Nella vita ne ho fatte di cose, penso spesso.
Cose belle, cose stupide, cose folli.
Come portare a casa 17 bici, in due viaggi.
Con la macchina carica all'inverosimile, la gente che ti guarda storto e la fidanzata che forse non ti guarderà mai più.
Invece no.
Tutti sono ancora al suo posto:
Io con la mania delle bici, la fidanzata che si è rassegnata, il venditore che si gode ancora il ricavato della vendita della ruggine e..i passanti che continuano a passare.
Tutte quelle bici le ho prese per una sola: lei.
" Ma io voglio solo quella..."
"No, o tutte o nulla..."
"Ma sono tante..."
"E tu fanne cosa vuoi..coricati vicino se credi..."
Ha atteso molti anni perché era davvero malconcia e toglieva la voglia di metterci mano persino ad un restauratore matto come me.
Poi, un giorno, durante il trasloco, l'ho vista in cantina.
Triste, malinconica, senza speranza.
Come quando la vidi la prima volta, sotto un portico in mezzo a tanta di quell'immondizia che faceva male al cuore.
Umberto Dei: A1 bis Turismo, 1924.
Modello di base di una schiatta che durerà sino ai primi anni 60.
Chissà come l'avrà decantata il venditore, prima di incassare i bei quattrini che valeva ...
" Provi, signore, provi e poi mi dica...Bollo pagato per il 1924 incluso nel prezzo.."
Svitol, ne ho usato poco: tutti i dadi scorrevano meravigliosamente bene, e la nichelatura sopravvissuta è stata ben oltre le mie aspettative.
Qualità eccezionale, robustezza.
Bici vissuta questa: il proprietario, per chissà quale ragione, ha pensato bene di segare i fermi degli archetti saldati alla forcella, sostituendoli con due fascette roller.
Son stato indeciso: in fondo bastava tagliare e saldare.
Ma che senso avrebbe avuto? Cosa mi avrebbe detto poi la bici?
No, lasciare come è, smontare, pulire, smerigliare e stop.
Infatti la bici frena che è una meraviglia e scorre sul rosolio.
Non nascondo che la sto usando ogni sera e che ogni volta mi ripaga con una silenziosità ed una scorrevolezza in salita che pochissime bici vantano.
Alcuni decantano le Dei Imperiale come le migliori bici, le più scorrevoli.
Provino una di queste , i signori, e poi...mi dicano.
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martedì 29 agosto 2017
umberto dei A1 bis Turismo 1924: bollo pagato!
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mercoledì 14 ottobre 2015
Per giovinetti
Le bici da bambino suscitano sempre simpatia.
Specialmente quelle molto datate.
Forse per un richiamo alla nostra infanzia, oppure a quella che immaginiamo sia stata per i nostri padri e nonni.
Oggi i bambini hanno tutto, troppo.
Una volta avevano poco, troppo poco.
Questo non vuol dire non si divertissero lo stesso, anzi!
Ma per i pochi che potevano avere il qualcosa, questo qualcosa spesso era una bicicletta.
In tempi che nemmeno un padre di famiglia, onestuomo lavoratore, spesso non poteva permettersi il lusso della bicicletta, vedere ragazzotti di 10 12 anni con la lor fiammante 24 doveva essere quanto mai un identificatore dello status sociale.
Più che all'indubbia felicità ed orgoglio che avrà provato il giovin ciclista su questa simil-Wolsit anni 20, immagino lo sguardo invidioso e livido di sana gelosia che la maggior parte del popolino fanciullesco avrà provato nel vederlo scendere in istrada magari accompagnato dal padre su nobilissima cavalcatura.
Questa bicicletta non è la classica bici da bambino, costruita con materiali e cure più scadenti, visto che andrà a finire in mani inesperte e malcuranti.
No.
Presenta le stesse pregevoli e accurate finiture delle sorelle maggiori: mozzi con ingrassatori, manubrio roller con frenate fascettate , parafanghi a schiena d'asino,campanello e gemma in vetro a melograno.
Oliatore sul movimento centrale e pedali a 4 gomme.
