"Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in paradiso
là dove vado anche io
perchè non c'è l'inferno
nel mondo del buon dio"
(F.de Andrè)
La bici.
Negli anni '40 a Bra, se volevi una bici potevi andare da "Gesot" e fartene fare una su misura senza spendere un'esagerazione.
Questa è una.
Il telaio è di una vecchia balloncina da 26 con serie sterzo tipo gloria e cerchi ballon da 26.
Il mozzo posteriore è un contropedale Torpedo, ancora molto efficace.
Il manubrio è un Ambrosio in ferro , piega Torino, con leva e freno bowden anteriore per una frenata più rapida e sicura.
Guarnitura anonima con disegno tipo gloria e pedali a 6 gommini con catarifrangente aggiunto.
Mozzo anteriore DEA con oliatore a elmo , anni 20.
Notare su entrambi i mozzi le corde in vero cuoio braidese dell'epoca.
Impianto luce Tegif e sebac Astor II al posteriore.
Questa la bici.
Vediamo ora:
L'uomo.
Era un capostazione di Bra, uomo alto e forte.
Si era fatto fare la bici da Gesot su sua specifica.
Voleva un bel contropedale , per frenare anche con la giacca in mano .
Ci teneva e come tutti i Braidesi era giusto nei soldi.
Cosi giusto da non cambiare il supporto della dinamo rotto, ma di farselo saldare alla bisogna da uno dei mille fabbri di Bra.
Abitava in una casa sulla collina con annesso ciabot e crutin, vanto di tutti i Braidesi .
"Bra?ah quel paese che tutti hanno la vigna" diceva il re Vittorio emanuele III.
Bel lavoro, bella famiglia, bella bici dico io.
Ma qualcosa non quadrava.
Sempre quella tristezza alla sera, e poi al mattino e poi tutto il giorno e sempre.
La mancanza di qualcosa.
Il troppo di tutto.
Impossibile sorridere, troppo facile piangere.
E allora quelle gite in bici e i treni e i figli e la moglie e la vita sono di troppo, e bisogna farla finita e senza fare troppo strepito.
Ma non si può.
Allora pazienza.
Qualcuno mi troverà e capirà che ero io, e che non potevo più, e che quella corda la guardavo già da tempo.
E scusatemi se avrete un brutto quarto d'ora vedendomi appeso e vi passerà l'appetito per giorni.
La vita è una bella cosa dicono, ma ci va del coraggio per andare avanti, e, infine, ancor più per lasciare tutto, in quei cinque minuti senza ossigeno che il gesto richiede.
( In ricordo del primo e unico proprietario di questa cicli Chiesa -Bra).
lunedì 18 agosto 2014
sabato 9 agosto 2014
La pioggia è gioia (19)
La rivide appena tornato.
Erano degli anni che non lo incrociava più.
Sempre la stessa faccia, quel volto di chi ha perso tutto e non risalirà mai la china.
Quando furono dalla pesa, si fermarono.
Tutti e due.
Senza parlare.
Brigida era una donna grande e forte e non avrebbe dimostrato più dei suoi cinquanta anni, se la guerra non l'avesse rapinata.
Abitava col marito e i suoi sette figli oltreferrovia , e si vedeva poco nelle vie centrali, avendo il marito e i figli da accomodare ogni santo giorno.
"Sembra ieri."
"Dillo a me, dillo.Me lo vedo tutti i giorni.Con quella lingua fuori, povero figlio.bastardi porci, all'inferno loro e tutti."
"Potevo fare niente.Solo uscire e morire con lui.Sarebbe servito?"
"No.Però eravate della leva e scusami se te lo dico, ma quando ti vedo mi monta una rabbia.Chissà come sarebbe adesso."
Eroe non aveva parole, solo una lacrima da offrirle , e lei la vide e vedendolo fermo gliela accarezzò quella lacrima, come fosse suo figlio Onorino lì presente a guardarla e a non dir nulla, chiedendo scusa di non averla accompagnata per quegli anni.
Era ancora dietro a quei cespugli Eroe, e non si muoveva da 6 anni.
