lunedì 22 febbraio 2016

8 Maggio , X edizione della Bacchettata di Primavera





Come ogni anno la Primavera porterà sole, verde e ...voglia di pedalare.
Sembra ieri che questo raduno di folli con sgangherate bici a bacchetta percorreva le strade di campagna sotto la muta commiserazione dei passanti.
Sono passati 9 anni.
La moda della bici a bacchetta ha preso piede ed in tutta Italia si organizzano raduni simili.


Quest'anno il percorso non seguirà la classicissima pista Bra-Casa del Bosco ma..si sposterà in terra Langarola.
Nessuna collina: una pista piana , su strada bianca ciclabile, che costeggia il fiume  Tanaro e ci porterà dal ponte vecchio di Pollenzo ad Alba.
A metà percorso una pausa letteraria, con racconto inedito.
Giunti ad Alba ( dopo circa 8-9 km), si potrà fare un breve giro per la capitale langarola, fare acquisti a tema enogastronomico e poi..far ritorno sulla medesima strada.
Per il pranzo sarà gradito come ogni anno il contributo di ciascun partecipante, meglio ancora se col prodotto tipico della sua terra.
Se non saremo in troppi...si pranzerà direttamente a casa mia, in mezzo alle nostre amate bici!!!
Come sempre, esto a disposizione per ogni chiarimento ( a.galeasso@libero.it)


In caso di maltempo grave ed annunciato.....sposteremo la data!!!!



mercoledì 10 febbraio 2016

Inattesa: Prina Corsa 1934

Ormai non ho molti dubbi.
Dall'alto Antonio Prina mi sorveglia e guida le sue creature , solo alcune ma belle, presso la mia boita.
Non potrebbe essere altrimenti.
Mettiamo questa Prina.

Non la cercavo, eppure mi fu offerta, smontata e da curare un poco, persino portata a casa.
Non volevo credere fosse una Prina fino a quando il mio nasone non sfiorò l'incavo del forcellino posteriore con la P in bella vista.

Allora si che rimasi a bocca aperta e potei passare a contemplare il resto.
Come ogni parte del movimento centrale marcato Prina 34.
Le pedivelle scanellate e la grossa corona a 48 denti.

I mozzi, finissimi per i tempi, anche essi Prina e dotati di foro per oliatore.
I pedali sono i classici Sheffield anni 30, da corsa mentre il manubrio, strettissimo , è completamente in ferro e con leve saldate anziché fascettate!

Freni a mensola spaiati, come del resto spesso mi è successo su bici ancora più conservate: tutto si rompe e si rompeva!
I cerchi sono quelli da mezza corsa del tempo, in ferro tipo R , stretti da 33 mm e calzano copertoncini bianchi da 1 /4.

La sella l'ho aggiunta io: una Brooks comoda e morbida, con l'immancabile camera d'aria in para di scorta sottostante.
Il parafanghino in alluminio davanti fa quello che può: scena e tanta nostalgia!.

Infine una nota sul telaio: leggero, dal colore blu metallizzato che al tempo sarà stato un non plus ultra, con addirittura il passaggio guaina interno al tubo superiore.
Una macchina affascinante, moderna, aggressiva.

Proprio come la volle il costruttore, che mai mi stancherò di ricordare ed onorare, risponde al nome di Antonio Prina.

martedì 12 gennaio 2016

Ganna modello 7 sport -corsa per signora, fuoriserie e fuoritempo

Sotto una coltre di grigio intravidi qualcosa di bello.

Di raro.
Una bici da corsa, o quantomeno supersportiva.
Per donne.
Anni 40.

Una fuoriserie.
Già la conoscevo per via di un articolo sul blog del buon Paolo, qualche anno fa.
Inoltre il mio studio custodisce al suo interno la sua sorella da uomo del '37.
Insomma, le Ganna sono bici che amo ed ancor più quelle di razza corsaiola.



Quelli erano tempi!
Chi aveva soldi poteva permettersi la bici da corsa in allestimento sportivo ed anche ...la sua signora!
Caso più unico che raro!


Il catalogo del 39 la indica come Corsa , ma con cerchioni tubolari in legno , cambio Vittoria e oliatore al canotto come da tradizione corsaiola.


Quella che presento oggi, recuperata dopo un mese di sverniciatura lenta e attenta, deve essere il corrispettivo sportivo di tale gioiello.


Analizziamola bene.


telaio ultraleggero con forcellini a G tipo corsa tipici ganna.


Le geometrie sono pazzesche: interasse estremamente corto per una posizione di guida raccolta e inclinata in avanti.



Parafango anteriore in due pezzi e posteriore con galletto di svitamento rapido sottostante.




Manubrio Ambrosio lusso con leve orizzontali ( aveva 3 fori per il posizionamento a scelta delle stesse)




Nessuna manopola ma corsaiolo nastro rosso!


