 2020

Sono ancora viva!


Così gridava allo stremo delle forze il mio idolo Henri Charriere, il Papillon che non si arrende e scappa fino ad ottenere l'agognata libertà.
Un po' me lo ricorda, questa bici .
Touring 26 pollici anni 20, marcata 25 sotto il manubrio Roller di casa Bianchi.
Giunta alla mia officina ancora sulle sue gomme ma disastrata come poche bici avessi mai visto.
Malconcia, come il Papillon che si era fatto due anni di carcere duro ed era uscito senza denti ed invecchiato 20 anni.
Forcella ubriaca come un veneto dopo una cena: con pazienza ho fatto del mio meglio per renderla pedalabile con meno patemi, anche se ammetto i miei limiti e si potrebbe ancora far meglio.
Curiosamente la scatola del movimento centrale è stata sostituita in tempi non troppo lontani, segno che a questa bici ci si teneva davvero !
Guarnitura Bianchi senza spostamento marcata 30, parafango posteriore Bianchi a schiena d'asino con finale delle aste a ghianda tipica.Pedali anonimi stretti, per bici 26.
Anteriormente troviamo un parafango stile touring ma...verniciato di verdino.
Consultando varie fonti ( raro imbattersi in una sorella simile..) si concorda sul fatto che il posteriore potrebbe essere  quello corretto, anche se non torna la datazione tra le pedivelle ed il manubrio che, col suo bel 25 marcato, collima con il seriale posto sul canotto inferiore a 133000 e rotti.
Ruote da 26 x 1x 3/8 basse e filanti, raggiate posteriormente su un mozzo non marcato ma decisamente simile ai Touring , mentre all'anteriore una anonimo mozzo anni 20 continua a scorrere egregio e silenzioso.La sella touring anni 20,e'un mio dono.
Bici strana, carica di emozione.
Più di un collezionista si è proposto per l'acquisto e la successiva cannibalizzazione.
Ma no, mi dico, sarebbe come denunciare Papillon! Ce l'ha fatta ormai! Un po' claudicante, mezzo a brandelli, sta uscendo dalla foresta tutto gongolante.
Lasciamolo tranquillo a camminare, pardon,  a pedalare e godere della nuova sensazione.
Se la merita ,dopo le fatiche che ha dovuto sopportare...

giovedì 1 marzo 2018

Meglio di Prina

Per la prima volta in oltre dieci anni di Blog ho atteso parecchi mesi pèrima di ripostare qualche restauro, un paio di pensieri.
Come alcuni sanno , a breve uscirà nelle librerie il mio romanzo " Casa del diavolo" e questo impegno ha preso parecchio del mio già poco tempo libero.
Ma le bici restano!

Durante le serate invernali ho occupato a buon fine il tempo che la notte mi concedeva, per ultimare il restauro di alcune protette...
Oggi presento questa bella Prina Savoiarda del 1947, originale come mamma l'ha fatta!
Ritrovata sporca lercia, è stata smontata in mille pezzi e ripassata con amore e cura.

Sotto la morchia hanno resistito i filetti verdini e la vernice verde data sulle scanellature delle pedivelle!

Pedali Prina a barra unica con gommini vetusti ma ancora ben funzionali.

Incredibilmente la sella è ancora quella di mamma Prina , con allegato borsello dedicato.

Interessante il freno anteriore interno  e il parafango anteriore allungato brevettato da Prina sin dal 1926!
Questa ( e molte altre che presenterò poi) potrete vederla alla bacchettata di Primavera a Bra del 6 Maggio!
 

venerdì 23 dicembre 2016

There 's a Bike!

Amo le montagne sopra Ceva.
Sono quelle delle mie origini più lontane, valli sconosciute ai più dove ancora molte persone coltivano la castagna e la patata sulla terra scarsa , sfidando neve e gelo e pendenza.
Posti difficili, dove ogni oggetto è sacro e va mantenuto efficiente perché scendere a valle per qualsiasi motivo è di per sé un lavoro. ( la montagna è una forma di disciplina).
Per questo ogni volta che un valligiano mi chiama , con la parlata strettissima che tanto amo, mi si illumina il cuore.
“Una bici a bacchetta, col bollo del ‘8. Ferma da quanto? Ah non saprei, di sicuro io l’ho sempre vista là…Se la vuoi..vieni!”