Quel ragazzo aveva il volto di un bambino e la sincerità d'un uomo.
Da troppo poco era stato inserito per fare certi gesti ma aveva fegato e aveva colpito il comandante per quel suo sguardo e la risposta pronta e quel giorno nei boschi si doveva bloccare un dieci quindici tedeschi .
Più si era meglio era.
Andò bene fino alla rocca, dove poco prima era stato falciato l'eremita delle rocche.
Quando cominciarono a vederli scendere, erano dieci.
Seguiti da altrettanti e altrettanti.
Troppi.
Eroe e il comandante si lanciarono un'occhiata come a dire Diocristo, siamo tutti morti.
A uno dei militi partì un colpo e allora gli ultimi, che erano ancora sottocosta, pensarono che la battaglia fosse già nel buono e si lanciarono.
Fu in quel momento che Eroe lo vide ancora, e lo vide libero e per l'ultima volta.
In un attimo lui e Sten furono circondati e fu un caso che non venissero trucidati subito.
Il comandante crucco impartì quelli che erano ordini severissimi e nemmeno fecero a tempo a perlustrare che in cinque minuti erano già giù dalla rocca.
Eroe non capì mai quella cosa, ma se era vivo lo doveva anche a quegli ordini e a quella fretta generata dall'irruzione di Onorino e Sten.
Sten lo stordirono ,Onorino gettò il fucile e alzò le mani.
Il comandante, che aveva pochi anni più di lui, biondo come e più di lui, se lo vide venire davanti con una fierezza che sapevano avere in pochi a quell'età.
Si guardarono negli occhi, con coraggio.
"Se mi deve far fuori faccia pure, il mio dovere l'ho fatto."
"Gut, gut, ragazzo in gamba, bravo"
Poi lo presero e lo portarono in città.
Per due giorni nessuno ne seppe nulla e solo la madre lo vide dall'inferriata della caserma, magro e pallido.
Forse li scambiavano, i compagni avevano mandato dei messaggi.
Fu un 2 Agosto che il comando decise di trasferirli a Torino e partirono con camion e moto e prigionieri a piedi legati quasi trascinati.
Brigida, in silenzio , lo accompagnò dal ciglio sfidando le ire dei tedeschi e del marito, quasi presagendo la farsa.
Faceva un caldo del diavolo e tutti sudavano come bestie, meno i tedeschi imperterriti nelle loro divise cachi e teschi.
Quando ebbero fatto lo stradone che da Bra porta a Sommariva, di colpo davanti ai giardini della stazione il biondo comandante fermò il corteo.
I giardini erano freschi e belli, e sulle panche sedevano vecchi a ricrearsi dal gran soffoco.
Di colpo, si alzarono spaventati e rientrarono.
In un angolo d'ombra, con secchi ordini in tedesco impartì l'esecuzione.
Una corda fu gettata su un albero, e nel vederla impallidì più la madre che il ragazzo.
Ora malediceva tutti, cercava anche lei la morte,chiedeva di essere uccisa al posto suo.
Cinque minuti e tutti e due pendevano a lingua fuori, gli occhi sbarrati che uscivano dalle orbite.
Ancora oggi Brigida si chiede come possa morire così in fretta un uomo, un figlio che ci hai messo 17 anni a crescere e in due minuti te lo vedi penzolare da un tiglio per ordine di uno come lui, solo, più malvagio e d'altra nazione.
Per tre giorni furono piantonati , dovevano fare da esempio, e finchè ci furono i militi nessuno potè staccare il povero giovane , con gli occhi e la lingua fuori e più nulla del fiero uomo che era stato.
"Abbiamo provato tutto, tutto.Cosa ne parliamo a fare?"
"Potevate provare a non metterlo in mezzo, vigliacchi.Lo so che eravate nascosti, l'Eroe quella volta dove era?Solo quando hanno messo la pietra a ricordo siete usciti.bella gente di partigiani.Ma nascondetevi, pieni di zuppa."
E dopo averlo guardato con disprezzo, si rimise il faldone d'erba sulle spalle e non gli lasciò replica.