Freni Universal brevettati, modernissimi per quei tempi fatti di mensole e fascette!




Ruote da 28 raggiate su mozzi da corsa Ganna con posteriore giroruota :fisso e pignone a 3 velocità.( notare il forcellino con la G)




Cambio Simplex 3v con manettino in ottone I serie, il massimo del periodo!




Copertoni da 28 1/4 completano la belva assetata di strada.


Sella Aquila in crine con coprisella originale del periodo bellico.


Nessun carter!


Pedali in ferro da mezza corsa su Pedivelle Ganna

Sopravvivono ancora le decals sul canotto sterzo e sul parafango posteriore...




Leggera , snella, doveva essere la gioia della signorina che la acquistò in quel triste 1940.




Fuori tempo a causa della guerra, forse non fu mai capita a fondo: il tempo non concedeva svaghi oltre a sopravvivere.



Come lei, altre bici ultralussuose di un periodo nimitabile, (l'apice delle bici a mio avviso)


non ebbero mai la considerazione che meritavano per decenni e molte solo oggi sono apprezzate , fortunatamente!


Chissà cosa avrebbe prodotto ancora l'industria italiana in quegli anni, se il rovinoso conflitto non fosse mai scoppiato.....











mercoledì 16 dicembre 2015

Amerio 1925, analisi epistemologica di un ritrovamento.




Quando vidi su un noto sito di vendite i resti di questa povera creatura, ammetto che non fui esaltato.
Poche foto, sbiadite, offrivano però al mio occhio ammalato di "Amerite" acuta, dettagli non trascurabili e di certo, a me, inediti.
Tralasciando le peripezie che la portarono alla mia officina ( ancora un sentito grazie all'appassionato Lorenzo, persona davvero distinta ed idealista in un mondo fatto d'avidi), la presento ora cogliendo i dettagli che ci fanno scoprire la fabbrica Amerio degli anni 20.
Il colpo d'occhio generale ci offre un bel biciclone da 26 3/8 tipico di metà anni 20, con geometrie alte ma fruibili  dalla maggior parte della popolazione muliebre del tempo ( tutt'altro che alta).



Il telaio è di foggia alessandrina, con tubo ricurvo dalla tipica curvatura e diapason sottosella inconfondibile Amerio, dal tipicissimo doppio dado di serraggio.
Calotte di sterzo non integrate ma smontabili, tipo Durkopp ( ma italianissime).



Il manubrio presenta un'impipatura tipica del periodo, che troviamo anche sulle Gerbi ad esempio.
Un tempo questo era completamente ricoperto di solida cellulosa nera( ne resta traccia sulla parte destra), atta a proteggere e custodire il nobile ferro sottostante.
Patacchino Cicli Amerio Felizzano.


Inedito su di un'Amerio il sistema frenante, a leve interne nel manubrio e con rinvii saldati alla forcella ed al carro posteriore ( vero lusso per il 1925).
Il freno anteriore è comandato da un'asta che si infulcra direttamente con un bullone al leveraggio, scorre su di una guida saldata al piantone e aziona i pattini anteriori.


Quello posteriore presenta un leveraggio inedito in zona movimento centrale, addirittura con due fulcri saldati direttamente al telaio ( in modo grezzo ma efficace) che consentono la massima robustezza e  scorrevolezza.
Manopole in osso in due pezzi e manopolini in osso ( assenti) completano la zona manubrio- freni.
Pedivelle marcate Amerio in stampato maiuscolo che ruotano su movimento centrale datato 1925 dotato di sfere di grande dimensione.( in pieno stile Maino-Dei)


Pedali da donna DIP originali, talmente piccoli che sembrano quelli di una bici da bimbo: son lontani i tempi nei quali  le donne portavano il 35 di scarpa!



Passiamo alle ruote.
Alte, da 26 3/8, sono raggiate su mozzi SIAMT -Torino  datati 1925 sulle calotte registrabili e marcati Amerio in corsivo.



I generosi copertoni Michelin ECO dell'epoca consentono di godere delle sensazioni della prima proprietaria, lasciando una traccia particolarissima col loro battistrada sulle ormai rare strade bianche.


Un occhiata golosa al carter ora: robusto, infulcrato al movimento centrale tramite 3 dadi e bulloni che si imperniano al telaio su attacchi saldai ad hoc: estraibile quindi con la massima facilità senza svitare la ghiera del movimento centrale.


Esso si rifà ai modelli Maino dell'epoca, con sportellino di ispezione anteriore ( mancante) e codino estraibile posteriore tipo Dei.
Interessante la presenza di un foro , forse posticcio, che serviva ad oliare la catena senza smontare ( e sporcare) alcunché.
Una nota sulla forcella, sulla falsariga dei modelli Maino ma già con le caratteristiche, sia pure molto larvate, che caratterizzano la produzione Amerio: parafango infulcrato direttamente al foro in fusione e rinforzi laterali ( molto molto leggeri).