E si rifà sempre con piacere il tragitto disseminato di curve e sassi e qualcosa di neve che mi porterà alla Colla, per discendere sino alle Serre .
Posto paradisiaco, incantato: Tolkien avrebbe potuto benissimo ambientarci  un piccolo romanzo.
Le case sono ordinatissime, nemmeno un mozzicone è a terra ed i valligiani ti studiano con occhio attento e diffidente.
Solo due parole di dialetto e una stretta di mano allentano gli animi ed esplodono un sorriso  che ti riconosce amico.
Dal cortile piccolo e pittoresco , lo sguardo sale al lobbiato in legno ed alle pannocchie del piccolo mais montagnino: saranno date ai polli, qui nulla si spreca e tutto fa risparmio.
Salendo per la scala in pietra dagli scalini mastodontici, indovino l’età della bicicletta che tra poco ammirerò.
Eccola.



L’hanno appena tirata giù dai chiodi in legno infissi nelle pietre: è sporca, arrugginita, molto fiera.
Nel portagiornale una zucca incartapecorita che fungeva da fiasco è ancora incastrata , immobile.
Sono  al settimo cielo: questi sono i dettagli che mi fanno sognare.

“Era del nonno. Penso che non l’abbia più usata dalla guerra. Ci andava in pianura , con quella: 60 andare 60 tornare.. altri tempi…”
Solite frasi di circostanza, l’ennesimo amore che ti fa affrontare gli scalini con gusto , le dita che stringono solide il ferro che si è fatto bici.
La nonna la guarda ancora una volta con tristezza e nostalgia, il nonno non è più qui da molto tempo.
Si raccomanda che venga trattata bene , che torni a correre.

Rassicurata con qualche battuta di buon dialetto, carico la conservatissima bici sul portapacchi, assicurandomi che la zucca non si sfasci.

Ci vorrà del tempo prima che riceva le cure promesse:  appoggiata al muro, nella nuova officina, me la godo ora per ora sognando il tempo trascorso.
Le sue ragnatele, la sua ruggine, i suoi dettagli, parlando ben più di un libro di storia e vanno diretti al cuore di appassionato.
Ci sarà tempo per operare, ci sarà tempo per sognare.

Ciclo There, Torino.
Cerchi 28 5/8
Mozzi e guarnitura There
Gemma in vetro
Sella There
Manopole in corno d’osso di bue
Pedali a 4 gomme originali
Ultimo bollo pagato: 1938.




venerdì 13 maggio 2016

Un bel marrone


..."e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno
come le rose "
la canzone di Marinella, F.De Andrè.

Un bel marrone

 

La strada costeggiava il canale, dritta ed impertinente.

Monsù Dorta arrancava pedalando la vecchia bici Prina acquistata in tempo di guerra da un ciclista di Torino poi morto ammazzato.

Ai tempi non era che un impiegatuccio in carriera, ma avendo il gusto del bello e del raro si decise per quella bicicletta dal colore sgargiante oro con filettini rossi e fiamme bleu.

Si era in pieno tempo di guerra, tutti pensavano a salvare la pelle e guardavano poco a certi dettagli, ma essendo lui impiegato presso la fabbrica della corrente elettrica ed essendo essa fabbrica fondamentale  posta sotto il controllo tedesco, non ebbe guai.

Sapeva vivere e sapeva comportarsi:  non mancò mai di omaggiare le mogli dei graduati con qualche bottiglia nascosta al paesello e di imparare le regole fondamentali della grammatica tedesca.

Basta: per lui la guerra non fu altro che un lungo periodo di prova che diede i suoi frutti, portandolo ad essere promosso capo stazione della centrale di Verduno.

