Visualizzazione post con etichetta racconti braidesi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti braidesi. Mostra tutti i post

venerdì 8 febbraio 2019

Gira che ti rigira.

Fa freddo eppure qualcosa da fuori mi chiama.
La luce del primo crepuscolo balugina incerta sopra i tetti di Bra e lo sguardo di mia madre mentre infilo sciarpa e guanti vale già la strada che farò.
" Col freddo che fa" mi dice.
Sorrido.
Guardandole appese  sorrido imbarazzato ma, dico davvero, è dalla sera prima che sento di volerla pedalare.
Sudando come un dannato scarto almeno 8 biciclette prima di togliere dal gancio la vecchia Lygie.
" Freni a tenaglia, gomme giù.." penso .
Una bella gonfiata e qualche pacca di straccio le ridanno il bel vigore  che ancora sa offrire.
Uno dei pochi restauri non miei, ma ben fatto: qualcosa da rivedere c'è,  più avanti. Magari in primavera, penso, mentre già il viale si fa sotto e le prime luci delle auto sfrecciano anonime verso chissà dove.
Pedalo e so già che andare a fare la commissione è solo una scusa e so ancor meglio  come allungare a bella posta il tragitto.
Mille anni che non pedalo eppure la gioia è sempre lei; solo la fatica si sente : gioia pur essa.
Gira che ti rigira tra i dedali che ho amato e ancora desidero finisco sempre al vecchio mercato del bestiame, dove da piccolissimo osservavo le vecchie bici appoggiate alle traverse e mi specchiavo nelle gemme impolverate misurando la mia piccolezza rispetto ai copertoni altissimi.
" Ero piccolo" penso appoggiando la Lygie.
Mi siedo.
Intorno molto è cambiato e molto cambierà ancora, ma se qualcosa vorrei conservare è proprio quella piazza con la terra e i giocatori di bocce e anche le bestemmie e le cappelline d'estate e le canottiere sudate.
Paesani muoiono a frotte e nuova gente e nuove culture  prendono piede nella città: il mondo fila così.
Pure, perché tutto scorra senza rancori e senza troppe rabbie, qualcosa dovrà restare, qualcosa che dia senso e continuità a ciò che fummo per farci migliori e più fermi in ciò che saremo.
Queste e molte altre cose ho pensato, pedalando dopo i cinque minuti di allegra nostalgia sotto quel portico di cemento, tra la polvere ghiacciata di una piazza che non muore.
La bicicletta di queste cose se ne infischia altamente e scorre lieta sugli asfalti in pendenza che mi riporteranno a casa, sudato .
Mia madre, compassionevole, studierà con un'occhiata i miei sudori e, porgendomi qualcosa di caldo sarà lesta a dirmi: gira che ti rigira.



mercoledì 29 giugno 2016

Agli albori: Pietro Mo, Bra 1925

Come ricordavo ieri a un caro amico di bici, la collezione perché sia bella, non deve essere fatta di bici di pregio e di gran lusso.
Deve avere un senso.
Il senso filologico si costruisce negli anni e affinando ciò che le sensazioni ed i desideri suggeriscono, donando forma e sostanza all'accumulo di ruggine e copertoni.
Una delle mie prerogative personalissime è sempre stata quella di ricostruire la storia del ciclismo braidese.

Quando ritrovai questa ex corsa abbandonata da tutti sin da prima della guerra in un rudere in collina, poco mi disse se non la somiglianza del telaio con quella di una Bianchi M del periodo.

Bei freni fascettati, mozzo giroruota, freni all'insù come si costumava negli anni 30.

Il campanello però mi esaltò: Cicli Pietro Mo, Bra.

Avevo scoperto un altro ciclista di Bra!
L'emozione era alle stelle.
Solita ricerca e domande tra gli anziani braidesi, finchè un caro amico di 99 anni, arzillissimo, si ricorda che " quando ero giovane c'era, non ricordo dove.Chiuse che io avevo 16-17 anni...altro non so.."
Insomma, questa fu l'opera di un ciclista che non opera più da almeno 80 anni!
Ultimo bollo pagato: 1938!

Il telaio vide giorni migliori e fu risaldato dopo una bella botta: in effetti ho delle bici che scorrono più diritte ma tanto è...
Sotto la coltre di sporco , morchia e grasso scorgo ancora un bel celestino: davvero difficile sarà stato ai tempi distinguere questo telaio da una ben più cara Bianchi M...

i parafanghi, pur essendo assieme da molti anni, non sono identici: stretto, da corsa quello posteriore, un goccio più largo quello anteriore, ma entrambi con la loro stinta vernicetta azzurrina sottostante...
Probabilmente questo Mo era un assemblatore ciclista che operò pochi anni, e che vendeva alla giornata bici di varia foggia.
Mozzi ANTAR posteriore giroruota!

Oltre al campanello, Mo firmò il portafanale: a distanza di così tanti anni, sarà orgoglioso vedere quella iniziale ancora svettante e imperiosa fendere l'aria  di Bra alla corsa della sua creatura.

Aria, duole dirlo, ben più inquinata e schifosa di quella dei bei tempi andati della Bra Regina di cuoi...

venerdì 13 maggio 2016

Un bel marrone


..."e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno
come le rose "
la canzone di Marinella, F.De Andrè.

Un bel marrone

 

La strada costeggiava il canale, dritta ed impertinente.

Monsù Dorta arrancava pedalando la vecchia bici Prina acquistata in tempo di guerra da un ciclista di Torino poi morto ammazzato.

Ai tempi non era che un impiegatuccio in carriera, ma avendo il gusto del bello e del raro si decise per quella bicicletta dal colore sgargiante oro con filettini rossi e fiamme bleu.

Si era in pieno tempo di guerra, tutti pensavano a salvare la pelle e guardavano poco a certi dettagli, ma essendo lui impiegato presso la fabbrica della corrente elettrica ed essendo essa fabbrica fondamentale  posta sotto il controllo tedesco, non ebbe guai.

Sapeva vivere e sapeva comportarsi:  non mancò mai di omaggiare le mogli dei graduati con qualche bottiglia nascosta al paesello e di imparare le regole fondamentali della grammatica tedesca.

Basta: per lui la guerra non fu altro che un lungo periodo di prova che diede i suoi frutti, portandolo ad essere promosso capo stazione della centrale di Verduno.

Nel frattempo le cose con la giovane  fidanzata Gina si erano messe per il meglio e coi soldi risparmiati avevano finalmente potuto sposarsi con piccolo viaggio di nozze a Sanremo.