Ora si che si sentiva fregato.
Fottuto proprio.
Non rimpiangeva nulla e sapeva che quella volta uscire sarebbe stato morire.
Ora, restava solo dare un senso a quel sopravvivere , a quel sacrificio che aveva fatto perchè lui fosse lì, vivo e in salute, in quel maledetto 950.
Guardando Brigida attraversare la ferrata, alta e rigida nei suoi 50 anni, Eroe non potè non pensare a quanto bastarda sia la vita, a come sia ingiusta e misteriosa.
Da lontano, qualcuno lo stava chiamando.
Erano degli anni che non lo incrociava più.
Sempre la stessa faccia, quel volto di chi ha perso tutto e non risalirà mai la china.
Quando furono dalla pesa, si fermarono.
Tutti e due.
Senza parlare.
Brigida era una donna grande e forte e non avrebbe dimostrato più dei suoi cinquanta anni, se la guerra non l'avesse rapinata.
Abitava col marito e i suoi sette figli oltreferrovia , e si vedeva poco nelle vie centrali, avendo il marito e i figli da accomodare ogni santo giorno.
"Sembra ieri."
"Dillo a me, dillo.Me lo vedo tutti i giorni.Con quella lingua fuori, povero figlio.bastardi porci, all'inferno loro e tutti."
"Potevo fare niente.Solo uscire e morire con lui.Sarebbe servito?"
"No.Però eravate della leva e scusami se te lo dico, ma quando ti vedo mi monta una rabbia.Chissà come sarebbe adesso."
Eroe non aveva parole, solo una lacrima da offrirle , e lei la vide e vedendolo fermo gliela accarezzò quella lacrima, come fosse suo figlio Onorino lì presente a guardarla e a non dir nulla, chiedendo scusa di non averla accompagnata per quegli anni.
Era ancora dietro a quei cespugli Eroe, e non si muoveva da 6 anni.
Quel ragazzo aveva il volto di un bambino e la sincerità d'un uomo.
Da troppo poco era stato inserito per fare certi gesti ma aveva fegato e aveva colpito il comandante per quel suo sguardo e la risposta pronta e quel giorno nei boschi si doveva bloccare un dieci quindici tedeschi .
Più si era meglio era.
Andò bene fino alla rocca, dove poco prima era stato falciato l'eremita delle rocche.
Quando cominciarono a vederli scendere, erano dieci.
Seguiti da altrettanti e altrettanti.
Troppi.
Eroe e il comandante si lanciarono un'occhiata come a dire Diocristo, siamo tutti morti.
A uno dei militi partì un colpo e allora gli ultimi, che erano ancora sottocosta, pensarono che la battaglia fosse già nel buono e si lanciarono.
Fu in quel momento che Eroe lo vide ancora, e lo vide libero e per l'ultima volta.
In un attimo lui e Sten furono circondati e fu un caso che non venissero trucidati subito.
Il comandante crucco impartì quelli che erano ordini severissimi e nemmeno fecero a tempo a perlustrare che in cinque minuti erano già giù dalla rocca.
Eroe non capì mai quella cosa, ma se era vivo lo doveva anche a quegli ordini e a quella fretta generata dall'irruzione di Onorino e Sten.
Sten lo stordirono ,Onorino gettò il fucile e alzò le mani.
Il comandante, che aveva pochi anni più di lui, biondo come e più di lui, se lo vide venire davanti con una fierezza che sapevano avere in pochi a quell'età.
Si guardarono negli occhi, con coraggio.
"Se mi deve far fuori faccia pure, il mio dovere l'ho fatto."
"Gut, gut, ragazzo in gamba, bravo"
Poi lo presero e lo portarono in città.
Per due giorni nessuno ne seppe nulla e solo la madre lo vide dall'inferriata della caserma, magro e pallido.
Forse li scambiavano, i compagni avevano mandato dei messaggi.
Fu un 2 Agosto che il comando decise di trasferirli a Torino e partirono con camion e moto e prigionieri a piedi legati quasi trascinati.
