Visualizzazione post con etichetta suicidio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta suicidio. Mostra tutti i post
lunedì 6 giugno 2022
Scelte
Basta soffrì/ un ne posso più/,che è st'ansia/ ch' un m ' abbandona chiù?/dicon
sia/ na bella allergia/ se'!/ N' allergia/a la vita mia/annamo dunque/ a daje
paga' Er conto/ annamo ar fiume/ e famo no zompo/ un minuto, due,tre/ caro
dolore, mancato ammore/ vienitene co mme'/ ah siggnori benestanti/ co
milioni/manco tanti/ Er finale Nun ve piace? / comprateve n ammore/ la vera
pace/ o zompate com me'/ ove tutto tace. (galeasso andrea)
Etichette:
Galeasso Andrea,
poesia,
suicidio
venerdì 9 ottobre 2015
Io non seguo, supero!
La moglie giaceva davanti a lui, nel letto di ospedale.
Stupidamente ferma ed ostinatamente sorridente nel rigore della morte.
"Ancora due mesi, tre se va bene" gli disse il Gran Professore dopo la visita in ospedale.
Chiara non era fessa e aveva capito tutto.
Il pianto che fece in auto poco dopo mise fine a qualsiasi discorso.
Fedele al loro stile di vita non si sarebbe curata ma avrebbe vissuto al massimo ciò che immaginava le restasse da vivere.
Angelo avrebbe organizzato un viaggio con degli amici: niente di fuorivia , un bel viaggio nel sud Italia che lei tanto amava.
E proprio al ritorno dal viaggio, il peggioramento, la crisi e la falce che non perdona.
Ora davanti all'ancor bella moglie sdraiata nella bara, Angelo pensava a tutto ciò che di bello erano stati gli anni che li avevano uniti.
I bei viaggi, la casa che si erano studiati a tavolino essendo entrambi brillanti architetti.
Non avendo mai avuto bambini si erano goduti quella malinconia di stanza vuota riempendola con ciò che di bello la vita offriva e no, no davvero, nessun rimpianto per nulla.
Davanti agli amici che si accalcavano contriti opponeva un sorriso quasi demoniaco che molti scambiavano per crisi di nervi.
In realtà Angelo ricordava con fermezza ed assoluta volontà uno dei momenti più belli della loro vita insieme: l'incontro ed il corteggiamento al Liceo.
Chiara aveva due anni in meno e lui se la studiava giorno e notte , senza il coraggio di avvicinarla.
Tutti sapevano di questa passione nascosta , persino Chiara.
Passarono gli anni, venne la maturità.
Chiara sembrava un ricordo ormai sbiadito quando durante una mattina di bighellonata Angelo si imbattè nella classe di Chiara all'uscita dalla palestra nell'ora di ginnastica.
Gli ozii universitari avevano allentato la timidezza del giovane, e senza pensarci si intruppò alla scolaresca.
Per puro caso era venuto a sapere di un alunno che mai si era presentato , tale Rigotti, e nulla fu più facile di entrare in classe, sedersi accanto alla bella Chiara sotto lo sguardo attonito ma attento dei compagni, che tutto sapevano e tutto avrebbero immaginato quel mattino, tranne quel diversivo.
"Nemmeno io sapevo come sarebbe andata a finire" confessava agli amici che anni dopo rimembravano quell'episodio.
Entrata la professoressa di Inglese, all'immancabile appello sgranò tanto di occhi quando alla chiamata del Rigotti rispose Angelo.
"E ti pare il momento di presentarti?"
"Non sapevo fosse iniziata la scuola, da noi non arrivano nemmeno i giornali"
Insomma, da lì a mettersi a fumare con i piedi sul banco il passo fu breve.
"Ma da dove vieni? Fumi in classe e nemmeno segui?"
"Io non seguo, supero!!!!Wrooommmm!!!"