Soldi per la casa, non ne sarebbero serviti: essendo lui capostazione aveva diritto all’alloggio insito alla centrale , ammobiliato e confortevole, più un guardiano tuttofare che viveva nel capanno al fondo.

Lasciare Torino per quel posto di canne e rane, non fu facile per nessuno, meno che meno per Gina, abituata alle strade di Torino ed ai lussi della città, pur bombardata.

Certo, lo stipendio è buono, ma che vita faremo qui?”

“C’è aria buona e salubre, staremo meglio vedrai.”

In realtà a quelle parole non credeva nemmeno lui , l’aria era pesante e d’estate le zanzare non davano tregua.

Per un poco andò avanti ed indietro al paese con la fidata Prina, tenuta lustra come un bimbo dal guardiano Tulu.

Tulu si che stava come il papa.

Oltre al buono e sicuro stipendio, all’alloggio gratuito, si procurava un bell’extra con la vendita del pesce .

Funzionava così: una volta la settimana si doveva pulire la grata che bloccava i tronchi e le impurità che passando nelle turbine avrebbero compromesso il macchinario.

Per questo si doveva svuotare la vasca e, con malizia e arte, si riusciva sempre a rimediare qualche decina di chili di pesce.

Le osterie del posto volevano tutti bene a Tulu e quando lo vedevano arrancare con la sgangheratissima bici a scatto fisso anteguerra, sorridevano.

Per anni l’osteria Maiolino di Roreto servì i “barbi della Centrale”.

Dorta lasciava fare: contento lui, pensava, contenti tutti.

Tulu , che fesso non era, capiva e ogni anguilla finita per caso nelle maglie della sua rete si trasformava in uno splendido carpione che la signora Gina sapeva cucinare  par suo.

Dopo 3 anni di sudate e di pedalate si decise: i soldi c’erano, andavano spesi!

Il viale alberato antistante un bel mattino accolse il rombo secco e preciso del 500 Guzzi con sidecar che Torta sognava da tempo.

La moglie sgranò tanto d’occhi e nemmeno una parola , ma solo una lacrima e l’emozione del primo giro sotto il sorriso sdentato di Tulu che faceva segno di si’ con la testa.

Fu con lei che l’estate successiva partirono per la Francia e Madama Gina, giunti sul colle di Tenda, si alzò per gridare agli astanti “ Viva la Guzzi”.

Le cose si mettevano bene.

Erano cominciati gli anni 50 e già qualcosa di benessere, ma solo qualcosa e per pochi.

A Gina cominciava  a stare stretta la vita isolata in campagna e i pomeriggi di nera solitudine quando il marito era impegnato nelle ispezioni dei canali.

Andiamocene. Chiedi il trasferimento.”

“Ma come si fa? E poi la paga è ottima.”

“Non c’è solo quella. Qui non si vive più.”

Dorta andò quindi dal gran capo a Cuneo, vestito col doppiopetto del matrimonio e il profumo all’acqua di colonia.

Parcheggiata la moto nel cortile antistante, salì le scale confortato dallo sguardo del portiere che certo lo aveva scambiato per qualche pezzo grosso.

Dorta aveva passato i 40 anni ma era bell’uomo ed alto, si faceva conoscere e rispettare.

L’ingegnere lo accolse benevolmente e da subito presero a discutere dell’andamento.

Va tutto bene, ma mia moglie , sa….”

“Non si trovano bene nella casa che noi vi offriamo? Benissimo. Potete cercarne una adatta al vostro comodo. Nessuno vi impone di restare colà.”

Insomma, tanto disse che alla fine Torta tornava più disperato di prima.

Andarsene gli spiaceva.

Una bella palazzina così, col guardiano-servitore, quando mai gli sarebbe ricapitata?

Con i soldi dello stipendio che accumulati rendevano una bella somma ogni mese, così che le vacanze estive erano automaticamente pagate.

Insomma, per qualche anno si restava lì.

Gina faticò a digerire la notizia , ma si arrese di fronte alle buone ragioni del marito.

Intanto la famiglia si stava allargando: Gina lo scoprì in Marzo e a quella notizia il marito trasalì.

Non si aspettava di diventare padre, ma la cosa lo riempì di gioia.

Pur con mille pensieri per la testa,  Gina cercò di zittirsi e di compiacere il marito che, a quanto pare, restando buono sarebbe diventato un gran capo anch’egli e avrebbe di certo ottenuto l’ufficio a Cuneo.

Passò l’estate e giunse l’inverno , rigido e freddo.

La piccola Gemma nacque in casa assistita dalla levatrice che, pur con la stufa accesa ed i riscaldamenti al massimo, faticava a scaldare la stanza.

Con questo freddo , stare vicino al canal e non le farà bene. Poi fate voi.”

“ E se la portassimo a Torino? Per un po? Dai miei…”

Non se ne parla. Siamo una famiglia e qui staremo.”

Dorta era perentorio.

Andò bene.

Basta, Gemma crebbe sana e forte e a 3 anni sapeva già parlare correttamente  e muoversi per la casa .

Anche troppo.

Ora Giuseppe Dorta sedeva a fianco della bici su un ceppo e lanciava un mazzo di fiori nel canale.

La moglie era rimasta a Torino.

Dopo l’esaurimento non era quasi più uscita di casa e nemmeno al cinema o per un viaggio si schiodava dal divano.

Troppe cose c’erano da digerire e nessuno, nemmeno più lui, forte come un toro, ce l’avrebbe fatta a purgarsi da un ricordo tanto brutto.

Aveva tutto davanti agli occhi e tutto sarebbe rimasto tale per sempre.

Insomma, un bel mattino di Aprile  si era alzato senza svegliare nessuno ed era partito per il consueto giro per i canali, più per formalità che per altro.

Occorreva compilare settimanalmente dei registri e segnalare eventuali irregolarità.

Quel mattino era bel tempo di primavera , così si avviò in bicicletta lungo la strada sterrata : nessuno si sarebbe svegliato al suono della Guzzi.

Mentre Gina dormiva della grossa, Gemma era ben sveglia  , ed avvedutasi della partenza del padre, decise di seguirlo come spesso faceva nei suoi giri.

Uscita sul balcone lo vide lontano e senza disperare scese le scale e prese a correre sul terrapieno.

Fu la questione di un momento.

Nessuno vide cosa accadde, ma ella fu in un lampo rapita dalle acque .

Gina si accorse della mancanza di Gemma solo un’ora più tardi, quando tutto era irreparabile.