Nel frattempo le cose con la giovane  fidanzata Gina si erano messe per il meglio e coi soldi risparmiati avevano finalmente potuto sposarsi con piccolo viaggio di nozze a Sanremo.

Soldi per la casa, non ne sarebbero serviti: essendo lui capostazione aveva diritto all’alloggio insito alla centrale , ammobiliato e confortevole, più un guardiano tuttofare che viveva nel capanno al fondo.

Lasciare Torino per quel posto di canne e rane, non fu facile per nessuno, meno che meno per Gina, abituata alle strade di Torino ed ai lussi della città, pur bombardata.

“Certo, lo stipendio è buono, ma che vita faremo qui?”

“C’è aria buona e salubre, staremo meglio vedrai.”

In realtà a quelle parole non credeva nemmeno lui , l’aria era pesante e d’estate le zanzare non davano tregua.

Per un poco andò avanti ed indietro al paese con la fidata Prina, tenuta lustra come un bimbo dal guardiano Tulu.

Tulu si che stava come il papa.

Oltre al buono e sicuro stipendio, all’alloggio gratuito, si procurava un bell’extra con la vendita del pesce .

Funzionava così: una volta la settimana si doveva pulire la grata che bloccava i tronchi e le impurità che passando nelle turbine avrebbero compromesso il macchinario.

Per questo si doveva svuotare la vasca e, con malizia e arte, si riusciva sempre a rimediare qualche decina di chili di pesce.

Le osterie del posto volevano tutti bene a Tulu e quando lo vedevano arrancare con la sgangheratissima bici a scatto fisso anteguerra, sorridevano.

Per anni l’osteria Maiolino di Roreto servì i “barbi della Centrale”.

Dorta lasciava fare: contento lui, pensava, contenti tutti.

Tulu , che fesso non era, capiva e ogni anguilla finita per caso nelle maglie della sua rete si trasformava in uno splendido carpione che la signora Gina sapeva cucinare  par suo.

Dopo 3 anni di sudate e di pedalate si decise: i soldi c’erano, andavano spesi!

Il viale alberato antistante un bel mattino accolse il rombo secco e preciso del 500 Guzzi con sidecar che Torta sognava da tempo.

La moglie sgranò tanto d’occhi e nemmeno una parola , ma solo una lacrima e l’emozione del primo giro sotto il sorriso sdentato di Tulu che faceva segno di si’ con la testa.

Fu con lei che l’estate successiva partirono per la Francia e Madama Gina, giunti sul colle di Tenda, si alzò per gridare agli astanti “ Viva la Guzzi”.

Le cose si mettevano bene.

Erano cominciati gli anni 50 e già qualcosa di benessere, ma solo qualcosa e per pochi.

A Gina cominciava  a stare stretta la vita isolata in campagna e i pomeriggi di nera solitudine quando il marito era impegnato nelle ispezioni dei canali.

“Andiamocene. Chiedi il trasferimento.”

“Ma come si fa? E poi la paga è ottima.”

“Non c’è solo quella. Qui non si vive più.”

Dorta andò quindi dal gran capo a Cuneo, vestito col doppiopetto del matrimonio e il profumo all’acqua di colonia.

Parcheggiata la moto nel cortile antistante, salì le scale confortato dallo sguardo del portiere che certo lo aveva scambiato per qualche pezzo grosso.

Dorta aveva passato i 40 anni ma era bell’uomo ed alto, si faceva conoscere e rispettare.

L’ingegnere lo accolse benevolmente e da subito presero a discutere dell’andamento.

“Va tutto bene, ma mia moglie , sa….”

“Non si trovano bene nella casa che noi vi offriamo? Benissimo. Potete cercarne una adatta al vostro comodo. Nessuno vi impone di restare colà.”

Insomma, tanto disse che alla fine Torta tornava più disperato di prima.

Andarsene gli spiaceva.

Una bella palazzina così, col guardiano-servitore, quando mai gli sarebbe ricapitata?

Con i soldi dello stipendio che accumulati rendevano una bella somma ogni mese, così che le vacanze estive erano automaticamente pagate.

