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venerdì 8 novembre 2019

E' più forte di me.


Un giorno lessi un articolo che mi commosse.
Parlava del pilota australiano Ginger Molloy, che, ormai settantenne, diceva ad un amico che sarebbe stata l'ultima volta che correva.
Alcuni anni dopo, lo stesso lo vide a trafficare su di una moto, prima di una gara.
" E' più forte di me.." disse laconico come se il discorso non si fosse mai interrotto.
Si cresce ma non si cresce mai, altrove.
E bene che sia così.
Ciò che ha colpito il nostro immaginario nell'infanzia, ciò che ci ha fatto sognare , ciò che ha nutrito i nostri archetipi , vive.
Poco da farci.
Per tornare alle anticaglie, nonostante sia prossimo agni " anta", esplode in me quella verve bambinesca ogni volta che vedo una bici arrugginita, una gemma, un motorino ( quelli da donna, arrugginiti e con quei parafanghi che non finiscono più).
Ecco.
Qualche settimana fa, si era ad un mercato a Cuneo, faccio due chiacchiere con l'amico Max.
Che, tra le varie merci esposte, aveva appunto uno di questi trabiccoli, invero poco ricercati dal collezionista raffinato.
E parla e parla, e chiacchiera chiacchiera, lo sguardo non si staccava più dal motore Franco Morini prime serie, dal fanalino posteriore, dalla sella vissuta ma ancora sua ed orgogliosa.
" Fai mica lo scemo " dicevo tra me e me -" hai già pensato più di una volta di venderli tutti e non hai più posto.."
Insomma, eccolo sulla povera Tigra in direzione casa.
Lo sguardo degli avventori , nel portarlo fuori, è sempre lo stesso: pietoso, commiserevole, proprio come quello che si rivolge ai pazzi.
O ai bambini.
La moglie, di sguardi non ne fa nemmeno più.
Tanto sa già.
E per un pomeriggio torno bambino , piccolissimo, quando con la nonna, al mercato vecchio vedevo quei motorini in mano a tanti vecchi leva fine '800 con tanto di ceste per il pollame e grandi mazzi di porro sui portapacchi dietro.
E fumo, e rumore di aspirazione , forte .
E poi c'è il ragazzino che implora il padre di portarlo alla locale demolizione, che vuole salvare questi semi d'un mondo che ( lo sa! ) si sta estinguendo.
E poi e poi e poi..ci sono io.
Ormai padre ma ancora bambino ed innamorato di questi " frubi" ( così in lingua piemontese).
E le ore volano, e la scintilla arriva ( le puntine le ho sempre amate).
E , sorpresa, un bel calabrone già mezzo intontito dal fresco autunnale sbucare dal grasso sotto al pignone.( liberato con ogni cura, con buona pace degli animalisti).

E un litro di miscela ( grassa, molto ).
E subito quel fumo, e i resti della miscela che fu ad impestare il cortile e la moglie ( stavolta si) che sbraita di non impestargli le lenzuola stese.
Non lo pulirò neanche.
Proprio così, lo voglio:  c'è già  tutto.
Per essere felici, basta poco. ( spazio permettendo).

Recupero di un Cimatti fine anni 50, ora all'ingresso del mio studio .( naturalmente dans son jus)

giovedì 19 settembre 2019

Vola l'estate





Stamattina , in macchina, volava una zanzara.
In tempi recenti l'avrei schiacciata senza remore, rischiando l'incidente e sperticandomi in voli acrobatici.
Oggi, cielo plumbeo , maglioncino a collo alto, un autunno sempre più immanente, ho desistito.
Ho frenato ed ho aperto il finestrino.
Ho dato due bracciate perché, sospinta dalla folata, uscisse illesa.
L'ho vista uscire, credo poco consapevole della grazia ricevuta.
Volava verso la campagna, lontano tra le nebbie .
Vola l'estate, ho pensato.

venerdì 8 febbraio 2019

Gira che ti rigira.