Quando Dorta tornò dal giro verso il mezzogiorno, la Centrale era circondata da carabinieri ed un’ambulanza che mesta rimaneva inutilizzata accanto al portico all’ombra.

Dapprima volle pensare ad un forestiero, a Tulu, infine alla moglie ma quando tutti vedendolo sbiancarono e gli fecero luogo, si rese conto dell’immane sciagura.

Un giornalista, venuto da Bra con la vespa, gli sparò un flash in faccia mentre tutti lo fulminavano come a dirgli lascia stare.

La moglie piangeva sconsolata in preda al delirio mentre un medico cercava inutilmente di darle animo.

Dov’è Gemma?”

Tulu lo prese per il braccio e lo portò in garage.

Su un tavolo al centro giaceva la spoglia immobile di Gemma, coperta da un telo bianco.

Pareva davvero dormisse e non fosse per le labbra tumefatte e bluastre, pareva persino ridesse.

Dopo un momento Tulu spiegò a Torta l’isteria della moglie, i carabinieri che arrivavano e lui che lesto si apprestava a svuotare le vasche.

Una grata l’aveva trattenuta , quella più bassa a 6 metri.

Se no chissà dove sarebbe ora…”

Ma Dorta non sentiva più nulla, piangeva e bestemmiava.

Fino a sera non ricevette nessuno e anche i carabinieri furono comprensivi, rimandando le domande al giorno appresso.

Quando tutti se ne furono andati, restarono il prete e Gosio delle pompe funebri.

Capendo che non poteva esimersi si accordò col prete per la funzione mentre di Gosio ricordava solo le parole mielose e affettate “ Gliela faremo bella, vedrà, un bel marrone chiaro…”

Gli anni erano passati e molte cose erano mutate.

Da Cuneo furono  cortesi e discreti e non ci fu bisogno di molto perché venisse assegnato ad un ufficio a Torino di grande responsabilità .

Il primo anno era tornato, trovando tutto in ordine ma desolatamente vuoto.

Nessuno aveva accettato il posto, creando una superstizione sciocca che sarebbe durata degli anni.

Solo Tulu rimaneva a guardia delle grate mentre un addetto scendeva settimanalmente dalla città a gettare un occhio.

Quel mattino , vestito di tutto punto, era sceso dalla 1100 col suo mazzo di rose bianche e si era diretto al garage.

Trovatolo aperto, riconobbe la vecchia Prina , pur arrugginita.

Una gonfiata alle gomme e di nuovo, come tanti anni fa , lungo il canale.

Era scomparsa l’allegria, la voglia di vivere e di affrontare il domani.

Il sole splendeva inutile e fastidioso.

Piovesse, pensava.

I giorni, tutti uguali e pesanti come macigni, si succedevano inesorabili come condanne.

Gettando le rose , avrebbe voluto gettare anche altro, molto, tutto.

Ma un guizzo, antico come il nascere dei giorni e della vita, glielo impediva.

Forse un domani qualcosa sarebbe mutato, forse una luce nuova avrebbe spento quella fiamma che ancora ardeva e tanto bruciava.

Forse un giorno, vicino o lontano, la vita sarebbe diventata quel che dicono i poeti, o gli innamorati: bella.

Ma sotto quel sole, davanti a quelle acque torbide, difficile sarebbe stato il crederci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

mercoledì 29 aprile 2015

Gira la ruota



(Maino del 1910 modificata da donna, cerchi 28 3/8, sella Pullman in cuoio, leva rovesciata per frenaggio anteriore come da catalogo)


Ci fu un tempo nel quale la famiglia dei Cànova era la prima del paese.
I Cà nova devono questo nome ad un’antenata , Ghitina, che rimasta figlia sola di 3 fratelli morti per accidente, ereditò tutta la fortuna del padre, un ricco possidente.
Ghitina aveva allora neanche venti anni ed il padre decise di far dono a lei e al suo fidanzato di una stupenda casa appena fuori del paese.
Da allora e per due generazioni la famiglia visse ricca e prospera nel lusso che il paese e il tempo poteva offrire.
A quel tempo si vendevano forte pellami, a Bra, e Guglielmo, il figlio di Ghitina,  lavorava giorno e notte alla conceria del padre  che da piccola e con due operai era diventata una grande industria sulla strada per la Riva.
La moglie gli aveva dato un figlio, Mariolino: nulla pareva potesse andare meglio.
Venne la guerra, e con la guerra soldi a palate dalla vendita dei pellami che l’esercito continuava a chiedere per le commesse militari.
La fine fu una benedizione per quasi tutti gli italiani ma non per i Cà nova, che esaltati dai guadagni perpetrati a spese della povera gente, cercavano con ossessione una via che li portasse ancora più in alto.
Fu l’esponente del nuovo partito fascista, tale Guerra, che lo convinse che a sostenere questo partito ci sarebbe stato da guadagnarne per tutti, in tutti i sensi.
Voi ci date  un milione ora, e questo milione negli anni noi ve lo daremo centuplicato.Parola.”
Basta, tanto disse che Guglielmo sborsò l’enormità ( persino Mussolini gli telefonò a congratularsi, dicendo ..”qualsiasi cosa abbiate bisogno…”
Quello fu l’inizio dell’ascesa che porterà i Cànova  ad estinguersi quasi del tutto.
Gugliemo , come era prevedibile, finì a Roma e non ci mise molto ad adattarsi al lusso ed alla vita che la sua nuova condizione gli forniva.
Mariolino e la moglie Cetta preferivano restare in Piemonte, e lui nulla ebbe da obiettare.
Non sapete cosa perdete “diceva sempre alla famiglia ed ai paesani che lo circondavano certe domeniche chiedendo di Mussolini e della politica.
Ma di politica Guglielmo se ne curava poco.
A lui bastavano le commesse che l’esercito continuava a domandare e della sua fabbrica di pellami che stava diventando la più grande  in italia.
Passarono gli anni, e con essi la giovinezza di Mariolino che imparava ad andare in bici sulla Maino del papà, una delle bici più lussuose del paese e che usava di nascosto solo quando lui era a Roma.
Perché anche  avendo ora la Balilla e un autista, non dimenticava nulla dei suoi possedimenti , nemmeno una briciola sfuggita ad una domestica nella cucina.
Arrivò la guerra, arrivarono altre commesse e Guglielmo era contento come mai.
Questa guerra porterà ricchezza all’Italia, e a lei caro Guglielmo” continuava a ricordare crapapelata.
Purtroppo le cose iniziarono ad andare storte nel 1943.
Guglielmo perse d’improvviso ogni fiducia e altrettanto fecero i suoi operai nella conceria appena fuori del paese.
Prudenzialmente decise di spostare la moglie il figlio ormai prossimo alle armi in un casolare sperduto su tra i monti , mentre lui avrebbe affrontato la cosa “da uomo, sino all’ultimo”.
Così decise di morire quando una ventina di operai, capeggiati dal comando partigiano, lo costrinsero al muro contro le pelli stese ad asciugare.
Non volle vomitare parole contro al mare di insulti che gli piovevano, non voleva sprecare quegli ultimi istanti.
Come suo padre , e così il padre di suo padre, aveva creduto nell’eterna salita, in una rimonta che affondava le radici nel fondo dei secoli.
Stavolta era andata così.
Pazienza, pensava.
Chissà Mariolino.
Ormai erano tutti spianati contro di lui e l’unica cosa che gli venne facile fu un sorriso al ricordo di Mariolino allegro, che scorrazzava per il prato davanti a casa.
Poi basta.
Cetta la presero che andava a prendere il latte dal margaro.
Forse fu lui a fare la spiata.
Nemmeno si accorse del mitra che la freddava in mezzo alla strada.
Mariolino si salvò per miracolo.
A causa di un’otite era partito per fare delle cure ad Acqui terme e , chiuso nell’albergo e registrato a nome falso, con una barba così, era sfuggito ai rastrellamenti partigiani che pure erano stati minuziosissimi.
La guerra era finita.
La famiglia, il patrimonio, erano perduti.
Per fortuna , dopo i primi giorni di terrore e di insulti, era riuscito a rientrare nella vecchia casa ormai diroccata.
Aveva una morosa, Tilde, che pochi mesi dopo avrebbe sposato e nel '47 gli avrebbe dato una bella bimba, Rosa.
Le feste, i balli, la grande allegria erano per lui fonte di continua tristezza e malinconia.
Non eran più suoi quegli anni, ma si consolava con la bella bimba che prendeva le caratteristiche del padre.
Chiusa, taciturna  ma molto furba e arguta.
Quando venne il tempo per tilde di andare in bicicletta, Mario pensò alla vecchia Maino.
Era ancora là, appoggiata al fondo del garage oltre la macchia d’olio, unico ricordo dei tempi della Balilla.
La guardò.
Chissà cosa direbbe il vecchio” pensò.
Le gomme tenevano ancora , e la ruggine era l’unica testimone delle due guerre che aveva visto.
Con gioia e con rabbia, si recò dal ciclista , che fu colto da stupore nel vedere quel mezzo.
Ma è ancora lei?Oh Dio Santo.Questa bici ha una storia.Ma sei poi sicuro?”
“Vai avanti.“è un lavoro lungo.vai a casa, torna stasera.”



