domenica 6 luglio 2014

legnano CICLO DIVA, questa sconosciuta!


Avevo già presentato questa bicicletta anni fa, quando la ritrovai.

Solo ora, in occasione di un bello smontaggio e una lucidatura , la ripropongo vista la sua rarità ( è l’unica mai vista sinora!)


Su alcuni cataloghi Legnano anni 20 , tra le varie sottomarche presenti ( Aura, Athena, Wolsit, Perla) compare anche la Ciclo Diva.

Questo esemplare, del 1947 circa ( data desunta dal Numero di telaio) presenta alcune caratteristiche curiose ed inconsuete, a cominciare dal colore.

Questo marrone , un po’cacofonico a parer mio, è stato dato davvero ovunque, e non sicuramente a pennello ma in fabbrica: di esso sono ricoperte la staffa portadinamo, il telaio della sella e  le aste parafanghi .


Il tutto è ingentilito da graziosi filetti bianchi che corrono anche lungo l’esigua striscia cromata dei parafanghi.

Tutto è marcato Legnano : mozzi, pedivelle, manubrio…ma le decals sono..Ciclo Diva!


Un po’ come fece la Bianchi con la linea Tebro..

Sinceramente non so se pensare ad una bici legnano assemblata in fabbrica nel dopoguerra con…cosa capitava e personalizzata con decals fondo di magazzino.
Impreziosisce il tutto una bella serie di puntali a coppale come si usava allora.


Il lavoro è troppo ben fatto e anche se gli artigiani all’epoca lavoravano benissimo, riscontro nel lavoro una precisione da grande industria.


Peccato non averne mai vista un’altra per confrontarla!

Resta pertanto una testimonianza della varietà delle varie sottomarche meno diffuse : sicuramente il colore non avrà contribuito alla sua diffusione!


lunedì 26 maggio 2014

il prezzo dell'oro.





La notte mandava odori di fieno e terra umida, mentre sopra la salita un manto di stelle pareva un vortice di luci di natale.

Chino spingeva la bici con forza, sudando e facendo attenzione alle siepi ed ai fossi.

In quei giorni ci si poteva aspettare qualsiasi cosa a qualunque ora, e non si sarebbe stupito di trovarsi davanti il suo migliore amico, sten puntato, a minacciarlo o a trucidarlo senza dire amen.

Per quello stava andando alla spianata della Serra.

Per levarsi da quel mondo che la vita gli aveva riservato, dopo anni di schiavenza in cascina, la fidanzata incantonata a 16 anni e un figlio che stava venendo su grande come la fame e poco o nulla da mangiare a casa.

Perché a 20 anni uno ha voglia di vivere e alzare la cresta, e questo andare in giro coi ragazzini a rischiare la pelle e bruciare cascine che magari la prossima sarà la tua , non gli andava proprio più  giù.

Chino sapeva cosa era la fatica, e sapeva le sette croste del pane, ed ognuna era una camicia sudata e ossa rotte, come per comprare la bici, che aveva dovuto litigare con padre e prendere ed andarsene una sera che era freddo e paglia umida.

Pure era servita quella Bianchi, presa nuova dal concessionario di Cherasco e usata su e giù per le stradette a tiraculo e una volta anche contro un carro aveva bocciato, ma era festa e finì tutto a manate sulle spalle e a chi beveva prima il litro.

Per guadagnare qualche soldo aveva trovato lavoro come campè, che per chi non lo sapesse è il mestiere di aprire e chiudere le chiuse e va fatto a qualsiasi ora specie d’estate quando c’è il soffoco e le piante chiedono acqua come ubriache.


Per due anni si era alzato alle 3 4 di notte, per quello quella sera nessuno si sarebbe stupito di vederlo girare con la Bianchi.

Doveva impagliarsela, e se tutto andava bene tra un anno avrebbe fatto vedere a tutti come si vive.

Ne aveva alto così con tutti e un pelo sullo stomaco che pochi alla sua età potevano vantare.

Nel gruppo dei partigiani in cui era, aveva sentito del lancio dei pacchi una sera che era di guardia vicino alle staffette ed al comandante.