Detto fatto, Angelo, sigaretta in bocca, sfrecciava col banco a mezz'aria per la classe, tra lo sbellicarsi dei compagni e lo sguardo ammirato e divertito di Chiara.
" Rigotti! Fuori! Dal preside!"
Ormai era fatta, e fu facile uscire e defilarsi in strada.
Il caos che ne seguì e il coinvolgimento del vero Rigotti divennero storia da bar e ancora oggi vi è chi favoleggia sull'accaduto aggiungendo qui e là fatti inventati.
Chiara lo amò da quel giorno e ogni giorno con lui fu per lei una copia di quella mattina: calda, emozionante , surreale.
Il corteo si avviava al camposanto e solo lui era rimasto con la salma.
Gli addetti chiesero se potevano chiudere la bara e lui non ebbe esitazioni nel dire di si ed uscire dalla stanza.
Qualcosa ballava in lui come una piccola stella e non riusciva ancora a capire come sarebbe andata a finire, esattamente come tanti anni fa.
Era soddisfatto.
Sereno.
"Noi cominciamo ad andare.Ci vediamo in Chiesa."
Quando tutti furono partiti e anche l'auto funebre si avviava mesta , salì in auto.
"Perché no? " si disse ridacchiando.
La Chiesa e il camposanto erano dall'altra parte della città e si doveva percorrere una piccola tangenziale.
Dopo pochi minuti si accodò alla moglie e rimase parecchi minuti in silenzio.
Dall'avvallamento un camion rimorchio sopraggiungeva e quella piccola pietra dentro prese a ballare sempre più forte: era una risata sonora e piena.
Prese anche lui a ridere , mentre la mano scalava di marcia ed il motore ruggiva a pieni giri.
Gli dispiacque non avere una sigaretta, della bella musica.
Rimase al fianco della moglie per parecchi istanti e in quell'istante estremo, sotto gli occhi esterrefatti degli autisti, la salutò ancora una volta:
"Io non seguo, supero".
Stupidamente ferma ed ostinatamente sorridente nel rigore della morte.
"Ancora due mesi, tre se va bene" gli disse il Gran Professore dopo la visita in ospedale.
Chiara non era fessa e aveva capito tutto.
Il pianto che fece in auto poco dopo mise fine a qualsiasi discorso.
Fedele al loro stile di vita non si sarebbe curata ma avrebbe vissuto al massimo ciò che immaginava le restasse da vivere.
Angelo avrebbe organizzato un viaggio con degli amici: niente di fuorivia , un bel viaggio nel sud Italia che lei tanto amava.
E proprio al ritorno dal viaggio, il peggioramento, la crisi e la falce che non perdona.
Ora davanti all'ancor bella moglie sdraiata nella bara, Angelo pensava a tutto ciò che di bello erano stati gli anni che li avevano uniti.
I bei viaggi, la casa che si erano studiati a tavolino essendo entrambi brillanti architetti.
Non avendo mai avuto bambini si erano goduti quella malinconia di stanza vuota riempendola con ciò che di bello la vita offriva e no, no davvero, nessun rimpianto per nulla.
Davanti agli amici che si accalcavano contriti opponeva un sorriso quasi demoniaco che molti scambiavano per crisi di nervi.
In realtà Angelo ricordava con fermezza ed assoluta volontà uno dei momenti più belli della loro vita insieme: l'incontro ed il corteggiamento al Liceo.
Chiara aveva due anni in meno e lui se la studiava giorno e notte , senza il coraggio di avvicinarla.
Tutti sapevano di questa passione nascosta , persino Chiara.
Passarono gli anni, venne la maturità.
Chiara sembrava un ricordo ormai sbiadito quando durante una mattina di bighellonata Angelo si imbattè nella classe di Chiara all'uscita dalla palestra nell'ora di ginnastica.
Gli ozii universitari avevano allentato la timidezza del giovane, e senza pensarci si intruppò alla scolaresca.