Fa freddo eppure qualcosa da fuori mi chiama.
La luce del primo crepuscolo balugina incerta sopra i tetti di Bra e lo sguardo di mia madre mentre infilo sciarpa e guanti vale già la strada che farò.
" Col freddo che fa" mi dice.
Sorrido.
Guardandole appese  sorrido imbarazzato ma, dico davvero, è dalla sera prima che sento di volerla pedalare.
Sudando come un dannato scarto almeno 8 biciclette prima di togliere dal gancio la vecchia Lygie.
" Freni a tenaglia, gomme giù.." penso .
Una bella gonfiata e qualche pacca di straccio le ridanno il bel vigore  che ancora sa offrire.
Uno dei pochi restauri non miei, ma ben fatto: qualcosa da rivedere c'è,  più avanti. Magari in primavera, penso, mentre già il viale si fa sotto e le prime luci delle auto sfrecciano anonime verso chissà dove.
Pedalo e so già che andare a fare la commissione è solo una scusa e so ancor meglio  come allungare a bella posta il tragitto.
Mille anni che non pedalo eppure la gioia è sempre lei; solo la fatica si sente : gioia pur essa.
Gira che ti rigira tra i dedali che ho amato e ancora desidero finisco sempre al vecchio mercato del bestiame, dove da piccolissimo osservavo le vecchie bici appoggiate alle traverse e mi specchiavo nelle gemme impolverate misurando la mia piccolezza rispetto ai copertoni altissimi.
" Ero piccolo" penso appoggiando la Lygie.
Mi siedo.
Intorno molto è cambiato e molto cambierà ancora, ma se qualcosa vorrei conservare è proprio quella piazza con la terra e i giocatori di bocce e anche le bestemmie e le cappelline d'estate e le canottiere sudate.
Paesani muoiono a frotte e nuova gente e nuove culture  prendono piede nella città: il mondo fila così.
Pure, perché tutto scorra senza rancori e senza troppe rabbie, qualcosa dovrà restare, qualcosa che dia senso e continuità a ciò che fummo per farci migliori e più fermi in ciò che saremo.
Queste e molte altre cose ho pensato, pedalando dopo i cinque minuti di allegra nostalgia sotto quel portico di cemento, tra la polvere ghiacciata di una piazza che non muore.
La bicicletta di queste cose se ne infischia altamente e scorre lieta sugli asfalti in pendenza che mi riporteranno a casa, sudato .
Mia madre, compassionevole, studierà con un'occhiata i miei sudori e, porgendomi qualcosa di caldo sarà lesta a dirmi: gira che ti rigira.



mercoledì 4 ottobre 2017

Gloria B 1936, una questione privata.

Il mondo di oggi non consente più molto tempo per riflettere, pensare, tornare a noi.
Velocità, sfide costanti che però nessuno sa contro chi o che cosa, portano l'uomo a perdere quasi tutto il suo tempo in frivolezze nel nome del consumismo e del dio danaro.
Ci siamo dentro tutti, poco da fare.
Capitano, però, occasioni nelle quali la mente si stacca dal piano dell'ordinario e che danno la concreta possibilità di confrontarsi con momenti autentici, persone autentiche ed oggetti parimenti.
Me ne tornavo dal lavoro con tutti questi pensieri e molto altro quando, su un rettifilo da centotrentaorari in barba all'autovelocs che fa tanto anni 2000, mi sono trovato ad inchiodare di colpo.
Per fortuna nessuno era dietro!
In un momento la mia mente ha ricevuto una scarica di sana adrenalina e un piacere enorme ha pervaso le membra ottuse e vessate dalla giornata lavorativa.
Una sparata di venti bici -dico venti bici!- faceva capolino davanti alla casa di un rigattiere.
In un solo momento è stata tabula rasa dei cattivi pensieri e sono tornato con lo spirito ai miei... tre anni, quando con la buonanima di mia nonna si andava al mercato del venerdì e si incontravano fior di contadini in sella od a fianco delle loro rugginose bacchette con gemma e fanale a cipolla.
Vederla, sognare e possederla, è stata un'unica cosa.

Il rigattiere, che forse condensa tutti questi pensieri in qualche subdola battuta alla moglie alla sera, quando racconta di aver abbindolato il solito pollo, era ancora più soddisfatto di me.
In mezzo a tante belle bici anni 60 e 70 gli avevo "tolto" la più brutta e rugginosa.
Pointofviù!
Per tutta la sera ho ripercorso quelle stradette della mia Bra di oltre trenta anni fa, ho passeggiato con la nonna e , cosa ancora migliore, sono stato felice.
ho accarezzato quella polvere, quella ruggine, quel tempo condensato e ormai rapito.
Gli oggetti non devono commuovere, lo ripeto da anni: non ci si deve affezionare e li si deve usare per ciò che rappresentano.