Non solo viveri la prossima volta, anche questi…” ( e intanto aveva scorto l’inequivocabile segno del pollice che sfrega contro l’indice).

Bene aveva fatto a farsi mandare un paio di volte, avendo lui la copertura del lavoro notturno, e a riportare tutto senza spacchettare nulla, convincendo il compagno che ci sarebbe stato da guadagnarci ad essere onesti, di non fare il babau e rigare dritto.

Cesco, che furbo come lui non era ma si fidava e aveva tre anni in meno, aveva capito al volo e non si era fatto prendere a toccare nulla.

Per quello mandarono avanti lui quella notte, lui solo che dava poco nell’occhio essendo anche guardiano dei campi e addetto alle chiuse delle bealere.

Come sempre, prendi e porta a casa nel tascapane.Se vedi gente, spara o squaglia.Ma porta tutto, intesi?E non aprire!Mai!”

“Ma ce la faccio da solo?”

“Pacco piccolo ma importante, sulla canna della bici sta tutto.”

Chino aveva parlato solo a Rosina, più giovane di due anni ma sveglia e forte e coraggiosa, tutto aveva detto, anche dei sei sette mesi almeno che non si sarebbero visti .

Dopo, se andava bene, avrebbero fatto lusso.

Le sorelle , i fratelli e meno che meno il padre mai avrebbero dovuto saperlo.

Piuttosto morto, ma non al padre, esempio di rigore e onestà che mai avrebbe capito quel gesto.

Per quello se la volle stringere di più quella sera , col piccolo che capiva tutto e piangeva , pur vedendo il padre freddo e asciutto più di quello che era sempre..


Non incrociò nessuno  sino al bivio del Mottarotto, da dove partiva la stradina per la spianata.

Qui gli aerei alleati mandavano pacchi viveri in gran segreto e solo il comandante e pochi altri sapevano tempi e modi.

Fu un caso che lo mandassero solo, e fino all’ultimo pensò se dirlo a Cesco, ma poi si rivide tutto, proprio tutto si rivide e pensò alla moglie e al figlio, e  agli anni che sarebbero venuti e ai discorsi di padre e madre e così preso l’ordine tirò dritto e nessun pensiero, se non quello di riuscire.

Aveva avuto pochi giorni per preparare tutto, ma era furbo e riuscì bene, a cominciare dalla fascina dietro una siepe che sapeva, piena di rami fitti ma vuota dentro per nascondere i soldi e il tascapane.

Tutto aveva previsto, anche l’amico di Genova che lo avrebbe nascosto per sei mesi in una cantina buia di via Prè, pagando s’intende, ma “se tutto andava bene, quel buco te lo pago come un grand Hotel.”

La guerra era alla fine, non riusciva ad immaginare un altro anno come quelli.

Sudava, nella camicia bianca e nella vestimenta.

Non ci sarebbe stato tempo di tornare a casa  e spiegare , bastava fare cosa si doveva, andare in bici fino a Bra, prendere il vapore per Torino e qui per Genova.

La bici l’avrebbe ritrovata Rosina, in un posto che sapevano dentro un boschetto di albere.

Come morto sarebbe stato e fino alla fine aveva pensato se non sarebbe stato meglio fingere proprio questo, ma vide la faccenda complicarsi e lasciò perdere.

Non pensava a nulla, quando vide il buio e il fresco dello slargo, a nulla quando accese il fuoco di segnale.

Basta che quei mangiacrauti non vedano”, pensava, era il 1944 e faceva caldo a farsi prendere accanto ad un fuoco in piena campagna alle due di notte.

Nel freddo e nella luce gli riuscì per qualche istante  di non pensare,di non immaginare  alle ritorsioni che avrebbero potuto  fare ai suoi.

Era la sua occasione e avrebbe sacrificato l’ultima briciola di onore per averla.


Non fece tempo ad accendere la Milit che un rombo , come un tuono, venne da lontano.

Ci sono, Madonna delle grazie fa che ci sia cosa si deve e ti regalo mille lire.No, duemila.”

Non fece tempo a pentirsi dell’offerta, che qualcosa di giallo cadde dal cielo attaccato al solito grosso paracadute.