Per puro caso era venuto a sapere di un alunno che mai si era presentato , tale Rigotti, e nulla fu più facile di entrare in classe, sedersi accanto alla bella Chiara sotto lo sguardo attonito ma attento dei compagni, che tutto sapevano e tutto avrebbero immaginato quel mattino, tranne quel diversivo.
"Nemmeno io sapevo come sarebbe andata a finire" confessava agli amici che anni dopo rimembravano quell'episodio.
Entrata la professoressa di Inglese, all'immancabile appello sgranò tanto di occhi quando alla chiamata del Rigotti rispose Angelo.
"E ti pare il momento di presentarti?"
"Non sapevo fosse iniziata la scuola, da noi non arrivano nemmeno i giornali"
Insomma, da lì a mettersi a fumare con i piedi sul banco il passo fu breve.
"Ma da dove vieni? Fumi in classe e nemmeno segui?"
"Io non seguo, supero!!!!Wrooommmm!!!"
Detto fatto, Angelo, sigaretta in bocca, sfrecciava col banco a mezz'aria per la classe, tra lo sbellicarsi dei compagni e lo sguardo ammirato e divertito di Chiara.
" Rigotti! Fuori! Dal preside!"
Ormai era fatta, e fu facile uscire e defilarsi in strada.
Il caos che ne seguì e il coinvolgimento del vero Rigotti divennero storia da bar e ancora oggi vi è chi favoleggia sull'accaduto aggiungendo qui e là fatti inventati.
Chiara lo amò da quel giorno e ogni giorno con lui fu per lei una copia di quella mattina: calda, emozionante , surreale.
Il corteo si avviava al camposanto e solo lui era rimasto con la salma.
Gli addetti chiesero se potevano chiudere la bara e lui non ebbe esitazioni nel dire di si ed uscire dalla stanza.
Qualcosa ballava in lui come una piccola stella e non riusciva ancora a capire come sarebbe andata a finire, esattamente come tanti anni fa.
Era soddisfatto.
Sereno.
"Noi cominciamo ad andare.Ci vediamo in Chiesa."
Quando tutti furono partiti e anche l'auto funebre si avviava mesta , salì in auto.
"Perché no? " si disse ridacchiando.
La Chiesa e il camposanto erano dall'altra parte della città e si doveva percorrere una piccola tangenziale.
Dopo pochi minuti si accodò alla moglie e rimase parecchi minuti in silenzio.
Dall'avvallamento un camion rimorchio sopraggiungeva e quella piccola pietra dentro prese a ballare sempre più forte: era una risata sonora e piena.
Prese anche lui a ridere , mentre la mano scalava di marcia ed il motore ruggiva a pieni giri.
Gli dispiacque non avere una sigaretta, della bella musica.
Rimase al fianco della moglie per parecchi istanti e in quell'istante estremo, sotto gli occhi esterrefatti degli autisti, la salutò ancora una volta:
"Io non seguo, supero".
Etichette:
malinconie allegre.,
Morte,
racconti,
suicidio
martedì 4 agosto 2015
La pioggia è gioia: fine.
"Forse facciamo ancora in tempo.Vai a chiamare il maresciallo, e anche un prete, che non si sa mai."
"Il maresciallo va bene, ma il Prete per cosa? Manco morto quello voleva preti intorno.Tu sai dove andare?"
"C'è solo un posto dove può essere.Io vado là, vedi di prenderti un impermeabile , con questa pioggia c'è da schiattare."
Erano le cinque di mattina e l'autunno piovoso braidese stava infangando le strade e i cuori tanto avvezzi ai soffochi estivi con folate di vento e pioggia.
" Ma quando ti sei accorta che non c'era più?"
" Saranno state le 4, 4.15.Siamo tornati che erano le due, abbiamo parlato poi siamo andati a dormire."
"A dormire.Lasciamo perdere.Porcaccioni."