“ No, voglio vedere.Cose mie.”

“Sei ancora  a tempo.Pensaci.Se vuoi una bici da ragazza te la do io.Me la pagherai quando puoi.”

“No, mai chiesto sconti, mai chiesto crediti.Ho la bici.pagherò la modifica.”

“Come vuoi.Parati solo gli occhi quando saldo.”

Dopo un mezzo pomeriggio, tagliando e abbassando, la vecchi Maino prese un aspetto inconsueto.Nel prezzo Burdeis ci mise anche due vecchi parafanghi sciancati che aveva adattato alla bell’è meglio.

Il carter mancava e a nulla valsero le sue insistenze.

Si farà furba.è sempre mia figlia, o no?”

“Quanto devo?”

“Mille lire.Va bene?”

Dalla tasca Cànova tirò fuori i due grandi biglietti piegati come si conviene a qualcosa che conta, e senza fiatare li presentò al ciclista.

Non garantisco vada dritta.Provala.”

Senza fiatare e senza girarsi inforcò la bici e sparì oltre la caserma.

Era orgoglioso per ciò che aveva fatto, e pensò alla faccia della bambina quando avrebbe visto la sua nuova bici.

Passarono gli anni.

Rosa era diventata una bella ragazza, slanciata, e avendo studiato si era impiegata al locale ospedale.

Ora usciva con un medico e il padre, vedendo l’antica gloria dei Cà nova risorgere, osservava inorgoglito la fiammante spider con la quale il futuro genero veniva a trovare la figlia.

Ma non scordava  quel momento nel quale tutto parve scomparire , e con esso anche lui.

Per questo , anche nelle fredde sere invernali, inforcava la vetusta Maino e con la mantella girava per il paese.

A quelli che lo indicavano, leggendogli la vita del nonno e del padre, guardava con mestizia, dicendo, ma non a tutti, “la ruota può sempre girare”.

martedì 3 febbraio 2015

la pioggia è gioia (20)