Benissimo.
Allora non dirò che amo questa Gloria alla follia, che non la venderò mai, che mi fa stare bene guardarla e sognare un poco, alla sera in garage.
No , mi limiterò ad una sola scheda tecnica e scusate tanto i pensieri di cui sopra.
Cose molto mie,una questione privata.



Ritrovamento di Gloria Mod.B anno 1936, conservata e debitamente arrugginita.
Fanale Radsonne a cipolla, mozzi grandi con ingrassatore, freno interno anteriore e forcellini tipo corsa.
Robba bona .


venerdì 23 dicembre 2016

There 's a Bike!

Amo le montagne sopra Ceva.
Sono quelle delle mie origini più lontane, valli sconosciute ai più dove ancora molte persone coltivano la castagna e la patata sulla terra scarsa , sfidando neve e gelo e pendenza.
Posti difficili, dove ogni oggetto è sacro e va mantenuto efficiente perché scendere a valle per qualsiasi motivo è di per sé un lavoro. ( la montagna è una forma di disciplina).
Per questo ogni volta che un valligiano mi chiama , con la parlata strettissima che tanto amo, mi si illumina il cuore.
“Una bici a bacchetta, col bollo del ‘8. Ferma da quanto? Ah non saprei, di sicuro io l’ho sempre vista là…Se la vuoi..vieni!”

E si rifà sempre con piacere il tragitto disseminato di curve e sassi e qualcosa di neve che mi porterà alla Colla, per discendere sino alle Serre .
Posto paradisiaco, incantato: Tolkien avrebbe potuto benissimo ambientarci  un piccolo romanzo.
Le case sono ordinatissime, nemmeno un mozzicone è a terra ed i valligiani ti studiano con occhio attento e diffidente.
Solo due parole di dialetto e una stretta di mano allentano gli animi ed esplodono un sorriso  che ti riconosce amico.
Dal cortile piccolo e pittoresco , lo sguardo sale al lobbiato in legno ed alle pannocchie del piccolo mais montagnino: saranno date ai polli, qui nulla si spreca e tutto fa risparmio.
Salendo per la scala in pietra dagli scalini mastodontici, indovino l’età della bicicletta che tra poco ammirerò.
Eccola.



L’hanno appena tirata giù dai chiodi in legno infissi nelle pietre: è sporca, arrugginita, molto fiera.
Nel portagiornale una zucca incartapecorita che fungeva da fiasco è ancora incastrata , immobile.
Sono  al settimo cielo: questi sono i dettagli che mi fanno sognare.

“Era del nonno. Penso che non l’abbia più usata dalla guerra. Ci andava in pianura , con quella: 60 andare 60 tornare.. altri tempi…”
Solite frasi di circostanza, l’ennesimo amore che ti fa affrontare gli scalini con gusto , le dita che stringono solide il ferro che si è fatto bici.
La nonna la guarda ancora una volta con tristezza e nostalgia, il nonno non è più qui da molto tempo.
Si raccomanda che venga trattata bene , che torni a correre.

Rassicurata con qualche battuta di buon dialetto, carico la conservatissima bici sul portapacchi, assicurandomi che la zucca non si sfasci.

Ci vorrà del tempo prima che riceva le cure promesse:  appoggiata al muro, nella nuova officina, me la godo ora per ora sognando il tempo trascorso.
Le sue ragnatele, la sua ruggine, i suoi dettagli, parlando ben più di un libro di storia e vanno diretti al cuore di appassionato.
Ci sarà tempo per operare, ci sarà tempo per sognare.

Ciclo There, Torino.
Cerchi 28 5/8
Mozzi e guarnitura There
Gemma in vetro
Sella There
Manopole in corno d’osso di bue
Pedali a 4 gomme originali
Ultimo bollo pagato: 1938.




lunedì 23 dicembre 2013

Bianchi Rondine 1936..e la storia di Elvira!


 
Quando  qualcuno mi propone una vecchia bici, io come quasi tutti gli amici collezionisti, domando con una certa ansia , prima ancora della Marca, se è da uomo o da donna.

Se la risposta è uomo, con la “canna”come si dice dalle mie parti, la cosa si fa interessante.