"A dormire, a dormire.Nello stato che era quel ragazzo, cosa poteva fare?Ad ogni modo, se voi due non gli facevate cosa gli avete fatto, a quest'ora non era ...."
"Se gli è successo qualcosa è colpa tua! Porcona!"
"Pregate voi che non sia già freddo che pende da qualche albero.Impretati buoni a nulla.Gente come voi non meritava un uomo come lui."
"Smettetela.Litigherete dopo.Ora andiamo a cercare mio padre.Se lo merita."
Bernardo partì a tutta birra col Motom che faceva scintille dalla marmitta.Piera inforcò la bicicletta e sparì anche lei nei turbinii della pioggia.
Le strade erano deserte. e le sirene che avrebbero annunciato l'inizio della giornata in fabbrica tacevano mute e umide.
Solo il carretto del lattaio scendeva con fare lento dalla salita del San Michele e Piera ne approfittò per domandare se avesse visto qualcuno salire poco prima.
Con un cenno l'uomo negò e si avviò per la discesa.
La pioggia non accennava a diminuire e la luce fioca del fanale bastava a malapena ad illuminare la strada tra gli spruzzi.
Le ultime case si perdevano al principio della salita.
Un lungo ed immenso rettifilo si perdeva nella campagna sino all'America dei Boschi.
Piera se lo fece tutto col cuore in gola, sino ad arrivare all'osteria del bivio.
Qui lasciò la bici e si avviò col parapioggia in mano verso i boschi.
Non era Eroe e quelle stradette che si perdevano per le salite a tiraculo l'avrebbero persa ben presto, se non avesse visto in fondo alla radura un soprabito famigliare.
" Quel cretino.Se è ancora vivo lo ammazzo io."
Gli ultimi metri che portavano allo spiazzo ed al grande albero sembrò che tutta la pioggia del cielo si sfogasse proprio lì, in quel momento.
Piera appena vide la scena non osò più avvincinarsi.
Bernardo stava aiutando il padre a scendere dai tronchi vicini all' albero al quale stava per appendersi.
Ne aveva già portati due abbastanza grossi per salire e quel particolare, insieme alla corda che penzolava, fecero rabbrividire e svenire Piera.
Passarono pochi istanti,e mentre si riaveva, come per incanto si materializzarono due persone accanto a lei.
Non era certa di essere ancora in sé, ma quella donna gli stava facendo segno di andare col mento, mentre prendeva per mano un ragazzino e lo portava via.
Fu il tempo di aprire gli occhi appannati dalla pioggia, per accorgersi che davanti a lei non c'era nulla.
Andrea era seduto sul tronco, lo sguardo perso nel vuoto.
Non parlava, non accennava a nulla.
Bernardo , come se fosse la cosa più naturale del mondo, aveva preso a slegare la corda dal tronco , e come fu nelle sue mani la gettò dal dirupo sottostante.
E bene fece, perché di lì a pochi minuti giunsero padre e madre col Maresciallo.
"E allora? Son scherzi da fare?" chiosava il maresciallo.
Piera volle alzarsi e prima che Andrea riuscisse a mettere insieme due parole, lo prese sottobraccio e se lo trascinò in disparte.
Per molto parlarono i due, finchè il Maresciallo, convinto e rabbonito a non fare parole e denunce, non si avviò sotto l'ombrello verso la strada che riportava al paese.
Bernardo rimase ancora accanto al padre, senza dire nulla, fulminando con lo sguardo quelli che mai avrebbe accettato come nonni.
Piera si avvicinò e con lo sguardo disse a Bernardo che così andava bene, che poteva tornare a casa.
Bernardo pose un istante la mano sulla spalla del padre, poi corse via giù dalla stradetta coprendosi con la giacca blu.
Andrea continuava a guardare nel vuoto e per un attimo Piera temette qualsiasi gesto.