"Cosa succede?"
"Vai dalle magne stasera.Alle 9.Devono dirti."
"Non mi piace quelle donne.Sanno di sporco.Devo proprio?"
"Per me fai cosa vuoi.Io dico che se vai capisci meglio, poi fai tu.Se vieni ci vediamo là."
"Proprio della mia razza.Non strappa una parola che sia una "pensava Eroe.
"Vengo,dille che vengo.Ma nessuna moina o giro inutile.Se c'è da parlare si parla."
"Si capisce.A stasera."
Quella sera Eroe trovò più silenzio in casa e i suoi che gli sorridevano come si fa a un malato che deve morire.
Come a quel fascista che avevano dovuto consolare e raccontare barzellette prima di fucilarlo fuori, sull'aia.
"Qui cosa capita? Devo sapere qualcosa?"
"Le magne stasera.Ti diranno delle cose.ma tu non credere a tutto.Ascolta bene  e fai tesoro.Situazione brutta la tua, ma se non ti agiti tanto va a finire che hai ancora da far guadagno.Muovi poco, ascolta tutto."
"Oh padre, qui mi si nasconde qualcosa.Lo vedo, non son gabbia.Parlate voi, che siete famiglia."
"Ma si, tanto vale dirtelo.No,madre?"
Dall'angolo lei approvava con la testa, zitta, pulendo i fagiolini e gettando le teste in un catino di ferro.
"Insomma, noi si sapeva tutto.Da anni.Il patto era che Bernardo, quando avesse avuto voglia e coraggio, ti avrebbe detto tutto, e così è stato.Per proteggerti.Chissà cosa faceva una testa come la tua.Devi capirci, è stato a fin di bene.Mica è stato facile per noi.No, non fare quella faccia, fammi andare avanti.Con le magne abbiamo parlato.Loro avrebbero provveduto a tutto perché Bernardo stesse bene e avesse di che vivere.Sono ricche loro, hanno 4 cascine, ma lo sai.Il fatto è che loro sono imparentate con la madre, e  dove sia lei , questo non posso dirlo.Quando andranno in cielo, e non manca molto con gli anni e le sciatiche che hanno, quella roba sarà di Bernardo.E tua.
Quindi stasera vai lì, ascolti e non fai le tue solite piazzate partigiane.Nessuno ti fucilerà e non fucilerai nessuno.Capito?"
Ad Eroe montava una rabbia nera, ancor più vedendo madre che dall'angolo piangeva e continuava ad annuire.
"Perché  questa scenata? Perché questi misteri? Sono o non sono vostro sangue? Cosa potevo fare se non volergli bene come a un figlio?Come e più di quello che avete voluto a me?Se volevate bene davvero dovevate parlare e non tacere.Capisco quel tedesco biondo, ma voi, voi no.
Andrò. Non finisce qui."
Andò a piedi.
Non aveva testa per guidare.
Passeggiare sarebbe servito a pensare, a dar sfogo ed a non arrivare con i bollori in 5 minuti per magari rovinare tutto con una sfuriata.
La sera portava odore di tini e di mosti, la vendemmia era andata bene quell'anno e Andrea pensava al buon vino che si sarebbe bevuto all'osteria di Luigi, su a La Morra.
Ci sarebbe stato da bere proprio due dita in quel momento, per non pensare e non agitare, per vedere chiaro con la vista annebbiata.
La piazza del pascolo si apriva come le gambe di una donna e faceva piacere buttarcisi dentro in quegli odori di vino e di tannino delle industrie.
Nessuno girava a quell'ora, essendo ora di cena e di piedi fermi sotto al tavolo.
Eroe sentiva il solito formicolio di quando devi essere attento e con occhi dritti, perché pur essendo solo donne erano le magne di Bernardo e sapendone una più del diavolo su tutto e tutti conoscevano di lui vita e miracoli.
Entrando nel fresco della campagna Eroe ebbe un brivido.
Già le luci della città erano un lontano brulichio, quando udì lo scoppiettare di un motore.
Era Tale della Tagliata che con la sua vecchia BSA tornava a casa con le ceste vuote.
Vedendolo, lo riconobbe e volle a tutti i costi dargli un passaggio.
Attaccato al vecchio giaccone di pelle , sobbalzando sui ciottoli della stradina, Andrea pensò a quanto era che non sentiva il freddo della notte assieme ad un motore, ad un amico, ad un osteria da prendere di mira.
Avere venti anni, pensò.
Ma ecco che già  l'aia si faceva sotto le ruote spesse e fruste del BSA e con un cenno Tale salutò, la segala tra i denti neri.
Le vecchie, sospettose com'erano, avevano già aperto la porta e guardavano con sdegno e disapprovazione Eroe che si puliva i calzoni con una mano.
"Vecchie bagasce "pensava sorridendole.
"Buonasera" risposero loro nette e crude.
L'aria nella casa sapeva di mele e umido, dalla scalinata subito di fronte tirarono a destra , dove il fuoco scoppiettava allegro e quattro tazze di caffè fumavano liete sul tavolo.
"E allora."
"E allora ditemi voi.Bernardo mi ha detto di venire ed eccomi qui.Avanti, sono pronto, ho fatto la guerra."
"Sappiamo, sappiamo.ma qui non si tratta di fare guerre o ammazzare gente.Si tratta dell'avvenire.
Se era per noi si poteva benissimo andare avanti come sempre.Ma questo ragazzo si fissa che dobbiamo parlare e parlare e andare a fondo delle cose.Mah.Tempi di oggi dove i vecchi si sorpassano senza ritegni."
"Cosa volete da me?"
"Bernardo vuole che tu sappia come sono andate le cose.Perchè, non lo sappiamo neanche noi.Chi era la madre lo sai , no?Questo almeno, lo sai?"
"Si capisce.Mai più vista."
"Cosa che non sai è che prima della  guerra, dopo che coi suoi è andata in una cascina dalle parti  di Pavia, è scappata il mese dopo  a Milano con un bel capomanipolo, il Guerra..Solo  due mesi dopo si è accorta del fatto, ed è tornata di nascosto qui in cascina a metterlo al mondo.Figurarsi il Guerra, l'avrebbe eliminato subito, ma lei...La conoscevi no?
"Vai avanti."
"E allora esce al mondo Bernardo e subito sembra che lo vogliono tenere.Poi salta su una vecchia che si scopre essere la madre del Guerra che lo minaccia davanti a tutti se porta a casa un bastardo, già la storia di una di 16 anni con uno di 40 la inviperiva, ma altri tempi.In due ore avevano deciso, con lui che scappava con l'autista a Milano e lei in lacrime di sopra.Basta: appena svezzato lo ha lasciato qui rimandando sempre il momento di venirti a cercare.Ti avrà scritto cinquanta lettere che non ha mai avuto il coraggio di portare, ma neanche di bruciarle.Era una bambina, ancora, non potevo dirle nulla.Le aveva nascoste sotto un mattone di sopra.Dove due anni fa Bernardo le ha trovate."
"Che ne è stato di lei?"
"Mai più tornata.Quel fascista la teneva sotto chiave dopo averla sposata, l'anno dopo.Solo una volta è passata tutta ingioiellata della festa , come una foresta qualsiasi, per comprare delle uova.Vedendola mi è venuto un colpo ma lei con gli occhi mi ha guardato come la morte, come a dire Zitta o Muori!.Bernardo era fuori nel fosso che giocava con le rane , ma lei dopo uno sguardo se ne è andata.Dicono che durante la guerra facesse  la spia sulle montagne e che un partigiano l'abbia scorciata assieme a delle altre, nel '44."
"Non fu nei bombardamenti, come mi dissero?"
"No.Se ti avessero detto che era  contro i vostri, uno come te minimo la andava a cercare.E chissà che fine facevi, già ti è andata bene in mezzo a questi boschi."
"Pà e madre sapevano?"
"Gliel' ho detto una volta subito passata la guerra.Il bambino cresceva e finchè c'era guerra nessuno diceva nulla,ma poi una volta arriva il messo comunale e chiede i documenti.Gli faccio: la madre è morta il padre era un fascista, cosa devo dirvi?Basta, voleva un padre e una madre.Allora con tua madre l'aggiustammo col Sindaco che acconsentì a prendere il nostro cognome come zie.Lei voleva dirtelo, ma in quegli anni eri ancora come un mitra, saltavi su per ogni cosa e pensammo che era meglio non dire nulla a nessuno.Meglio, no?"
"Un paio di balle meglio.Potevate dirmelo che si sposava, o quando stavo per crepare, vecchie bagasce.Cosa sono?Un cane?Eh?"
"Primo, hai poco da arrabbiarti.Potevi anche sapere nulla e per noi era meglio.Ma siccome Bernardo ci teneva, ecco fatto.Hai poco da prendertela, se non con te stesso.In fondo è figlio tuo, o no?Secondo, hai solo da guadagnare.Cia era ricca da fare schifo, quel fascista ha rubato Dio solo sa quanto e qui in cascina...."
"Zitta"Stai zitta, piattola !"
"Ma si, giusto che sappia.Bernardo è ricchissimo.Nel '45 la madre del Guerra è passata di qui, mezza impazzita, gli avevano appena fucilato il marito e il figlio.Insomma, passa, entra-era seduta dove siamo ora ,mi sembra di vederla- e fa: sono sola al mondo.Non ho eredi.Tra poco morirò, sto male.Prendete, a voi servirà di più.E tira fuori una valigia.A tutta prima non faccio caso, tanto aveva gli occhi stralunati.Mi bacia sulle guance e se ne va.Io, apro e guardo: in quella borsa c'erano ,se va bene, tre chili d'oro.Lingotti.Oro: capisci?"
"Morissi e ti venisse un accidente..."
"Stai zitta, ormai è dentro.Insomma, lo nascondo in soffitta sotto una trave marcia e lo lascio lì.Neanche Bernardo lo sa.Ma quell'oro, mi son detta, sarebbe servito a Bernardo a farsi una vita, una famiglia.Dipende anche da te, adesso."
"Perché Bernardo non lo sa? Perché non lo avete mandato a studiare?"
"Quel tedesco? avrebbe bruciato non solo i libri, ma la scuola intera...però è un buon ciclista, quella è la sua strada.E la tua a quel che ne so.Che intendi fare?"
"Voglio sapere.Non credo ancora  a tutte queste morti.Ai miei potevi anche contarla, son vecchi e ingenui.Ma io ho fatto la guerra, ho ammazzato.Tu sai cose che devi dirmi, stasera.Voglio sapere."
"Da qualcuno deve aver  preso quel tedesco..sei proprio sicuro ?Non son belle cose."
"Si.Se sai qualcosa parla."
"Dopo.Dopo il caffè.Abbiamo già fatto troppe parole e ho la bocca asciutta."






