Su una pedivella si legge a malapena lo stinto marchio, che presenta due nomi: se riuscirò a decifrarlo lo pubblicherò.
Ma mai come in questo caso poco conta Marchio o blasone: conta il simbolo di un'epoca ormai passata, le reliquie di un tempo in cui c'era ancora l"'Io posso e Tu no" anche a questa età.
Abisso sostituito con poca fortuna dalle moderne diavolerie elettroniche che hanno appianato i ceti fanciulleschi, sia pure tristemente al ribasso per quanto riguarda fantasia e creatività.
Specialmente quelle molto datate.
Forse per un richiamo alla nostra infanzia, oppure a quella che immaginiamo sia stata per i nostri padri e nonni.
Oggi i bambini hanno tutto, troppo.
Una volta avevano poco, troppo poco.
Questo non vuol dire non si divertissero lo stesso, anzi!
Ma per i pochi che potevano avere il qualcosa, questo qualcosa spesso era una bicicletta.
In tempi che nemmeno un padre di famiglia, onestuomo lavoratore, spesso non poteva permettersi il lusso della bicicletta, vedere ragazzotti di 10 12 anni con la lor fiammante 24 doveva essere quanto mai un identificatore dello status sociale.
Più che all'indubbia felicità ed orgoglio che avrà provato il giovin ciclista su questa simil-Wolsit anni 20, immagino lo sguardo invidioso e livido di sana gelosia che la maggior parte del popolino fanciullesco avrà provato nel vederlo scendere in istrada magari accompagnato dal padre su nobilissima cavalcatura.
Questa bicicletta non è la classica bici da bambino, costruita con materiali e cure più scadenti, visto che andrà a finire in mani inesperte e malcuranti.
No.
Presenta le stesse pregevoli e accurate finiture delle sorelle maggiori: mozzi con ingrassatori, manubrio roller con frenate fascettate , parafanghi a schiena d'asino,campanello e gemma in vetro a melograno.
Oliatore sul movimento centrale e pedali a 4 gomme.
Su una pedivella si legge a malapena lo stinto marchio, che presenta due nomi: se riuscirò a decifrarlo lo pubblicherò.
Ma mai come in questo caso poco conta Marchio o blasone: conta il simbolo di un'epoca ormai passata, le reliquie di un tempo in cui c'era ancora l"'Io posso e Tu no" anche a questa età.
Abisso sostituito con poca fortuna dalle moderne diavolerie elettroniche che hanno appianato i ceti fanciulleschi, sia pure tristemente al ribasso per quanto riguarda fantasia e creatività.
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lunedì 4 novembre 2013
La rossa del diavolo: Brigton Corsa anni '20!
A casa del diavolo sono andato a ripescarla, col cuore in
gola di chi deve affrontare un viaggio infernale tra monti scoscesi e curve
imbizzarrite.
Solo il diavolo può averti mantenuta così rossa e così
guizzante, pure i copertoni e la pompa li ha voluti del colore delle fiamme.
E se quel bollo dice 1937, quelli che non ti furono affissi
mi dicono oblio e dimenticanza, ma anche fuoco nemico e distruzione.
Chi ti ha ritrovato sa poco di te, una casa in disarmo da
decenni e addirittura elmetti nazisti nella stessa sala in cui ti conservasti,
al secondo piano di quello che un tempo fu casa e famiglia.
Il telaio , nonostante il Marchio esterofilo “Brigton”, è
quanto di più italico io possa immaginare, emulando addirittura qui e là le
fattezze della Star del tempo, la Bianchi M.
Serie sterzo integrata, forcellino posteriore giroruota, hanno un che di milanese, non
bastasse la bella sella in cuoio marcata Mediolanum ad evocare la Lombardia.
Ma i mozzi del commercio Praezision con oliatori ad elmo e
la guarnitura non marcata, sia pur ancora finemente nichelata, mi dicono opera
di qualche valente artigiano sulle Montagne.
La pompa è colorata in stile col telaio, e marcata anche
essa Briton: un lusso non da poco per una Casa probabilmente artigianale.
Il numero di telaio è nel tubo sottosella, come le
contemporanee Bianchi: numero abbastanza alto, segno di una produzione
numericamente discreta.