Poi lo vide piangere, e piangere e le lacrime che si confondevano con la pioggia sapevano di dolce e amaro assieme.
Per la prima volta Andrea si sentì meno solo e le pose un braccio a circondarla.
"Restiamo qui finchè vuoi, finchè non mettiamo le radici, finchè tutta la marmaglia che ti gira dentro non torna seppellita ai piedi di questo albero.Ma una volta uscita, la lasciamo qui.E non torniamo mai più."
"Si"
Passarono i minuti , quindi un'ora, e sempre pioveva e sempre Andrea senza dire una parola piangeva.
Piangeva per gli affetti che non aveva dato e non aveva ricevuto.
Piangeva per chi aveva ucciso e per chi non aveva potuto salvare.
Piangeva infine per sé, per le lacrime che non si era mai permesso di fare sgorgare.
Piangeva per il nero che vedeva davanti a sè.
E Piera gli teneva la mano ed era ancora una volta moglie, madre, amica e sorella.
Sopra di loro vibrò un tuono, secco e crepitante, e temendo il fulmine si alzarono per andare alla stradetta sotto.
Dal basso vedevano alcune nubi diradarsi e il farsi di una mattina che avrebbe portato sole sull'umido del legno del grande albero.
"Andiamo a casa.Ho un mucchio di lavoro da finire in officina.Qualcosa, noi due, faremo."
Non si stupì Piera per quel muro che aveva di nuovo alzato e che tanto somigliava a quello del figlio.
Un giorno forse avrebbe aperto una porta o teso una mano, per far visitare almeno a lei quello che davvero si celava dietro al suo sguardo .
Molte cose avrebbe voluto dirgli, ma sapeva che le parole con lui servivano e non servivano e tutto ciò che doveva fare senz'altro lo fece subito.
Alzandosi lo prese dunque sottobraccio e gli baciò la fronte.
Andrea, con un sorriso, si avviò a passo deciso giù dal sentiero.
Nell'allontanare un ramo che sporgeva sul sentiero la sua testa si voltò e contemplò ancora una volta la spianata.
La pioggia era cessata da poco e un rivolo gli correva accanto al naso.
Che fosse di gioia, questo Piera lo avrebbe giurato.
Etichette:
Galeasso Andrea romanzo,
La pioggia è gioia,
malinconie allegre,
Morte,
suicidio
lunedì 18 agosto 2014
Cicli Chiesa anni 40: la bici, l'uomo.
"Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in paradiso
là dove vado anche io
perchè non c'è l'inferno
nel mondo del buon dio"
(F.de Andrè)
La bici.
Negli anni '40 a Bra, se volevi una bici potevi andare da "Gesot" e fartene fare una su misura senza spendere un'esagerazione.
Questa è una.
Il telaio è di una vecchia balloncina da 26 con serie sterzo tipo gloria e cerchi ballon da 26.
Il mozzo posteriore è un contropedale Torpedo, ancora molto efficace.
Il manubrio è un Ambrosio in ferro , piega Torino, con leva e freno bowden anteriore per una frenata più rapida e sicura.
Guarnitura anonima con disegno tipo gloria e pedali a 6 gommini con catarifrangente aggiunto.
Mozzo anteriore DEA con oliatore a elmo , anni 20.
Notare su entrambi i mozzi le corde in vero cuoio braidese dell'epoca.
Impianto luce Tegif e sebac Astor II al posteriore.
Questa la bici.
Vediamo ora:
L'uomo.
Era un capostazione di Bra, uomo alto e forte.
Si era fatto fare la bici da Gesot su sua specifica.
Voleva un bel contropedale , per frenare anche con la giacca in mano .
Ci teneva e come tutti i Braidesi era giusto nei soldi.
Cosi giusto da non cambiare il supporto della dinamo rotto, ma di farselo saldare alla bisogna da uno dei mille fabbri di Bra.
Abitava in una casa sulla collina con annesso ciabot e crutin, vanto di tutti i Braidesi .