lunedì 18 agosto 2014

Cicli Chiesa anni 40: la bici, l'uomo.

"Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in paradiso
là dove vado anche io
perchè non c'è l'inferno
nel mondo del buon dio"
(F.de Andrè)

La bici.

Negli anni '40 a Bra, se volevi una bici potevi andare da "Gesot" e fartene fare una su misura senza spendere un'esagerazione.
Questa è una.
Il telaio è di una vecchia balloncina da 26 con serie sterzo tipo gloria e cerchi ballon da 26.
Il mozzo posteriore è un contropedale Torpedo, ancora molto efficace.

Il manubrio è un Ambrosio in ferro , piega Torino, con leva e freno bowden anteriore per una frenata più rapida e sicura.

Guarnitura anonima con disegno tipo gloria e pedali a 6 gommini con catarifrangente aggiunto.

Mozzo anteriore DEA con oliatore a elmo , anni 20.

Notare su entrambi i mozzi le corde in vero cuoio braidese dell'epoca.
Impianto luce Tegif e sebac Astor II al posteriore.

Questa la bici.
Vediamo ora:

L'uomo.

Era un capostazione di Bra, uomo alto e forte.
Si era fatto fare la bici da Gesot su sua specifica.
Voleva un bel contropedale , per frenare anche con la giacca in mano .
Ci teneva e come tutti i Braidesi era giusto nei soldi.
Cosi giusto da non cambiare il supporto della dinamo rotto, ma di farselo saldare alla bisogna da uno dei mille fabbri di Bra.

Abitava in una casa sulla collina con annesso ciabot e crutin, vanto di tutti i Braidesi .
"Bra?ah quel paese che tutti hanno la vigna" diceva il re Vittorio emanuele III.
Bel lavoro, bella famiglia, bella bici dico io.
Ma qualcosa non quadrava.
Sempre quella tristezza alla sera, e poi al mattino e poi tutto il giorno e sempre.
La mancanza di qualcosa.
Il troppo di tutto.
Impossibile sorridere, troppo facile piangere.
E allora quelle gite in bici  e i treni e i figli e la moglie e la vita sono di troppo, e bisogna farla finita e senza fare troppo strepito.
Ma non si può.
Allora pazienza.
Qualcuno mi troverà e capirà che ero io, e che non potevo più, e che quella corda la guardavo già da tempo.
E scusatemi se avrete un brutto quarto d'ora vedendomi appeso e vi passerà l'appetito per giorni.
La vita è una bella cosa dicono, ma ci va del coraggio per andare avanti, e, infine, ancor più per lasciare tutto, in quei cinque minuti senza ossigeno che il gesto richiede.


( In ricordo del primo e unico proprietario di questa cicli Chiesa -Bra).

sabato 9 agosto 2014

La pioggia è gioia (19)