Chissà quante ne esisteranno ancora???
I freni sono marcati anche essi Brigton, fascettati da quasi 90 anni e , un poco
induriti, ma ancora ritti come soldati Ussari, sull’attenti da oltre 70 anni in
attesa di un comando che non è giunto.
Comando che impongo io ora dalle belle leve da corsa
affusolate, stipate in alto in alto su quel manubrio che è degno di un opera
barocca, tanto largo e formoso quanto potrebbe esserlo una donna felliniana.
I cerchi sono stretti, da corsa, ancora ben nichelati e
filettati.
I copertoni sono quelli in gomma rossa degli anni 30, un
Pirelli Stella al posteriore ed un quasi sbriciolato Hutchinson all’anteriore.
Parafanghi stretti
da corsa, a schiena d’asino, il posteriore dipinto di bianco nel periodo
1936-37 secondo le disposizioni allora vigenti e dotato di gemma
catarifrangente.
Pedali a sega , pochissimo consumati, segno di un uso parsimonioso e attento
Pedali a sega , pochissimo consumati, segno di un uso parsimonioso e attento
Sul manubrio è presente l’immancabile campanello, il “ciuchin”
che avvisava l’arrivo di questa indomita cavalcatura a tutti gli astanti.
Ma la parte che più mi ha affascinato di questa Brigton è
senza dubbio…la borraccia.
Forse di origine militare, essa è appesa eroicamente al
portafanale grazie alla sua spessa corda grigioverde di canapa, e il tappo in
sughero trattenuto da una modesta quanto robusta cordicella .
Ella mi parla più di ogni altra cosa di autenticità, fatica
e del tempo che fu.
Anche questa sarebbe una bella bicicletta da usare, sudando
come un tempo in salita per poi, magari, “cimpare” una golata di rosso dalla
borraccia in ferro.
Chissà.
Troppe bici, troppo lavoro e…poco tempo, me la faranno
gustare ancora per molto così, rossa indiavolata e “nature”.
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venerdì 18 gennaio 2013
Atena -Bozzi 1924
Giaceva immota sotto un telaccio di plastica , accanto al mucchio del ferro vecchio.
“Questa non venirmi a dire che non è vecchia!” mi apostrofava il proprietario ben convinto.
“Vecchia e vecchia..ma vediamo cos’è!”
“Atena” lessi sui mozzi e sulle pedivelle, con un palpito al cuore.
Atena fu sottomarca Legnano-Wolsit negli anni 20-30 e su alcuni cataloghi compare come telaio nudo da assemblare.
Probabile che potesse essere completata dal ciclista di paese con minor spesa, oppure assemblata direttamente con pezzi venduti dalla Fabbrica.Chissà!
Questa ha la particolarità dei grossi cerchioni da 28 3/8 , montati su mozzi Atena a 32-40 fori.
Curiosamente un cerchio, il posteriore , è più stretto rispetto a quello anteriore, ma montano entrambi mozzi Atena.
Una riparazione?
Il manubrio è Roller con leve esterne, e la freneria fascettata al telaio.
Compare ancora sul canotto la bella decalca Atena , così come sul tubo discendente del telaio.
Rimane solo più il parafango posteriore, a schiena d’asino, con gemma in vetro posteriore.
L’anteriore è stato gettato anni fa dopo la bella botta presa alla forcella anteriore che l’ha lasciata un po’ ubriaca: la bici era ancora disastrosamente utilizzabile, ma senza il parafango che avrebbe toccato nel telaio..peccato!
Curioso il portafanale con la “W” di origine Wolsit, a confermare l’assemblaggio della bicicletta.
Un’occhiata golosa merita l’ingranaggio, solidale alla pedivella anche grazie a un bullone di fissaggio tipico delle bici corsaiole.
Sulla ghiera sx del movimento centrale è comparsa la data 1924, confermata dal numero seriale
intorno ai 73000.
Da notare come già nel 1925 una Legnano in mio possesso presenti già matricola A XXXXXX, confermando una produzione annua di quasi 25000 biciclette: non male!!