Brigida, in silenzio , lo accompagnò dal ciglio sfidando le ire dei tedeschi e del marito, quasi presagendo la farsa.
Faceva un caldo del diavolo e tutti sudavano come bestie, meno i tedeschi imperterriti nelle loro divise cachi e teschi.
Quando ebbero fatto lo stradone che da Bra porta a Sommariva, di colpo davanti ai giardini della stazione il biondo comandante fermò il corteo.
I giardini erano freschi e belli, e sulle panche sedevano vecchi a ricrearsi dal gran soffoco.
Di colpo, si alzarono spaventati e rientrarono.
In un angolo d'ombra, con secchi ordini in tedesco impartì l'esecuzione.
Una corda fu gettata su un albero, e nel vederla impallidì più la madre che il ragazzo.
Ora malediceva tutti, cercava anche lei la morte,chiedeva di essere uccisa al posto suo.
Cinque minuti e tutti e due pendevano a lingua fuori, gli occhi sbarrati che uscivano dalle orbite.
Ancora oggi Brigida si chiede come possa morire così in fretta un uomo, un figlio che ci hai messo 17 anni a crescere e in due minuti te lo vedi penzolare da un tiglio per ordine di uno come lui, solo, più malvagio e d'altra nazione.
Per tre giorni furono piantonati , dovevano fare da esempio, e finchè ci furono i militi nessuno potè staccare il povero giovane , con gli occhi e la lingua fuori e più nulla del fiero uomo che era stato.
"Abbiamo provato tutto, tutto.Cosa ne parliamo a fare?"
"Potevate provare a non metterlo in mezzo, vigliacchi.Lo so che eravate nascosti, l'Eroe quella volta dove era?Solo quando hanno messo la pietra a ricordo siete usciti.bella gente di partigiani.Ma nascondetevi, pieni di zuppa."
E dopo averlo guardato con disprezzo, si rimise il faldone d'erba sulle spalle e non gli lasciò replica.
Ora si che si sentiva fregato.
Fottuto proprio.
Non rimpiangeva nulla e sapeva che quella volta uscire sarebbe stato morire.
Ora, restava solo dare un senso a quel sopravvivere , a quel sacrificio che aveva fatto perchè lui fosse lì, vivo e in salute, in quel maledetto 950.
Guardando Brigida attraversare la ferrata, alta e rigida nei suoi 50 anni, Eroe non potè non pensare a quanto bastarda sia la vita, a come sia ingiusta e misteriosa.
Da lontano, qualcuno lo stava chiamando.
giovedì 10 luglio 2014
Maino 1944, dalla guerra con furore.
Chi mi conosce sa bene la mia passione per gli oggetti e le biciclette del tempo di guerra.
Tutto ciò che è cadmio e fanali oscurati mi trasmette delle emozioni indefinibili: certamente qualche ricordo della mia vita passata !
Tutto ciò per presentare questo reperto bellico di primaria importanza.
Dal 1942 in avanti sono pochissime le Case ciclistiche che ancora producono a buon ritmo : la Bianchi verrà bombardata nel 1943 e stessa sorte subiranno altre Case, altre chiuderanno in attesa di migliori eventi.
Stupisce quindi trovare impressa sui cerchioni di questa Maino la data 44 , anno che coincide benissimo col numero di matricola .
Dopo tante e tante bici , mai nessuna avevo trovato datata 43, 44 o 45.
Quelli sono anni bui e certamente chi faceva bici non si perdeva in finezze di punzonature come anni prima...
Ricordiamoci inoltre che questo è un anno nel quale la circolazione di auto moto e bici era strettamente controllata e il documento che allego ne è una testimonianza:
Quante bici saranno state assemblate proprio in quegli anni , magari a partire da telai più vecchi o fondo di magazzino!
Parafango bianco posteriore e cadmio , per questa alessandrina!
I cerchi sono da 28 pollici, profilo R e mozzi...cadmiati ma senza ingrassatore!
Una finezza: nipples in alluminio, certamente fondo di magazzino di qualche reparto corse!