Ma se la risposta è l’altra, gli entusiasmi scemano.

Chissà perché.

In fondo la bici da donna è bella  e caratteristica come, se non  più ancora, di quella maschile.

Basta guardare le foto di una volta, e si vedrà quante ne circolavano.

Non voglio credere sia solo una questione di Mercato, essendo risaputo che una bici da donna vale economicamente sempre meno della metà della corrispettiva da uomo.

Forse è un motivo d’uso: essendo noi maschietti il novantanove per cento degli appassionati di ruggine, poco c’aggrada esporci al pubblico ludibrio su telaio aperto e paragonna.

(Per inciso la bici che uso di più da sempre è una Dei Imperiale del 1962 da donna, cerchio 28, bici magnifica e scorrevole come nessuna ).

Io, personalmente, le amo tutte, uomo o donna.

In particolare mi affascinano le bici “da prete”, quelle da donna con cerchio da 28 pollici, che trovo non abbiano nulla da invidiare alle cugine maschili  per ragioni estetiche e d’uso.

Questo lungo preambolo per giungere ad una delle ultime scoperte, una Bianchi modello Rondine da 28 pollici del 1936, completamente integra e conservata a parte la sella sostituita negli anni ’50.
 

La linea è quella filante delle Bianchi e ricorda molto la sorella maschile Real, avendo gli stessi parafanghi a pagoda e il carter in 4 pezzi con sportello di ispezione.
 

I mozzi sono marcati Bianchi in corsivo, ancora un anno e poi la scritta diventerà in stampato minuscolo nel riquadro.
 

Le cromature sono la parte che sempre più mi intriga e mi spinge a lasciare le altre bici per lavorare su una Bianchi anteguerra: paiono uscite or ora dal bagno di cromatura, tanti risplendono, specialmente quelle prodotte in proprio dalla Bianchi, ossia manubrio , testa forcella e costa di parafanghi e carter.
 

I cerchi, che credo venissero comperati già cromati, hanno risentito più il tempo passato, pur mantenendo discreta la verniciatura al centro e parte degli elegantissimi filetti rossi.
 

Le manopole sono in cartone pressato bicolore, e sono quelle della linea economica Bianchi che molto le adoperò anche sulla Touring.

Pedali marcati Bianchi in corsivo, con gommini lunghi originali dell’anteguerra.
 

Non so di chi possa essere stata questa Bianchi, forse di un prete per davvero o più verosimilmente di qualche donna non propriamente..pigmea, che però la adoperò con parsimonia e buon senso, conservandola in questo ottimo stato sino al nostro 2013.

13-6 1936: la storia di Elvira.

Bici da donna, strani destini e diverse condizioni d’acquisto.
 

Tutte le anziane donne che ho avuto modo di intervistare, parlano con nostalgia di quegli anni ‘30 e ‘40 che le videro ragazzine.

Allora era impensabile che una ragazza comperasse sua sponte una bici ed era consuetudine pressochè universale che queste venissero regalate in occasioni speciali e…potendo permetterselo!

Voglio raccontare  la storia di Elvira, oggi 91 anni, che ricorda le prime scorribande negli anni ‘30 sulla Wolsit da corsa del fratello ( vinta alla lotteria!) , alla quale avevano saldato il manubrio al contrario per poterla usare anche da passeggio ( orrore!)

Questa, tornando un giorno dalla spesa dal paese vicino, aveva 12 anni, si ritrovò con 20 kg di borse della spesa a tracolla e un tronco  del manubrio in meno tra le mani..

Che spavento!E le scarpe nuove tutte rovinate!

Per fortuna che il droghiere Tuchin era nei pressi e la sorresse!

A lei, in occasione del compleanno dei suoi 14 anni, il 13 Giugno 1936, i fratelli fecero una bella sorpresa.
Risparmiarono mesi e decisero che la sorellina doveva avere una bella cavalcatura!

Quel giorno qualcuno le mandò a dire che il ciclista doveva parlarle.

Chiesto permesso alla madre ( o tempora, o mores!), si recò da costui, il quale le chiese quale delle biciclette esposte preferiva.
Lei era già alta per i suoi 14 anni e sulle bici da 26 si sentiva stretta, ricorda.