Come fece a venire se ne andò, e lui corse, corse proprio come ci fosse la vita in quel pacco e lo guardò un istante prima di fare ciò che mai aveva  fatto prima.

Come a nascondersi dal peccato che andava a commettere, si mise dal cespuglio e lo scartò con la grazia di chi sa le cose rare  ed irripetibili.

E sotto ai giornali e i fogli di burocrazia li vide, belli e grandi che odoravano di fresco, e  toccarli era un piacere.

Li annusò e li guardò per un istante che parve eterno, doveva capire che erano veri, che non era uno scherzo e mentre li guardava, studiava in giro , sentendosi come un lupo che ha azzannato la preda e non la vuole spartire con nessuno.

Tutto filò liscio, nessuno si intromise e la pistola che aveva nelle braghe non servì a nulla.

L’avrebbe buttata prima di entrare in Bra, e da lì in avanti solo Dio con lui e quei soldi.

Pur cercando di mantenere un decoro, sudava fitto ora.

Sapeva che se l’avessero pescato, partigiani o crucchi, l’avrebbero impalato dove era.

Ogni metro gli costava sudore e fatica e capì bene quel era il prezzo dell’oro e che chi aveva soldi in qualche modo se li era guadagnati, comunque.


Arrivò a Bra che era l’alba quando  la prima luce dona forma e contorno alle cose .

Non si voltò a guardare la bici , solo si preoccupò di nasconderla bene e che nessuno la trovasse per almeno qualche giorno.

Poi, Rosina l’avrebbe presa.

Camminando nella solitudine della piazza, davanti alla pensilina, aspettò che la biglietteria fosse aperta, fumando una sigaretta dopo l’altra.

Anche lì gli andò bene, perché essere presi a venti anni con un tascapane di soldi c’era da essere spediti piombati in Germania e ringraziare se non c’era del piombo pronto subito da digerire per l’eternità.

Ma nessuno passò, e dopo un quarto d’ora si presentò al bigliettaio, chiedendogli asciutto:

Genova, un biglietto.”

“Solo andata?”

Speriamo, rispose.

(ndr : la bici protagonista di questa storia ( vera) , è proprio la Bianchi del 1942 raffigurata nelle fotografie)








martedì 20 maggio 2014

La bacchettata di primavera 2014: grazie a tutti!

Ringrazio tutti i partecipanti a questa ottava edizione della bacchettata di Primavera.
Tempo bello, compagnia, ottima e ...otime vivande hanno fatto da cornice ad una bellissima edizione.
Già nel sabato pomeriggio gli avventori delle terre lontane ( Cotignola, Ferrara...) hanno potuto fare un giretto per la città di Bra, seguita dall'inaugurazione della mia piccola esposizione casalinga in serata, dove si è festeggiato anche il mio compleanno :)

Davvero un'emozione fortissima, pensando a come era quello spazio un anno prima !

La domenica, satolli dalla serata precedente, si è pedalato per lo storico tracciato Bra- Casa Del Bosco- Riva,...

I meno stanchi hanno ancora fatto muovere le gambe in quel di Bra mentre i più...volenterosi preparavano per il pranzo nel garage..
All'arrivo piadine, squaquerone, fichi canditi e dei tortelli di zucca che erano cosa Dio fece hanno allietato tutti i presenti ( innaffiati da buon vino ferrarese..)
Un grazie ancora a tutti e ...fanali puntati  al prossimo anno!

martedì 29 aprile 2014

la bacchettata di primavera del 18 maggio!


In occasione della Bacchettata del 18 Maggio ricordo a tutti i simpatizzanti e gli avventori il programma di massima.

Il ritrovo è previsto per le ore 9-930 a Bra, Cn, in via Mascagni presso il mio garage.

Da qui, dopo un poco di attesa che tutti convengano e…un po’ di salame e vino, partiremo alla volta del classico giro che si snoda per le campagne ( all'incirca una dozzina di km inframmezzato da pause e soste...)

A metà percorso, come da tradizione, bagnetto verde e acciughe allieteranno la sosta accompagnata da un mio scritto inedito.

Al termine della campagna, dopo un giretto nella  città di Bra, sosteremo per il pranzo nel mio garage trasformato per lo scopo in…bettola!