In attesa di un restauro conservativo molto impegnativo e approfondito, un tassello in più alla storia della bicicletta.
“Questa non venirmi a dire che non è vecchia!” mi apostrofava il proprietario ben convinto.
“Vecchia e vecchia..ma vediamo cos’è!”
“Atena” lessi sui mozzi e sulle pedivelle, con un palpito al cuore.
Atena fu sottomarca Legnano-Wolsit negli anni 20-30 e su alcuni cataloghi compare come telaio nudo da assemblare.
Probabile che potesse essere completata dal ciclista di paese con minor spesa, oppure assemblata direttamente con pezzi venduti dalla Fabbrica.Chissà!
Questa ha la particolarità dei grossi cerchioni da 28 3/8 , montati su mozzi Atena a 32-40 fori.
Curiosamente un cerchio, il posteriore , è più stretto rispetto a quello anteriore, ma montano entrambi mozzi Atena.
Una riparazione?
Il manubrio è Roller con leve esterne, e la freneria fascettata al telaio.
Compare ancora sul canotto la bella decalca Atena , così come sul tubo discendente del telaio.
Rimane solo più il parafango posteriore, a schiena d’asino, con gemma in vetro posteriore.
L’anteriore è stato gettato anni fa dopo la bella botta presa alla forcella anteriore che l’ha lasciata un po’ ubriaca: la bici era ancora disastrosamente utilizzabile, ma senza il parafango che avrebbe toccato nel telaio..peccato!
Curioso il portafanale con la “W” di origine Wolsit, a confermare l’assemblaggio della bicicletta.
Un’occhiata golosa merita l’ingranaggio, solidale alla pedivella anche grazie a un bullone di fissaggio tipico delle bici corsaiole.
Sulla ghiera sx del movimento centrale è comparsa la data 1924, confermata dal numero seriale
intorno ai 73000.
Da notare come già nel 1925 una Legnano in mio possesso presenti già matricola A XXXXXX, confermando una produzione annua di quasi 25000 biciclette: non male!!
In attesa di un restauro conservativo molto impegnativo e approfondito, un tassello in più alla storia della bicicletta.
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giovedì 22 novembre 2012
Perla corsa, scelgo lei.
Da un mucchio di biciclette accatastate sei spuntata, mesta e abbandonata.
Il manubriaccio in acciaio anni 80 e i parafanghi posticci non giovavano certo al tuo passato da corsaiola.
Dai forcellini ti riconobbi e dalla matricola sul canotto, sotto i 100000, capii che nascesti ben oltre 80 anni addietro.
La decalca diceva e non diceva, le pedivelle tacevano per non parlar dei mozzi, ma eri inqueivocabilemnte Perla.
Insomma, una bella insalata!
Ma non demordevo: portata a casa la situazione fu più tragica del previsto, avendo un terminale della forcella anteriore malamente saldato e ..qualche acciacco sul telaio.
Leggendo i cataloghi scopro le tue origini: 1925, sulla ghiera di sterzo, modello 54 da Corsa, colore azzurro Verbano.
Decido quindi di montarti come da catalogo, con cerchioni in legno e mozzo contropedale Torpedo posteriore.
Solo un freno davanti, fascettato.
Sul manubrio mi sono divertito, ricostruendotene uno in ferro, alla moda dei tuoi tempi.
Così come il campanello, più un vezzo che una necessità: ai tuoi tempi erano stradacce, fossi, fango.
Per questo ho scelto gomme smontabili da 28 x ¼, montate su mozzo anteriore Perla con Oliatore e posteriore Torpedo, come già detto.
Sù una guarnitura Perla, calotte Bollea Saluzzo ( BS, il meglio di allora), e un paio di pedali a sega in ferro.
La sella Extra ce la regalò un mercatino un mattino freddo, ora starà al caldo sotto le nostre terga.
Non ho misurato l'altezza del telaio, di certo farai pochi passi quest'inverno, al massimo andrai a farti ammirare presso qualche mostra .
La primavera è vicina, quando le arie si allargheranno Per la corsa, sceglierò te.
Il manubriaccio in acciaio anni 80 e i parafanghi posticci non giovavano certo al tuo passato da corsaiola.