Imbarazzata, dopo non pochi tentennamenti scelse una fiammante Bianchi nera da 28 ,e quando il ciclista le disse “vai pure, se ti piace , già tutto aggiustato”, pensò al peggio.

Un tentativo di adescamento?

Uno sbaglio?

A casa la madre fece faville e solo l’arrivo di uno dei fratelli calmò le acque e spiegò l’accaduto.

Ancora oggi lo ricorda come uno dei più bei giorni della sua vita.

 

 

 

venerdì 1 marzo 2013

Orgogliosa.



 
 
 Sei la notte che non vivo, 
frutto che non assaporo,
 calore che deve giungere.
 
Fremi.
 
Sotto una luna di ghiaccio,
 
consumi voglie
 
che sanno di miele, di aceto.
 
Nel buio,
 
cerchi abbracci persi,
un capriccio frivolo.
 

Tu sogni l’amore.

venerdì 11 gennaio 2013

Saprai di me.



Sarà un sapore nuovo,
quello di domattina sulle tue labbra,
saprà di me.

Distrattamente, senza conti,
Saprai di me e delle mie donne,
dei petali che non colsi
e della malinconia allegra.

I tuoi occhi forse s’apriranno,
e, curiosi, finalmente
vorranno vedere chi ascoltano.

Saprai di me,
dei mestieri che fui,
di quella sera d’estate
in cui giurai amore a un fiore.

Vedrai forse lacrime,
sorrisi, bestemmie,
una smorfia che sa di amore.


Saprai le mie  estati torride dal ferro rovente,
gli inverni col gelone a spaccar ghiaccio,
la Primavera dall’odore di mandorlo.

Le tue mani, calde,
vorranno stringere le mie,
stanche, vigorose.


Sapranno di polvere e di  fatica,
di terra e di vigna,
d’un sole smarrito.

Con calma,
tra colline aspre
o declivi di mare,
imparerai a conoscermi.

Qualcosa di me (già molto tuo, lo sai),
Balugina nell’aria che sa di cantina:
vorrebbe un abbraccio, un amore poco casto.

Ti regalerò un tramonto,
e poi un’alba,
e la notte intera.

E tu sarai mia,
sapendo di me,
del mio Sangue.

venerdì 4 gennaio 2013

Pagato di mano.


Sei terra e mare.

Mare,
che non navigherò più,
il tiepido che dimentico.

Terra,
sulla quale fu bello camminare,
e stendersi a volte.
Verranno giorni, e notti,
e feste.
Tu gioirai e rabbrividirai,
lontana.
Verrà la Primavera,
e non saprà più di te,
del tuo sorriso.
La tua voce,
i tuoi fianchi e quei seni,
diventano presto ombra mattutina che muore.
Facendo l’amore,
giocammo alla morte,
e quasi ci riuscimmo.
Ora il silenzio,
tenebro compagno di nostalgia,
chiede conti che non tornano.
Come oste che reclama,
anche la vita
vuol debito saldato.
Cuore amato non cede,
chiede un sorriso,
una parola che non giunge.
Pagherà tutto, ben lo sa.
Salderà il passato,
pagando di mano.

venerdì 28 dicembre 2012

Bastandoci.








 Tu viaggi.




Tra bui solitari,strade di nebbia,
mi pensi immoto in sonni d’inquiete,
addormentato al Mondo.


 Sei in me.


Nel pensiero,
tu corri a turbare una quiete
che tarda a venire.

Saremo insieme.

Il giorno che scalpita
Fenderà questo buio che sa di rabbia.
Basteremo all’amore.

                                           -Basteremo a noi.

venerdì 30 novembre 2012

Vecchia tigre

Avevi l'aria fiera,
vecchia tigre.

Non ti uccise
questa vita
che sapeva di gabbia.

Superba,
sapevi ancora incantare:
la Vita era in te.

Sapevi l'opera,
il canto,
il bel vivere.

Non la prigionia,
il Tempo malevolo,
ti sottrarranno quei tesori.

Su bianconeri di dama,
giocasti bene, con calma,
e sempre vincesti.

La lunga partita
è finita, vecchia tigre.

Senza rabbie,
Senza delusioni
Senza rimorsi.

Non c'è rivincita.
vecchia tigre:

la Dama nera sempre vince.
 

( in ricordo di Guglielmo B., grande amico e Maestro di dama).



lunedì 12 novembre 2012

Arresa all'attesa.