Chiedo ad ognuno di contribuire come sempre con un piatto della sua zona e magari…un beveraggio!

Al caso scrivetemi una mail così ci accordiamo e non ci ritroviamo tutti con …antipasti vari!



Qui, chi vorrà, potrà ancora abbuffarsi di una piccola merenda sinoira alla piemontese che offrirò volentieri mentre si ammira la mia…ruggine!

Per ogni dubbio scrivetemi pure alla consueta mail

Cominciate a caricare le bici..e ricordate: in caso di nubifragio…la manifestazione sarà spostata!

lunedì 31 marzo 2014

Carlo Delfino ( Porto Maurizio) 1935 corsa


Un oggetto va sempre pensato, sognato, desiderato.

Le parole e le forme suggeriscono idee che si andranno a concretizzare nell’evento che verrà.

Così io sognai una notte questa bicicletta in mezzo agli ulivi, la sognai libera in un periodo non libero.

La sognai verde come non era e aggressiva come ancora sa essere.

Quando poche parole , al telefono, vi lasciano increduli e  danno la stura al sogno, ecco che si attende con trepidazione ciò che poi sarà bramosia e adrenalina.

L’appuntamento è alla marina, ma lei si trova ben più su, 18 chilometri di curve tra gli ulivi e le ginestre.

è rimasta appesa per anni, finchè prima di morire il vecchietto me l’ha consegnata


Non sappiamo il nome del primo proprietario, ma io l’ho chiamato Tugnasin.

Fa parte del sogno.

Tra i muretti di pietra che guidare mette i sudori, abbandoniamo l’automobile per inerpicarci tra i carrugi e qui infilarci tosto in un garage alla luce.

Ma la bici dov’è?”

“Di sopra, qui si allaga spesso e potevano marcire i cerchioni

“Ed ecco che dopo una scalinata fatta a due balzi alla volta, la vedo coperta dalla polvere e dalle ragnatele, appoggiata ad un tavolo di ulivo .

Il cuore rimbalza, non capita spesso di imbattersi in nobile ruggine corsaiola direttamente dagli anni 30.

Lo stemma in ottone sul canotto mi dice "Cicli Carlo Delfino, Porto Maurizio" ( Imperia) : mai sentito, il nome è localissimo.


I cerchioni in legno hanno tenuto benissimo, solo i tubolari risentono gli anni dell’abbandono.

I mozzi parlano alluminio davanti e ferro giroruota al posteriore, ma non me ne stupisco: più di un’artigianale ho reperito con mozzi spaiati e se ciò può essere dovuto ad una riparazione non mi stupirei fosse nata così: allora in una bottega artigiana si badava al sodo e… cosa c’era c’era!
Oppure quel giovanotto era un corridore e ...senza badare al sottile aggiornò e cambiò per non rimanere appiedato!
Chissà!

Il bel manubrio ha la pipa in ferro e una piega di alluminio che mette voglie in petto al più consumato collezionista.

Freni Bowden con una molla che mai vidi, ancora efficaci nonostante l'oblio..

La data ce la fornisce il bollo ben ancorato al parafanghino in alluminio anteriore, 1935, accanto ad una medaglietta in bronzo anche essa rivettata al puntale con il volto di Gesù.
Questi sono i dettagli che mi fanno amare le biciclette datate!


Il pezzo forte è sicuramente il cambio Vittoria prima serie, ancora al suo posto dopo quasi 80 anni, unitamente al bell’oliatore per catena che immediatamente lo sovrasta.


Sella marcata APA Prina Asti, mi perseguita piacevolmente questo marchio : devo dire che il telaio sembra proprio un Prina, ma altri indizi alessandrini non ne trovo: chissà!

Su una pedivella scorgo il marchio BSA, la destra, l’altra è di una bici francese col suo pedale un poco più recente.

Tugnasìn la deve avere usata parecchio, almeno 20 anni direi, prima di metterla a riposo, e quando c’era da sostituire …si sostituiva, come dargli torto?

Quelle salite sono terribili e dovevano essere un bell’ostacolo a gambe, polpacci e….mezzi meccanici!