Insomma, per qualche anno si restava lì.

Gina faticò a digerire la notizia , ma si arrese di fronte alle buone ragioni del marito.

Intanto la famiglia si stava allargando: Gina lo scoprì in Marzo e a quella notizia il marito trasalì.

Non si aspettava di diventare padre, ma la cosa lo riempì di gioia.

Pur con mille pensieri per la testa,  Gina cercò di zittirsi e di compiacere il marito che, a quanto pare, restando buono sarebbe diventato un gran capo anch’egli e avrebbe di certo ottenuto l’ufficio a Cuneo.

Passò l’estate e giunse l’inverno , rigido e freddo.

La piccola Gemma nacque in casa assistita dalla levatrice che, pur con la stufa accesa ed i riscaldamenti al massimo, faticava a scaldare la stanza.

“Con questo freddo , stare vicino al canal e non le farà bene. Poi fate voi.”

“ E se la portassimo a Torino? Per un po? Dai miei…”

“ Non se ne parla. Siamo una famiglia e qui staremo.”

Dorta era perentorio.

Andò bene.

Basta, Gemma crebbe sana e forte e a 3 anni sapeva già parlare correttamente  e muoversi per la casa .

Anche troppo.

Ora Giuseppe Dorta sedeva a fianco della bici su un ceppo e lanciava un mazzo di fiori nel canale.

La moglie era rimasta a Torino.

Dopo l’esaurimento non era quasi più uscita di casa e nemmeno al cinema o per un viaggio si schiodava dal divano.

Troppe cose c’erano da digerire e nessuno, nemmeno più lui, forte come un toro, ce l’avrebbe fatta a purgarsi da un ricordo tanto brutto.

Aveva tutto davanti agli occhi e tutto sarebbe rimasto tale per sempre.

Insomma, un bel mattino di Aprile  si era alzato senza svegliare nessuno ed era partito per il consueto giro per i canali, più per formalità che per altro.

Occorreva compilare settimanalmente dei registri e segnalare eventuali irregolarità.

Quel mattino era bel tempo di primavera , così si avviò in bicicletta lungo la strada sterrata : nessuno si sarebbe svegliato al suono della Guzzi.

Mentre Gina dormiva della grossa, Gemma era ben sveglia  , ed avvedutasi della partenza del padre, decise di seguirlo come spesso faceva nei suoi giri.

Uscita sul balcone lo vide lontano e senza disperare scese le scale e prese a correre sul terrapieno.

Fu la questione di un momento.

Nessuno vide cosa accadde, ma ella fu in un lampo rapita dalle acque .

Gina si accorse della mancanza di Gemma solo un’ora più tardi, quando tutto era irreparabile.

Quando Dorta tornò dal giro verso il mezzogiorno, la Centrale era circondata da carabinieri ed un’ambulanza che mesta rimaneva inutilizzata accanto al portico all’ombra.

Dapprima volle pensare ad un forestiero, a Tulu, infine alla moglie ma quando tutti vedendolo sbiancarono e gli fecero luogo, si rese conto dell’immane sciagura.

Un giornalista, venuto da Bra con la vespa, gli sparò un flash in faccia mentre tutti lo fulminavano come a dirgli lascia stare.

La moglie piangeva sconsolata in preda al delirio mentre un medico cercava inutilmente di darle animo.

“ Dov’è Gemma?”

Tulu lo prese per il braccio e lo portò in garage.

Su un tavolo al centro giaceva la spoglia immobile di Gemma, coperta da un telo bianco.

Pareva davvero dormisse e non fosse per le labbra tumefatte e bluastre, pareva persino ridesse.

Dopo un momento Tulu spiegò a Torta l’isteria della moglie, i carabinieri che arrivavano e lui che lesto si apprestava a svuotare le vasche.

Una grata l’aveva trattenuta , quella più bassa a 6 metri.

“ Se no chissà dove sarebbe ora…”

Ma Dorta non sentiva più nulla, piangeva e bestemmiava.