Ti somiglia questa notte,
 
di stelle fioche,
luci rare e golose.
 
Rientrare sarà viaggiare in te,
 
 
visitare un posto nuovo,
un giardino nascosto.
 
 
Tu attendi in cuor tuo.

lunedì 15 ottobre 2012

Mosche comprese.

L’autunno avanzava veloce e l’inverno 1949 si preannunciava nevoso e freddo.
Si sentiva già dal rumore delle foglie  che cadevano, secche e decrepite, dall’odore di umido che saliva dalle cantine di Via Cavour , dai colpi di tosse degli operai che correvano in bicicletta o col Motom dopo la prima sirena delle 7.45.
Tale e Ciccotto erano appena tornati dal giro “del ferro” , che però era stato magro.
“Manco due pali e una bici rotta.Miseria.”
“Cosa vuoi, c’è la malora.Quel Giusto: se non era per me nemmeno150 ci dava.
Miserabile.”
“Ho una fame che mangerei un tavolo.A casa non ho voglia di tornare, sempre la solita zuppa.Ci andrebbe bollito, e bagnetto verde e vino, e canti.Quello sarebbe vivere.”
“Quanto hai?”
“Con i 75 di oggi e i 30 per le sigarette faccio 105.Tu?”
“Pelato come la coda di un maiale.75 secchi.”
“Mangiamo pane e acciughe e se va bene un mezzo litro a testa.”
“Dall’Angelo farebbero credito, ma sono storie che non mi va di fare.”
“Sempre così.Chi ha pane non ha denti e chi ha denti…”
“Ma stai bravo che l’ultimo lo hai perso 10 anni fa e hai sempre mangiato.Lascia fare la predica ai preti, va.”

Intanto i due erano arrivati al  vespasiano sulla piazza, sporco e maleodorante e Tale volle almeno prendersi la soddisfazione di fare due gocce, almeno quelle gratis, che diamine.
Dallo spiraglio aperto Tale vedeva l'insegna bella e splendente del "Gambero rosso",  e scacciando le mosche disse forte:
Al Gambero rosso, bisognerebbe andare.Solo che c'è la Signora Rosa e credito non ne farebbero ad ogni modo.Roba fina, di gran lusso.Dicono che servano sempre una qualità diversa di pesce al giorno.”
“Mangerei giusto del pesce.Con vino bianco.”
“Si , ma per  togliere le lische a quel pesce devi caricare altro che il quintale sulla groppa.Non fa per noi.”

Fu nel rimettersi a posto i calzoni e sentendo sporco intorno ma anche fame e voglia proprio di mangiare che a Tale venne in mente che lui e Ciccotto erano brave persone.Che avevano diritto eccome a mangiare anche loro pesce , non avendo ammazzato nessuno e sgobbando come e più dei signori.Che non sapevano la neve, il freddo e la fame.Sicuro, avrebbero mangiato pesce.
Pensando a questo continuava a  scacciare le  mosche  che regnavano nel puzzo fetido e nel farlo si chiedeva per quale ragione al mondo ci fossero.
Maledette pure loro.
Vai a casa a cambiarti, oggi il pesce lo mangi anche tu e stiamo come Papi.Solo, datti una bella lavata , fatti la barba e camicia bianca.E niente segala, intesi?”
“Il pesce?Lavarmi?ma tu sei folle nel cervello.La barba me la son fatta che non son venti giorni e chi ha voglia di tirare giù il semicupio dalla trebbiata?La fatica che ho fatto a Pasqua , la so io.No, tu sei folle.”
“Vuoi mangiare?Ascoltami per bene e stasera avrai i dolori dalla roba che avrai ingollato.Và  a casa, penso io a tutto.”

Ciccotto, fiducioso, corse a casa e tirò fuori dalla guardaroba che sapeva di naftalina la vecchia vestimenta di nozze.Era ingrassato da allora e dovette tribolare non poco per entrarci .
Due bottoni dorati saltarono via e non ci sarebbe stato comunque verso di riattaccarli, a causa della pancia che aveva.
Fattosi la barba e ripulito il viso dallo sporco che sapeva di terra e ferro si versò addosso mezzo flacone di colonia della moglie, che in quel momento era al mercato.
“Il bagno no, che diavolo..manco tre mesi che mi son lavato.Pà mi diceva sempre: attento all’acqua, e aveva ragione.Morto a 85 anni, mai visto lavarsi una volta.Alla malora, son profumato, basta già.Tale  e le sue fissazioni.”