"Bra?ah quel paese che tutti hanno la vigna" diceva il re Vittorio emanuele III.
Bel lavoro, bella famiglia, bella bici dico io.
Ma qualcosa non quadrava.
Sempre quella tristezza alla sera, e poi al mattino e poi tutto il giorno e sempre.
La mancanza di qualcosa.
Il troppo di tutto.
Impossibile sorridere, troppo facile piangere.
E allora quelle gite in bici e i treni e i figli e la moglie e la vita sono di troppo, e bisogna farla finita e senza fare troppo strepito.
Ma non si può.
Allora pazienza.
Qualcuno mi troverà e capirà che ero io, e che non potevo più, e che quella corda la guardavo già da tempo.
E scusatemi se avrete un brutto quarto d'ora vedendomi appeso e vi passerà l'appetito per giorni.
La vita è una bella cosa dicono, ma ci va del coraggio per andare avanti, e, infine, ancor più per lasciare tutto, in quei cinque minuti senza ossigeno che il gesto richiede.
( In ricordo del primo e unico proprietario di questa cicli Chiesa -Bra).
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in paradiso
là dove vado anche io
perchè non c'è l'inferno
nel mondo del buon dio"
(F.de Andrè)
La bici.
Negli anni '40 a Bra, se volevi una bici potevi andare da "Gesot" e fartene fare una su misura senza spendere un'esagerazione.
Questa è una.
Il telaio è di una vecchia balloncina da 26 con serie sterzo tipo gloria e cerchi ballon da 26.
Il mozzo posteriore è un contropedale Torpedo, ancora molto efficace.
Il manubrio è un Ambrosio in ferro , piega Torino, con leva e freno bowden anteriore per una frenata più rapida e sicura.
Guarnitura anonima con disegno tipo gloria e pedali a 6 gommini con catarifrangente aggiunto.
Mozzo anteriore DEA con oliatore a elmo , anni 20.
Notare su entrambi i mozzi le corde in vero cuoio braidese dell'epoca.
Impianto luce Tegif e sebac Astor II al posteriore.
Questa la bici.
Vediamo ora:
L'uomo.
Era un capostazione di Bra, uomo alto e forte.
Si era fatto fare la bici da Gesot su sua specifica.
Voleva un bel contropedale , per frenare anche con la giacca in mano .
Ci teneva e come tutti i Braidesi era giusto nei soldi.
Cosi giusto da non cambiare il supporto della dinamo rotto, ma di farselo saldare alla bisogna da uno dei mille fabbri di Bra.
Abitava in una casa sulla collina con annesso ciabot e crutin, vanto di tutti i Braidesi .
"Bra?ah quel paese che tutti hanno la vigna" diceva il re Vittorio emanuele III.
Bel lavoro, bella famiglia, bella bici dico io.
Ma qualcosa non quadrava.
Sempre quella tristezza alla sera, e poi al mattino e poi tutto il giorno e sempre.
La mancanza di qualcosa.
Il troppo di tutto.
Impossibile sorridere, troppo facile piangere.
E allora quelle gite in bici e i treni e i figli e la moglie e la vita sono di troppo, e bisogna farla finita e senza fare troppo strepito.
Ma non si può.
Allora pazienza.
Qualcuno mi troverà e capirà che ero io, e che non potevo più, e che quella corda la guardavo già da tempo.
E scusatemi se avrete un brutto quarto d'ora vedendomi appeso e vi passerà l'appetito per giorni.
La vita è una bella cosa dicono, ma ci va del coraggio per andare avanti, e, infine, ancor più per lasciare tutto, in quei cinque minuti senza ossigeno che il gesto richiede.
( In ricordo del primo e unico proprietario di questa cicli Chiesa -Bra).
Etichette:
bici a filo,
racconti braidesi,
suicidio
Iscriviti a:
Post (Atom)