Fino a sera non ricevette nessuno e anche i carabinieri furono comprensivi, rimandando le domande al giorno appresso.

Quando tutti se ne furono andati, restarono il prete e Gosio delle pompe funebri.

Capendo che non poteva esimersi si accordò col prete per la funzione mentre di Gosio ricordava solo le parole mielose e affettate “ Gliela faremo bella, vedrà, un bel marrone chiaro…”

Gli anni erano passati e molte cose erano mutate.

Da Cuneo furono  cortesi e discreti e non ci fu bisogno di molto perché venisse assegnato ad un ufficio a Torino di grande responsabilità .

Il primo anno era tornato, trovando tutto in ordine ma desolatamente vuoto.

Nessuno aveva accettato il posto, creando una superstizione sciocca che sarebbe durata degli anni.

Solo Tulu rimaneva a guardia delle grate mentre un addetto scendeva settimanalmente dalla città a gettare un occhio.

Quel mattino , vestito di tutto punto, era sceso dalla 1100 col suo mazzo di rose bianche e si era diretto al garage.

Trovatolo aperto, riconobbe la vecchia Prina , pur arrugginita.

Una gonfiata alle gomme e di nuovo, come tanti anni fa , lungo il canale.

Era scomparsa l’allegria, la voglia di vivere e di affrontare il domani.

Il sole splendeva inutile e fastidioso.

Piovesse, pensava.

I giorni, tutti uguali e pesanti come macigni, si succedevano inesorabili come condanne.

Gettando le rose , avrebbe voluto gettare anche altro, molto, tutto.

Ma un guizzo, antico come il nascere dei giorni e della vita, glielo impediva.

Forse un domani qualcosa sarebbe mutato, forse una luce nuova avrebbe spento quella fiamma che ancora ardeva e tanto bruciava.

Forse un giorno, vicino o lontano, la vita sarebbe diventata quel che dicono i poeti, o gli innamorati: bella.

Ma sotto quel sole, davanti a quelle acque torbide, difficile sarebbe stato il crederci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 22 febbraio 2016

8 Maggio , X edizione della Bacchettata di Primavera





Come ogni anno la Primavera porterà sole, verde e ...voglia di pedalare.
Sembra ieri che questo raduno di folli con sgangherate bici a bacchetta percorreva le strade di campagna sotto la muta commiserazione dei passanti.
Sono passati 9 anni.
La moda della bici a bacchetta ha preso piede ed in tutta Italia si organizzano raduni simili.


Quest'anno il percorso non seguirà la classicissima pista Bra-Casa del Bosco ma..si sposterà in terra Langarola.
Nessuna collina: una pista piana , su strada bianca ciclabile, che costeggia il fiume  Tanaro e ci porterà dal ponte vecchio di Pollenzo ad Alba.
A metà percorso una pausa letteraria, con racconto inedito.
Giunti ad Alba ( dopo circa 8-9 km), si potrà fare un breve giro per la capitale langarola, fare acquisti a tema enogastronomico e poi..far ritorno sulla medesima strada.
Per il pranzo sarà gradito come ogni anno il contributo di ciascun partecipante, meglio ancora se col prodotto tipico della sua terra.
Se non saremo in troppi...si pranzerà direttamente a casa mia, in mezzo alle nostre amate bici!!!
Come sempre, esto a disposizione per ogni chiarimento ( a.galeasso@libero.it)


In caso di maltempo grave ed annunciato.....sposteremo la data!!!!



mercoledì 10 febbraio 2016

Inattesa: Prina Corsa 1934

Ormai non ho molti dubbi.
Dall'alto Antonio Prina mi sorveglia e guida le sue creature , solo alcune ma belle, presso la mia boita.
Non potrebbe essere altrimenti.
Mettiamo questa Prina.

Non la cercavo, eppure mi fu offerta, smontata e da curare un poco, persino portata a casa.
Non volevo credere fosse una Prina fino a quando il mio nasone non sfiorò l'incavo del forcellino posteriore con la P in bella vista.