I parafanghi sono del tutto identici ai modelli Maino anni 20, con costa larga centrale .


Tipici gli attacchi delle aste parafango  alla ruota posteriore , molto eleganti, montati anche da Maino.
Semplice ed efficace la tiranteria della ruota, con rondella centrale che funge da stop al tiraggio bullone -vite.



La sella, aggiunta da me, è una classica Regina a tripla molla anni 20: efficace e comoda, acchè niuna novella amazzone abbia a dolersi alle pudenda dopo una piacevole cavalcata....
CONCLUDENDO...
Questa analisi vuole essere d'aiuto alla ricostruzione della storia di un marchio da troppi dimenticato ( persino un grande collezionista nei giorni passati mi disse di non conoscere il Marchio...molto male!!) e soprattutto è utile per verificare le modalità operative e le finiture di una fabbrica ancora in espansione.
Interessante notare come nel 1925, dopo 18 anni dalla fondazione , sicuramente inseguito a un reset numerico, si fosse a quota 4000 bici, ed ancora nel 1930 circa si fosse a 10000.
Mille bici all'anno, circa 3 al giorno!( in pratica una produzione artigianale!)
Numerosità che aumenterà esponenzialmente a metà anni 30 quando dal 1932 33 si passerà al 1937 con una produzione in 5 anni circa  di oltre 15000 pezzi!
Sperando di aver fatto cosa gradita ai sostenitori della bici  Amerio, auspichiamo nuovi e probanti ritrovamenti per ricostruire al meglio la storia di una grande fabbrica piemontese che merita sicuramente l'attenzione di tutti gli appassionati di Storia della bicicletta.
Ad majora!









sabato 5 dicembre 2015

Pedalare e sudare, Wolsit corsa 1923

"Aspetta chi è aspettato
che sia compiuta l'attesa di chi attende
un suono strutturato
in modo di poter reggere
per molto tempo
ancora..
"CSI, Alba Blu"




"Una bici vecchia, di quelle da corsa, dell'epoca di Coppi..."
Questa era la frase che accompagnava l'offerta di visionare una vecchia bici in un casolare tra i monti.
Quando ti dicono la bici di Coppi, è quasi sempre una Sprint del '73.
Sgonfia e rugginosa.
Quando ti dicono la bici di Bartali, quasi sempre un condorino.
Sgonfio e col telaio rotto.
Stavolta no.
Voglio crederci.
E mi inerpico per la stradaccia tra il bosco di querce e castagni, in una terra dalla lingua delle mie origini più antiche.
Il dialetto è strettissimo, rade parole scandite da sguardi lontani mille miglia verso l'infinito o solamente dirette ad un sasso che ci incespicherà il cammino.
Dell'antico seccatoio poco resta, se non un cumulo di sassi sparsi e un tetto che la prossima neve decimerà a rudere.
"Ma è poi sicuro?"
" Ci sono nato qui dentro, se non ti fidi la butto giù io..."
"Per carità..."
La volta sta per crollare.
Dovunque paglia e sterpaglie.
Da una scala in legno che regge a malapena i miei ossuti cinquantacinque chili mi inerpico al piano alto e in fondo, la vedo.

Questi sono i momenti che non ti scordi!
Il manubrio in ferro , ussaro e fedele, mi saluta dal fioco della finestretta che le ha dato aria polvere e ruggine per tanti anni.
Le gomme si sono essiccate del tutto, si sgretolano  al solo sguardo.
Sotto la morchia un nero inusuale chiede attenzioni che sa già dovute: l'attesa è compiuta!
Insomma, con cura e devozione la sposto al piano basso.
" Ma tze mat? Campla Zù!"


-TRADUZIONE:  Ma sei matto?Buttala giù-


L'arzillo vecchiardo guarda con sommo disprezzo quel cumulo di nobilissima ferraglia che scopro essere stata del suo prozio (!) e mai più usata dagli anni '50 in poi.
Non immagina la gioia che mi dona il tatto di quella polvere, di quella ruggine, di quelle forme così sinuose.
Come un Barolo  che chiede meditazione e riposo, ho deciso sino ad ora di non pubblicarla, di goderla tutta per me come un 'idea bellissima o  un ricordo lontano, aspettando un'ispirazione che ha tardato...4 anni a venire!
Non sapevo nemmeno se ripulirla, come altre sorelle.
Ma avendola lucidata qui e là per verificare lo stato dell'arte, ho deciso per il solito restauro conservativo , desiderando fortemente di riportarla in istrada.
La striscia rossa delle gomme in para ha lasciato il posto sui cerchi strettissimi da 28 mm a due copertoni NOS da 1/4, affidabili e stridenti col nero del telaio.