Dai forcellini ti riconobbi e dalla matricola sul canotto, sotto i 100000, capii che nascesti ben oltre 80 anni addietro.
La decalca diceva e non diceva, le pedivelle tacevano per non parlar dei mozzi, ma eri inqueivocabilemnte Perla.
Insomma, una bella insalata!
Ma non demordevo: portata a casa la situazione fu più tragica del previsto, avendo un terminale della forcella anteriore malamente saldato e ..qualche acciacco sul telaio.
Leggendo i cataloghi scopro le tue origini: 1925, sulla ghiera di sterzo, modello 54 da Corsa, colore azzurro Verbano.
Decido quindi di montarti come da catalogo, con cerchioni in legno e mozzo contropedale Torpedo posteriore.
Solo un freno davanti, fascettato.
Sul manubrio mi sono divertito, ricostruendotene uno in ferro, alla moda dei tuoi tempi.
Così come il campanello, più un vezzo che una necessità: ai tuoi tempi erano stradacce, fossi, fango.
Per questo ho scelto gomme smontabili da 28 x ¼, montate su mozzo anteriore Perla con Oliatore e posteriore Torpedo, come già detto.
Sù una guarnitura Perla, calotte Bollea Saluzzo ( BS, il meglio di allora), e un paio di pedali a sega in ferro.
La sella Extra ce la regalò un mercatino un mattino freddo, ora starà al caldo sotto le nostre terga.
Non ho misurato l'altezza del telaio, di certo farai pochi passi quest'inverno, al massimo andrai a farti ammirare presso qualche mostra .
La primavera è vicina, quando le arie si allargheranno Per la corsa, sceglierò te.
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sabato 26 novembre 2011
Correrai.

Non ho mai parlato di bici d'altri, qui.
Ma l'amicizia, l'emozione del ritrovamento, contagiano lesti il mio cuore e qualcosa si muove dentro me.
Non resto insensibile di fronte a simili ritrovamenti.
Immagini, sogni, si condensano e devono parlare.
Come lei.
Che ancora non conosco, ma come una diva che vi fa sognare dalle pagine delle riviste , e il cuore batte forte, così io me la immagino tra le dita, densa, concreta.
La sento la sua ruggine, la polvere che l'ha ammantata per anni,il buio di cui ha fatto indigestione.
Ha visto passare stagioni, mesi, anni, oggetti son giunti e spariti.
Quella notte che fu vostra , ne son certo, credette il peggio.
Credette che quel ferro che la fece quello che è, sarebbe tornato all'informe materia, e più nessun amore, ma solo fretta e indifferenza.
Li hai visti negli occhi, quei volponi dal cuore buono, hai capito dai loro sguardi e da quelle carezze affettuose sui mozzi e sulle decalche, che qualcosa sarebbe cambiato.
Tornato.
Correvi forte, forse per amore, forse per vincere.
1926 dice il bollo ancorato al canotto alla moda dei corridori.
L'ultimo anno in cui fosti in pista?
Chissà.

Quella strana ruota libera darà del filo da torcere a Max e Flavio, che hanno però già risolto l'arcano del tuo nome: Aquila.
Assomigli alle sorelline milanesi della Bianchi, ma che importa?
Conta che ci sei, che nulla è cambiato da quando delle mani esperte ti fecero.
Il loro cuore è in te, le loro speranze vivono nelle tue sembianze.
Presto i tuoi mozzi crucchi Durkopp rulleranno sul rosolio e, rimontate le fascette dei freni, potrai catapultarti giù dalle discese ripide come un tempo.
Non so se i tuoi padroncini vorranno arrischiare il pignone fisso che ti ritrovi.
Dalle auto silenziose e da questo Mondo , che ti apparirà strano, ne son certo, potrai difenderti a suon di campanello e stridor di ganasce.
Sorridi fiduciosa nel garagino , una nuova vita t'attende.
Presto la tua fame di grasso, olio, e buona gomma novella, ti sarà soddisfatta.
Correrai.
Correrai ancora Aquila dalle grandi ali.
Nessuno davanti.
Nemmeno una Volpe.
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