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mercoledì 15 aprile 2015

Durkopp Ciclo Ugo, la crucca cuneese!

Giaceva immota in un parcheggio desolato, sotto una tettoia.
Assieme a lei, altre sorelle che avevano reso l'anima a sciacalli privi di scrupoli.
A lei avevano rapito il sistema frenante posteriore e la sella...
Il cerchio davanti aveva subito l'onta della pioggia e dell'abbandono, ma ancora si reggeva fiero sul mozzo Durkopp a chiocciola regolabile.

Lo stemma UGO sa di Francia e non me ne stupisco, essendo il ciclista a un tiro di schioppo dalle cime che separano le due nazioni.

Il telaio , la guarnitura e i mozzi sono squisitamente teutonici, probabile il rimescolamento con i pezzi italiani nell'epoca del patto roma berlino tokio....non mi stupirei di trovare anche qualche componente nipponico!

Carter e parafanghi sono invece italianissimi, anche se un po' ovunque regna la decalca "D" simbolo della Durkopp.

Il telaio è abbastanza simile a quello delle migliaia di balloncine che circolavano negli anni 30 in Italia, robusto e pesante.
I cerchi sono in legno, misura classica 26 1/2 5/8: i copertoni sono anche essi dell'epoca, con l'anteriore rigato alla moda motociclistica del tempo.
Curiosamente la livrea dei parafanghi è invertita rispetto allo standard del tempo che vuole costa nichelata o cromata e resto in tinta: qui la costa è nera e il resto è ben cromato!
Anche il padellino del carter riprende la medesima foggia!

Questa bici, se ce ne fosse mai bisogno, dimostra con quanta bravura e quanto impegno i piccoli artigiani lavoravano nelle cittadine, consentendo ai loro lavori di fare concorrenza diretta alle grandi marche con soluzioni di pregio e lusso, oltre che...durare e resistere alle avversità del tempo.





lunedì 17 ottobre 2011

Parola mia, che bici!



Parola, dissi all'anziano in quella cantina buia che sapeva di vino e di paglia, mai vista una bici del genere.
Tra bottiglie vuote e cartoni l'umido aveva corroso le gomme e buona parte del legno del cerchio posteriore.
Ma non quelle decalche che resistono ai freddi e agl'anni che corrono.
Manubrio marcato Confa 1938 e tracce di vernici con colori che non usano più da lustri.
Era d'un imbianchino?
Parola mia, non posso giurarlo, ma sarebbe delitto cancellare quelle lacrime colorate e allora vai di lucido, paglietta e cera, ma lontano da loro che orgoliose raccontano una Parola dimenticata.
Il bianco del parafango dietro tiene bene, così la gemma in vetro, ussara ancora per i tempi che verranno.




Paura per chi ci segue?
Una Parola farsi vedere,aggiungiamoci un lucchetto con luce, sì da scoraggiare malintenzionati e tamponatori.
Al campanello provvedette il buon Parola, regalandoci il suo, firmato, e appendendocelo stretto stretto alla sinistra del manubrio, così stertto che ancora lì proprio diffonde il suo cicalare.
A vedere davanti un Dansi vorrà illuminarci il cammino, pur non troppo ostile per non impensierire i lignei cerchioni.





Chissà quante ne sono sopravvissute, chissà se una sorellina a telaio aperto uscirà fuori da qualche parte.
Che sia l'unica, non posso dirlo: sarebbe la mia Parola contro la vostra.