La rivide appena tornato.
Erano degli anni che non lo incrociava più.
Sempre la stessa faccia, quel volto di chi ha perso tutto e non risalirà mai la china.
Quando furono dalla pesa, si fermarono.
Tutti e due.
Senza parlare.
Brigida era una donna grande e forte e non avrebbe dimostrato più dei suoi cinquanta anni, se la guerra non l'avesse rapinata.
Abitava col marito e i suoi sette figli oltreferrovia , e si vedeva poco nelle vie centrali, avendo il marito e i figli da accomodare ogni santo giorno.
"Sembra ieri."
"Dillo a me, dillo.Me lo vedo tutti i giorni.Con quella lingua fuori, povero figlio.bastardi porci, all'inferno loro e tutti."
"Potevo fare niente.Solo uscire e morire con lui.Sarebbe servito?"
"No.Però eravate della leva e scusami se te lo dico, ma quando ti vedo mi monta una rabbia.Chissà come sarebbe adesso."
Eroe non aveva parole, solo una lacrima da offrirle , e lei la vide e vedendolo fermo gliela accarezzò quella lacrima, come fosse suo figlio Onorino lì presente a guardarla e a non dir nulla, chiedendo scusa di non averla accompagnata per quegli anni.
Era ancora dietro a quei cespugli Eroe, e non si muoveva da 6 anni.
Quel ragazzo aveva il volto di un bambino e la sincerità d'un uomo.
Da troppo poco era stato inserito per fare certi gesti ma aveva fegato e aveva colpito il comandante per quel suo sguardo e la risposta pronta e quel giorno nei boschi si doveva bloccare un dieci quindici tedeschi .
Più si era meglio era.
Andò bene fino alla rocca, dove poco prima era stato falciato l'eremita delle rocche.
Quando cominciarono a vederli scendere, erano dieci.
Seguiti da altrettanti e altrettanti.
Troppi.
Eroe e il comandante si lanciarono un'occhiata come a dire Diocristo, siamo tutti morti.
A uno dei militi partì un colpo e allora gli ultimi, che erano ancora sottocosta, pensarono che la battaglia fosse già nel buono e si lanciarono.
Fu in quel momento che Eroe lo vide ancora, e lo vide libero e per l'ultima volta.
In un attimo lui e Sten furono circondati e fu un caso che non venissero trucidati subito.
Il comandante crucco impartì quelli che erano ordini severissimi e nemmeno fecero a tempo a perlustrare che in cinque minuti erano già giù dalla rocca.
Eroe non capì mai quella cosa, ma se era vivo lo doveva anche a quegli ordini e a quella fretta generata dall'irruzione di Onorino e Sten.
Sten lo stordirono ,Onorino gettò il fucile e alzò le mani.
Il comandante, che aveva pochi anni più di lui, biondo come e più di lui, se lo vide venire davanti con una fierezza che sapevano avere in pochi a quell'età.
Si guardarono negli occhi, con coraggio.
"Se mi deve far fuori faccia pure, il mio dovere l'ho fatto."
"Gut, gut, ragazzo in gamba, bravo"
Poi lo presero e lo portarono in città.
Per due giorni nessuno ne seppe nulla e solo la madre lo vide dall'inferriata della caserma, magro e pallido.
Forse li scambiavano, i compagni avevano mandato dei messaggi.
Fu un 2 Agosto che il comando decise di trasferirli a Torino e partirono con camion e moto e  prigionieri a piedi legati quasi trascinati.
Brigida, in silenzio , lo accompagnò dal ciglio sfidando le ire dei tedeschi e del marito, quasi presagendo la farsa.
Faceva un caldo del diavolo e tutti sudavano come bestie, meno i tedeschi imperterriti nelle loro divise cachi e teschi.
Quando ebbero fatto lo stradone che da Bra porta a Sommariva, di colpo davanti ai giardini della stazione il biondo comandante fermò il corteo.
I giardini erano freschi e belli, e sulle panche sedevano vecchi a ricrearsi dal gran soffoco.
Di colpo, si alzarono spaventati e rientrarono.
In un angolo d'ombra, con secchi ordini in tedesco impartì l'esecuzione.
Una corda fu gettata su un albero, e nel vederla impallidì più la madre che il ragazzo.
Ora malediceva tutti, cercava anche lei la morte,chiedeva di essere uccisa al posto suo.
Cinque minuti e tutti e due pendevano a lingua fuori, gli occhi sbarrati che uscivano dalle orbite.
Ancora oggi Brigida si chiede come possa morire così in fretta un uomo, un figlio che ci hai messo 17 anni a crescere e in due minuti te lo vedi penzolare da un tiglio per ordine di uno come lui, solo, più malvagio e d'altra nazione.
Per tre giorni furono piantonati , dovevano fare da esempio, e finchè ci furono i militi nessuno potè staccare il povero giovane , con gli occhi e la lingua fuori e più nulla del fiero uomo che era stato.

"Abbiamo provato tutto, tutto.Cosa ne parliamo a fare?"
"Potevate provare a non metterlo in mezzo, vigliacchi.Lo so che eravate nascosti, l'Eroe quella volta dove era?Solo quando hanno messo la pietra a ricordo siete usciti.bella gente di partigiani.Ma nascondetevi, pieni di zuppa."
E dopo averlo guardato con disprezzo, si rimise il faldone d'erba sulle spalle e non gli lasciò replica.
Ora si che si sentiva fregato.
Fottuto proprio.
Non rimpiangeva nulla e sapeva che quella volta uscire sarebbe stato morire.
Ora, restava solo dare un senso a quel sopravvivere , a quel sacrificio che aveva fatto perchè lui fosse lì, vivo e in salute, in quel maledetto 950.
Guardando Brigida attraversare la ferrata, alta e rigida nei suoi 50 anni, Eroe non potè non pensare a quanto bastarda sia la vita, a come sia ingiusta e misteriosa.
Da lontano, qualcuno lo stava chiamando.






lunedì 26 maggio 2014

il prezzo dell'oro.





La notte mandava odori di fieno e terra umida, mentre sopra la salita un manto di stelle pareva un vortice di luci di natale.

Chino spingeva la bici con forza, sudando e facendo attenzione alle siepi ed ai fossi.

In quei giorni ci si poteva aspettare qualsiasi cosa a qualunque ora, e non si sarebbe stupito di trovarsi davanti il suo migliore amico, sten puntato, a minacciarlo o a trucidarlo senza dire amen.

Per quello stava andando alla spianata della Serra.

Per levarsi da quel mondo che la vita gli aveva riservato, dopo anni di schiavenza in cascina, la fidanzata incantonata a 16 anni e un figlio che stava venendo su grande come la fame e poco o nulla da mangiare a casa.

Perché a 20 anni uno ha voglia di vivere e alzare la cresta, e questo andare in giro coi ragazzini a rischiare la pelle e bruciare cascine che magari la prossima sarà la tua , non gli andava proprio più  giù.

Chino sapeva cosa era la fatica, e sapeva le sette croste del pane, ed ognuna era una camicia sudata e ossa rotte, come per comprare la bici, che aveva dovuto litigare con padre e prendere ed andarsene una sera che era freddo e paglia umida.

Pure era servita quella Bianchi, presa nuova dal concessionario di Cherasco e usata su e giù per le stradette a tiraculo e una volta anche contro un carro aveva bocciato, ma era festa e finì tutto a manate sulle spalle e a chi beveva prima il litro.

Per guadagnare qualche soldo aveva trovato lavoro come campè, che per chi non lo sapesse è il mestiere di aprire e chiudere le chiuse e va fatto a qualsiasi ora specie d’estate quando c’è il soffoco e le piante chiedono acqua come ubriache.


Per due anni si era alzato alle 3 4 di notte, per quello quella sera nessuno si sarebbe stupito di vederlo girare con la Bianchi.

Doveva impagliarsela, e se tutto andava bene tra un anno avrebbe fatto vedere a tutti come si vive.