Scoccava in quel momento il mezzogiorno e operai a frotte si riversavano davanti allo slargo della stazione per andare a casa a mangiar il pranzo o recarsi all’osteria a bere il mezzo litro per accompagnare il pane salame che la moglie o la madre gli avevano preparato.
Nell’aria un vociare allegro, festoso, unito al fumo dei micromotori petulanti e il brontolio dei motori a quattro tempi Motom.
In quel trambusto Tale si vide arrivare Ciccotto e la figura che faceva valeva già il pranzo.
Ma sei folle? Andiamo mica a nozze.Dio santo, avere a che fare con i campagnini.Che figure, che figure.Andiamo solo che ho una fame del diavolo.”
“Ma i soldi?”
“Tutti qui”
e dicendolo Tale indicava un vecchio cartoccio da pane ben arrotolato nella tasca della giacca buona.
Sembra piccolo.Non c’è tanti soldi lì dentro.Ma sei poi sicuro?”
“Hai fame?Vuoi mangiare bene? Seguimi.”

La piazza era  meno affollata e mucchi di biciclette erano ammassate davanti alle trattorie e le panche dei giardini della stazione.
Il meccanico Burdeis arrancava cupo la sua bici a scatto fisso di prima della guerra e il suono lacerante del Motom a tubo libero del garzone Bernardo annunciava proprio che era tempo per tutti di mettere i piedi sotto il tavolo e darci dentro perché:

A tavola e a letto nessun rispetto” .

Il “Gambero rosso” era a un angolo della piazza e già da fuori capivate che non era roba da tutti, essendoci menù in elegante bacheca dorata e un’insegna dipinta raffigurante un Gambero sopra un mucchio di monete.
Tale avanzava sicuro come chi porta con sé soldi e tempo per spaccarli, mentre Ciccotto , titubante, rimaneva tre passi indietro.
Davanti alla porta in vetro colorato Tale si voltò ancora una volta:
Scolta, se non hai fame  e non ti fidi, stai fuori.Vado anche solo.Nessun problema.”
Ma sei poi sicuro?io qui non ho soldi neanche per una gazeuse.”
Ma Tale era uomo di poche parole e Ciccotto sapeva che se voleva una cosa sempre la otteneva e così, finalmente, decise di entrare.
Prima che arrivasse un cameriere Tale si voltò a dare una spolverata alla giacca dell’amico e a sistemargli per bene la camicia che usciva dai pantaloni.
Sembri una stalla, ti si sente da qui alla stazione.Figure da cioccolataio che faccio: non potevi lavarti?”
“Ma ho messo il profumo.”
“Mai provato a versare profumo in un letamaio?”
“No.”
“Ecco, lascia andare.Solo buoni da campagna voi della Riva.”

Intanto la padrona del locale, con la sua mole e la sua autorità, era sbucata da una porta laterale e osservava i due con curiosità.
Conosceva per fama chi erano e cosa facevano ma sapendoli buoni non disse nulla, perché era vecchia del mestiere e sapeva che prima o poi tutti hanno voglia di un buon pranzo, costi cosa costi.
 Il locale non era molto pieno, visti i prezzi, e Ciccotto si sentì osservato dai due seduti nell’angolo, che pur essendo settimana erano in vestimenta e cravatta.
E non guardare.Bambaccione.Quello è il commendatore Bunamì.”
“Mangio col Cumendatur.Da raccontare.”

Si sedettero al tavolo all’angolo opposto, vicino alle cucine.
Ciccotto pensò che Tale avesse in mente qualcosa, lo si vedeva da come guardava in giro con aria apparentemente casuale.
Più di una volta Ciccotto vide Tale all’opera e volle fidarsi.
I signori gradiscono l’antipasto?”
“Portaci funghi, acciughe e vino.Tanto vino.E pesce.Siam qui apposta, sai?”
“Per antipasto oggi abbiamo gamberi di fiume in salsa.I Signori gradiscono?”
“Porta , porta.E il vino.Tanto vino”

Ciccotto, che non conosceva galatei ma solo aie e fienili, usava toni da cascina e si guadagnò subito
le occhiate degli altri commensali.
Fai parlare me, zucca vuota.Sembra che chiami un bue, qui non si urla, si parla.”
“Basta mangiare.Ho una fame.”