Telaio che, giova ricordarlo, fu sicuramente rinnovato da qualche ciclista benvolenteroso negli anni 40 con tanto di filettature dorate.
Il verde originario è rimasto solamente..su un galletto della ruota anteriore , a perenne memoria del tempo corsaiolo che fu.

Per una volta nessun manubriaccio, ,ma la sua piega originaria larga ed imponente.
Ho lasciato volutamente alto l'attacco, come l'ho ritrovata.


Il prozio doveva essere alto di gamba !
I freni sono fascettati, l'anteriore un poco più recente e sicuramente sostituito in corso d'opera negli anni di intenso uso.

Il posteriore è originale!
Mozzi 32 40 raggi originali Wolsit , il posteriore Giroruota, con corona Wola e pignone fisso.

La guarnitura è composta da calotte Wolsit datate 1923 e da una bellissima coppia di pedivelle da corsa Wola , con un attacco della corona direttamente fissato sulla pedivella ci ricorda le finezze costruttive votate a robustezza e durata.

La sella , Una Italia in pelle, l'ho dovuta aggiungere io in quanto della vecchia Brooks restava solo il telaio e pochi monconi di cuoio ( i ghiri in montagna divorano tutto!)
Nessun parafango, nessun carter!

Rivedendola al chiaro, in una luce invernale che si sa far desiderare , la ammiro compiaciuto ed estasiato.
Come una bella donna, di quelle che devi avere per forza, essa m'attrae a viva voce e d'un lampo la cavalco, verso una salita che non supererò.
Lei, di certo, lo sa, ma dal largo del suo manubrio mi invita a fare le uniche cose possibili su una Wolsit da corsa: pedalare  e sudare!



mercoledì 25 novembre 2015

Sensuale ed armoniosa: ORIX Prina La Savoiarda 1940.

Sfogliando il bel catalogo del 1939, in ultima pagina si possono apprezzare le carrellate di commenti che giornali sportivi o grandi cronisti hanno postato sulla marca Prina.
Lodando sempre il geniale e tenace Antonio che col fratello segue le sorti dell'azienda, si possono leggere positivi commenti sull'ultima geniale creazione del tecnico astigiano, la Orix Prina, la Savoiarda.
"Finalmente una bici che farà fare un figurone  a me o alla mia bella"
Insomma una bici unisex antesignana.



Inforcandola, in effetti, si ha poco l'impressione di cavalcare una bici da donna, e poco ci manca perché la canna , abbassata di poco, si trasformi idealmente in una bici mascolina.
Il tempo ha inferto i suoi segni sulle canne ultraleggere di questa bellissima macchina, ma ancora si può ammirare l'elegante intreccio di tubi Columbus cromati.
( la Prina si riforniva di questi pregiati tubi per le sole Savoiarda e le bici da corsa, ciò che le rende preziose e leggerissime).


L'intreccio di tubi al retrotreno personalmente mi trova entusiasta e mai mi stanco di osservarlo: personale, elegante, vistoso, differente da quello della maggior parte delle bici Rondinella del periodo.
Molti i particolari in duralluminio, a partire dal bel manubrio a leve rovesciate Ambrosio , i pedali e gli elegantissimi parafanghi con ventaglini finali di grande efficacia.
Una parte gustosa di questo mezzo sono i freni, a tamburo laterale tipo motociclistico, che sicuramente nel 1939 erano quanto di più avveniristico potesse esserci!



La frenata è morbida, sicura e ben modulabile.
Stupisce la presenza di cerchioni in ferro, ma pur esendo tentato di sostituirli con altri in duralluminio come da catalogo, me ne sono ben guardato, giudicando questi quasi sicuramente quelli di primo equipaggiamento.
Anche il cambio, un simplex 3v con leva primo tipo in ottone, era un non plus ultra per il tempo, quando i corridori viaggiavano ancora con lo scomodo Vittoria: pratico e preciso, dona una nota di sportività in più al mezzo.



Infine una nota sulla fanaleria, composta da fanale Radsonne con occhi laterali e dinamo Lux : perfettamente funzionanti, illuminano il buio con discrezione e carattere, esattamente le stesse caratteristiche decise da Antonio Prina per questa bicicletta , immutate ancor oggi.


E se alla discrezione si vorrà contrapporre il bel fascino delle donnine che Antonio amava molto mettere sui depliants ( e non solo qui, ma il pudore blocchi la mia voce e la mia mano...), ecco venirci in soccorso il supporto della gemma posteriore ( fortunatamente ritrovato e salvato, risaldato a stagno su un supporto ad hoc): una sirena armoniosa, eterea, sensuale, degnissima compare e mascotte di questa amazzonica cavalcatura.