Allora si che rimasi a bocca aperta e potei passare a contemplare il resto.
Come ogni parte del movimento centrale marcato Prina 34.
Le pedivelle scanellate e la grossa corona a 48 denti.

I mozzi, finissimi per i tempi, anche essi Prina e dotati di foro per oliatore.
I pedali sono i classici Sheffield anni 30, da corsa mentre il manubrio, strettissimo , è completamente in ferro e con leve saldate anziché fascettate!

Freni a mensola spaiati, come del resto spesso mi è successo su bici ancora più conservate: tutto si rompe e si rompeva!
I cerchi sono quelli da mezza corsa del tempo, in ferro tipo R , stretti da 33 mm e calzano copertoncini bianchi da 1 /4.

La sella l'ho aggiunta io: una Brooks comoda e morbida, con l'immancabile camera d'aria in para di scorta sottostante.
Il parafanghino in alluminio davanti fa quello che può: scena e tanta nostalgia!.

Infine una nota sul telaio: leggero, dal colore blu metallizzato che al tempo sarà stato un non plus ultra, con addirittura il passaggio guaina interno al tubo superiore.
Una macchina affascinante, moderna, aggressiva.

Proprio come la volle il costruttore, che mai mi stancherò di ricordare ed onorare, risponde al nome di Antonio Prina.

martedì 12 gennaio 2016

Ganna modello 7 sport -corsa per signora, fuoriserie e fuoritempo

Sotto una coltre di grigio intravidi qualcosa di bello.

Di raro.
Una bici da corsa, o quantomeno supersportiva.
Per donne.
Anni 40.

Una fuoriserie.
Già la conoscevo per via di un articolo sul blog del buon Paolo, qualche anno fa.
Inoltre il mio studio custodisce al suo interno la sua sorella da uomo del '37.
Insomma, le Ganna sono bici che amo ed ancor più quelle di razza corsaiola.



Quelli erano tempi!
Chi aveva soldi poteva permettersi la bici da corsa in allestimento sportivo ed anche ...la sua signora!
Caso più unico che raro!


Il catalogo del 39 la indica come Corsa , ma con cerchioni tubolari in legno , cambio Vittoria e oliatore al canotto come da tradizione corsaiola.


Quella che presento oggi, recuperata dopo un mese di sverniciatura lenta e attenta, deve essere il corrispettivo sportivo di tale gioiello.


Analizziamola bene.


telaio ultraleggero con forcellini a G tipo corsa tipici ganna.


Le geometrie sono pazzesche: interasse estremamente corto per una posizione di guida raccolta e inclinata in avanti.



Parafango anteriore in due pezzi e posteriore con galletto di svitamento rapido sottostante.




Manubrio Ambrosio lusso con leve orizzontali ( aveva 3 fori per il posizionamento a scelta delle stesse)




Nessuna manopola ma corsaiolo nastro rosso!


Freni Universal brevettati, modernissimi per quei tempi fatti di mensole e fascette!




Ruote da 28 raggiate su mozzi da corsa Ganna con posteriore giroruota :fisso e pignone a 3 velocità.( notare il forcellino con la G)




Cambio Simplex 3v con manettino in ottone I serie, il massimo del periodo!




Copertoni da 28 1/4 completano la belva assetata di strada.


Sella Aquila in crine con coprisella originale del periodo bellico.


Nessun carter!


Pedali in ferro da mezza corsa su Pedivelle Ganna

Sopravvivono ancora le decals sul canotto sterzo e sul parafango posteriore...




Leggera , snella, doveva essere la gioia della signorina che la acquistò in quel triste 1940.




Fuori tempo a causa della guerra, forse non fu mai capita a fondo: il tempo non concedeva svaghi oltre a sopravvivere.



Come lei, altre bici ultralussuose di un periodo nimitabile, (l'apice delle bici a mio avviso)


non ebbero mai la considerazione che meritavano per decenni e molte solo oggi sono apprezzate , fortunatamente!


Chissà cosa avrebbe prodotto ancora l'industria italiana in quegli anni, se il rovinoso conflitto non fosse mai scoppiato.....