Ne aveva alto così con tutti e un pelo sullo stomaco che pochi alla sua età potevano vantare.

Nel gruppo dei partigiani in cui era, aveva sentito del lancio dei pacchi una sera che era di guardia vicino alle staffette ed al comandante.

Non solo viveri la prossima volta, anche questi…” ( e intanto aveva scorto l’inequivocabile segno del pollice che sfrega contro l’indice).

Bene aveva fatto a farsi mandare un paio di volte, avendo lui la copertura del lavoro notturno, e a riportare tutto senza spacchettare nulla, convincendo il compagno che ci sarebbe stato da guadagnarci ad essere onesti, di non fare il babau e rigare dritto.

Cesco, che furbo come lui non era ma si fidava e aveva tre anni in meno, aveva capito al volo e non si era fatto prendere a toccare nulla.

Per quello mandarono avanti lui quella notte, lui solo che dava poco nell’occhio essendo anche guardiano dei campi e addetto alle chiuse delle bealere.

Come sempre, prendi e porta a casa nel tascapane.Se vedi gente, spara o squaglia.Ma porta tutto, intesi?E non aprire!Mai!”

“Ma ce la faccio da solo?”

“Pacco piccolo ma importante, sulla canna della bici sta tutto.”

Chino aveva parlato solo a Rosina, più giovane di due anni ma sveglia e forte e coraggiosa, tutto aveva detto, anche dei sei sette mesi almeno che non si sarebbero visti .

Dopo, se andava bene, avrebbero fatto lusso.

Le sorelle , i fratelli e meno che meno il padre mai avrebbero dovuto saperlo.

Piuttosto morto, ma non al padre, esempio di rigore e onestà che mai avrebbe capito quel gesto.

Per quello se la volle stringere di più quella sera , col piccolo che capiva tutto e piangeva , pur vedendo il padre freddo e asciutto più di quello che era sempre..


Non incrociò nessuno  sino al bivio del Mottarotto, da dove partiva la stradina per la spianata.

Qui gli aerei alleati mandavano pacchi viveri in gran segreto e solo il comandante e pochi altri sapevano tempi e modi.

Fu un caso che lo mandassero solo, e fino all’ultimo pensò se dirlo a Cesco, ma poi si rivide tutto, proprio tutto si rivide e pensò alla moglie e al figlio, e  agli anni che sarebbero venuti e ai discorsi di padre e madre e così preso l’ordine tirò dritto e nessun pensiero, se non quello di riuscire.

Aveva avuto pochi giorni per preparare tutto, ma era furbo e riuscì bene, a cominciare dalla fascina dietro una siepe che sapeva, piena di rami fitti ma vuota dentro per nascondere i soldi e il tascapane.

Tutto aveva previsto, anche l’amico di Genova che lo avrebbe nascosto per sei mesi in una cantina buia di via Prè, pagando s’intende, ma “se tutto andava bene, quel buco te lo pago come un grand Hotel.”

La guerra era alla fine, non riusciva ad immaginare un altro anno come quelli.

Sudava, nella camicia bianca e nella vestimenta.

Non ci sarebbe stato tempo di tornare a casa  e spiegare , bastava fare cosa si doveva, andare in bici fino a Bra, prendere il vapore per Torino e qui per Genova.

La bici l’avrebbe ritrovata Rosina, in un posto che sapevano dentro un boschetto di albere.

Come morto sarebbe stato e fino alla fine aveva pensato se non sarebbe stato meglio fingere proprio questo, ma vide la faccenda complicarsi e lasciò perdere.

Non pensava a nulla, quando vide il buio e il fresco dello slargo, a nulla quando accese il fuoco di segnale.

Basta che quei mangiacrauti non vedano”, pensava, era il 1944 e faceva caldo a farsi prendere accanto ad un fuoco in piena campagna alle due di notte.

Nel freddo e nella luce gli riuscì per qualche istante  di non pensare,di non immaginare  alle ritorsioni che avrebbero potuto  fare ai suoi.

Era la sua occasione e avrebbe sacrificato l’ultima briciola di onore per averla.


Non fece tempo ad accendere la Milit che un rombo , come un tuono, venne da lontano.

Ci sono, Madonna delle grazie fa che ci sia cosa si deve e ti regalo mille lire.No, duemila.”

Non fece tempo a pentirsi dell’offerta, che qualcosa di giallo cadde dal cielo attaccato al solito grosso paracadute.

Come fece a venire se ne andò, e lui corse, corse proprio come ci fosse la vita in quel pacco e lo guardò un istante prima di fare ciò che mai aveva  fatto prima.

Come a nascondersi dal peccato che andava a commettere, si mise dal cespuglio e lo scartò con la grazia di chi sa le cose rare  ed irripetibili.

E sotto ai giornali e i fogli di burocrazia li vide, belli e grandi che odoravano di fresco, e  toccarli era un piacere.

Li annusò e li guardò per un istante che parve eterno, doveva capire che erano veri, che non era uno scherzo e mentre li guardava, studiava in giro , sentendosi come un lupo che ha azzannato la preda e non la vuole spartire con nessuno.

Tutto filò liscio, nessuno si intromise e la pistola che aveva nelle braghe non servì a nulla.

L’avrebbe buttata prima di entrare in Bra, e da lì in avanti solo Dio con lui e quei soldi.

Pur cercando di mantenere un decoro, sudava fitto ora.

Sapeva che se l’avessero pescato, partigiani o crucchi, l’avrebbero impalato dove era.

Ogni metro gli costava sudore e fatica e capì bene quel era il prezzo dell’oro e che chi aveva soldi in qualche modo se li era guadagnati, comunque.


Arrivò a Bra che era l’alba quando  la prima luce dona forma e contorno alle cose .

Non si voltò a guardare la bici , solo si preoccupò di nasconderla bene e che nessuno la trovasse per almeno qualche giorno.

Poi, Rosina l’avrebbe presa.

Camminando nella solitudine della piazza, davanti alla pensilina, aspettò che la biglietteria fosse aperta, fumando una sigaretta dopo l’altra.

Anche lì gli andò bene, perché essere presi a venti anni con un tascapane di soldi c’era da essere spediti piombati in Germania e ringraziare se non c’era del piombo pronto subito da digerire per l’eternità.

Ma nessuno passò, e dopo un quarto d’ora si presentò al bigliettaio, chiedendogli asciutto:

Genova, un biglietto.”

“Solo andata?”

Speriamo, rispose.

(ndr : la bici protagonista di questa storia ( vera) , è proprio la Bianchi del 1942 raffigurata nelle fotografie)