La gemma catarifrangente ancorata al freno posteriore dice anni 40, così come le guaine freno.


Poi chissà: una moglie, una Vespa, i figli, la stanchezza, la voglia di comodità.

Ma non l’oblio dei begl’anni , tanto da non decidere di abbandonare la bicicletta ( triste destino di molte sue coetanee) bensì di custodirla appesa in un garage tra i carrugi che sanno di olio e di pietra, che tanto bene l’hanno conservata, nera a fiamme rosse come apparve in quel di Imperia tanti anni fa a quel giovanotto.

Il sogno  svanisce e stavolta lascia per le mani ferro, legno e gomma.

Al lavoro, dunque!

Il nuovo proprietario non avrà forse i muscoli del Tugnasin, ma qualche pedalata, su tubolari nuovi, quella si, se la vorrà concedere.

E pace se stavolta saran noccioli ed albere, in vece degli ulivi.

venerdì 7 marzo 2014

Vecchia signora: Wolsit modello 55, 1926




Vecchia signora, appoggiata con noncuranza ad una piglia dietro a cianfrusaglie d’ogni sorta, sotto lo sguardo di ignari passanti che ignorano ciò che sei, chi ti fece , cosa resta di te?

Sfanalata e decarterata pari l’ombra d’un passato che fu gaio e ricco di avventura ( la vernice è logora  e frusta e la catena ha ben girato sulle corone).



La sella è un mio dono, per dirti Buongiorno e augurarti nuova vita e nuove strade, silenziosa su quei bei Pirelli Stella da 3/8 che molto ti s’addicono.



Eppure chi ti ebbe molto ti amò, preservando addirittura i pattini dei freni e quelle alette ai parafanghi che tanto t’aggraziano.

I pedali paiono tuoi da sempre, marchiati Wolsit su quasi tutti i gommini ( o tempora, o mores, quando tutto si riparava e il costo era un ostacolo).


Cerchi stretti, R, così stretti da fare dire a me, vecchio malato di ruggine, al cinico venditore ch’erano sostituiti, che erano troppo stretti.


Ma quei mozzi.


32- 40, una combinazione che strugge l’appassionato e che deve essere sfuggita ai vecchi lupi della mattinata.

Destino forse.

Chissà, saresti finita sbranata dalle tenaglie del facile guadagno e forse quei mozzi avrebbero equipaggiato nobile e corsaiola rumenteria.


Ancora lì , sono.

Ben oliati, lucidati, incerati quel che basta per farti vezzo colle compagne di mostra museale, che, beffarde nei loro carter non oseran che dirti: benvenuta, vecchia signora.

sabato 1 marzo 2014

Maino catenelle


L’amico e grande appassionato Giambattista da Ventimiglia ci stupisce di nuovo con un’altra magnifica bicicletta entrata nella sua collezione, una Maino Supersport con frenaggio a trasmissione rigida interna e archetti comandati da catenelle prodotta nella seconda metà degli anni 40.

Erano quelli gli ultimi anni nei quali le  grandi Case facevano a gara per stupire la ( ricca) clientela e si ingegnavano a chi nascondeva meglio la tiranteria oppure la studiava più meccanicamente interessante o complessa.

Pensiamo alle celebri Bianchi Impero, oppure alle Gloria con frenaggi a tenaglia, passando per le Olympia anche esse con tiranti bacchetta-tenaglia.


La Maino, dopo anni di produzione delle sue ben note Supersport e Superlusso a freni a bacchetta interni, decise nel dopoguerra di stupire con questo sistema a cantilever comandato da catenelle, un sistema che ritroveremo molti anni dopo sulle mountain bike, comandato però stavolta da un comune  filo d'acciaio .


Ottima la conservazione del color bronzo , che esalta l’eleganza e la sportività del mezzo.

Sul manubrio è fissato il classico patacchino Maino con la dicitura del modello , mentre le leve freno sono impreziosite dall’inserto in ottone marcato Maino.

Completa la bicicletta l'elegante campanello firmato Maino.
.

Un capolavoro di eleganza e di stile difficilmente imitabile che ancora una volta dimostra la bravura dei Piemontesi nell’arte della bicicletta!