Arrivarono i gamberi, che erano cosa Dio fece, arrivarono tinche carpionate, lucci e pesce gatto .
I due, tra un pasto el'altro   si erano scolati due bottiglie di Arneis bianco a testa ed erano un poco sbronzi.
La padrona, che li teneva d’occhio, sorrideva ai lati e davvero voleva vedere come sarebbe finita.
Devo fare due gocce d’acqua.Aspettami qui.”
“Tale, io non mi muovo manco con le  cannonate.Finisca come finisca, una mangiata così, me la ricordo per sempre.”

Tale si alzò, e tornò dopo qualche minuto.
Già fatto? “
“Quel vino.Esce come entra.Prendi dolce?”
“No, son pieno.”
“E prendilo.Ascoltami.”
“Ti dico di no.Sono pieno.Vuoi vedermi morire.”
“Fossi in te lo prenderei.Al massimo avanzi.O lo porti a casa alla tigre.”
“Che idee fissate hai sempre.Cameriere!Due dolci.”

Per dolce consiglio torta di mele oppure panna cotta e crema caramello.”
“Io voglio la torta!”
“Ma se mi dicevi che volevi la panna.Cambiato idea?Sempre così.Su, porta due panne.”
“ Ma io..”
“Vada vada..ha bevuto troppo.”
“Ma cosa…?”
“Ora stai zitto ed esci a testa alta.Padrona!Venga , padrona!”
“Comandi?”
“Beva con noi una volta, alla salute.”
“Se insistete.”

Intanto era arrivata la panna, così anche i commensali in fondo la gustavano con i cucchiaini d'argento.
Mentre Tale parlava con la padrona e raccontava della malora di quei tempi, dal tavolo opposto si sentì un urlo.
Era la Signora Bunamì, che protestava concitata col cameriere.
Anche Ciccotto si ritrovò a sputare nel piatto qualcosa, sotto gli occhi sgranati della padrona.
Ma che modi sono? Insomma?”
“Che modi? Qui ci fate mangiare le mosche.Ma che posto è?Più pulita la stalla.”

Ciccotto era realmente arrabbiato e si puliva col tovagliolo ornato d’oro la bocca sporca .
I Bunamì si erano alzati sdegnati e la padrona si scusava inchinandosi con mille moine.
Tale si alzò, facendo cenno a Ciccotto di seguirlo.
Avvicinatosi al Commendatore, prese a dire:
Son cose che capitano.Sarà una partita avariata.Cose che capitano.La Signora qui è mia amica, garantisco per lei.Non se la prenda.La Signora le offrirà un bel pranzo domenica, vero?Sicuro, un pranzo con vini e tutto.Su, dimentichi, anche lei Signora Bunamì.”
I due borbottavano, mentre si abbottonavano i cappotti di pelle.
Quanto dobbiamo?”
“Ma nulla, cari , nulla.Ci mancherebbe.”

Intanto, Tale si era infilato il cappotto e Ciccotto, che sveglio non era ma nemmeno fesso, si accodò.
La signora Rosa li guardò malissimo, intuendo forse qualcosa, ma Tale , sempre conversando con il Commendatore, la salutò di sfuggita con aria compassionevole.
Ciccotto, che doveva reggersi alla mantenna di ottone tanto era sbronzo, nemmeno ci fece caso.
Per strada i due erano davvero uno spettacolo, con la pancia gonfia e la cintura mezza slacciata per il gran mangiare.
Buon pranzo.Peccato quelle mosche.Chissà come sono finite dentro.Una bella scarogna, vero?Fortuna per noi.Dì un po': ti è andate bene eh?Chissà come avresti fatto.Soldi, non ne avevi.Contala giusta.”
Passando davanti al Vespasiano della stazione Tale chiese permesso per fare acqua.
Di nuovo? Ma come, non sei andato venti minuti fa?Con quelle mosche poi…Aspetta di andare al Bar almeno.”
Ma Tale di nuovo sorrise, ed entrando nel luogo fetido e finalmente liberandosi, pensò che non tutti sanno apprezzare i doni che il buon Dio ha mandato sulla strada degli uomini.
Mosche comprese.