Tutto è cosparso di porporina alluminio: a tutta prima pensavo a un rifacimento del dopoguerra, ma grattando qui e là, anche sui cerchi..noto il ferro vivo sotto!
Un po' come su certe moto prodotte in periodo bellico, quando tutto era cosparso di vernice utile più a proteggere dagli agenti atmosferici che ...a dar bellezza!
Particolare che denota lo stato di quel momento, è la testa forcella: dipinta di rosso, come su altre Maino, ma...ancora le colature su freni e forca!
Insomma, si doveva fare la bici, venderla ( sottobanco) e ....pedalarla!
Sui pedali, a corpo cadmiato compare la scritta GIRA: sicuramente anche essi fondo di magazzino della branca Girardengo-Maino!
Curiosa una pedivella, dove la stampigliatura Maino compare piu volte ribattute: fretta di guerra!
Completano il quadro un bel manubrio a leve rovesce Ambrosio , dalla presa sicura e sportiva.
Le leve rovesce comandano ganasce Universal Brev 361666 guarda caso..cadmiate!
Il gruppo luce non poteva che rispecchiare il 1944: cadmio per la dinamo Dansi e....oscuramento in ferro per il faro!
Questa Maino a molti sembrerà solo un vecchio rottame, ma oltreché all'appassionato di bici questo mezzo rappresenta una testimonianza storica di raro e indubbio valore anche allo storico, che grazie ai particolari sopra descritti può meglio capire quel particolarissimo periodo storico che sono stati gli anni 1943-1945: anni bui, incerti, intrisi di morte e violenza ma anche di valenti artigiani che sfidarono il tempo per dar dignità e foggia al loro lavoro.
Tutto ciò che è cadmio e fanali oscurati mi trasmette delle emozioni indefinibili: certamente qualche ricordo della mia vita passata !
Tutto ciò per presentare questo reperto bellico di primaria importanza.
Dal 1942 in avanti sono pochissime le Case ciclistiche che ancora producono a buon ritmo : la Bianchi verrà bombardata nel 1943 e stessa sorte subiranno altre Case, altre chiuderanno in attesa di migliori eventi.
Stupisce quindi trovare impressa sui cerchioni di questa Maino la data 44 , anno che coincide benissimo col numero di matricola .
Dopo tante e tante bici , mai nessuna avevo trovato datata 43, 44 o 45.
Quelli sono anni bui e certamente chi faceva bici non si perdeva in finezze di punzonature come anni prima...
Ricordiamoci inoltre che questo è un anno nel quale la circolazione di auto moto e bici era strettamente controllata e il documento che allego ne è una testimonianza:
Quante bici saranno state assemblate proprio in quegli anni , magari a partire da telai più vecchi o fondo di magazzino!
Parafango bianco posteriore e cadmio , per questa alessandrina!
I cerchi sono da 28 pollici, profilo R e mozzi...cadmiati ma senza ingrassatore!
Una finezza: nipples in alluminio, certamente fondo di magazzino di qualche reparto corse!
Tutto è cosparso di porporina alluminio: a tutta prima pensavo a un rifacimento del dopoguerra, ma grattando qui e là, anche sui cerchi..noto il ferro vivo sotto!
Un po' come su certe moto prodotte in periodo bellico, quando tutto era cosparso di vernice utile più a proteggere dagli agenti atmosferici che ...a dar bellezza!
Particolare che denota lo stato di quel momento, è la testa forcella: dipinta di rosso, come su altre Maino, ma...ancora le colature su freni e forca!
Insomma, si doveva fare la bici, venderla ( sottobanco) e ....pedalarla!
Sui pedali, a corpo cadmiato compare la scritta GIRA: sicuramente anche essi fondo di magazzino della branca Girardengo-Maino!
Curiosa una pedivella, dove la stampigliatura Maino compare piu volte ribattute: fretta di guerra!
Completano il quadro un bel manubrio a leve rovesce Ambrosio , dalla presa sicura e sportiva.
Le leve rovesce comandano ganasce Universal Brev 361666 guarda caso..cadmiate!
Il gruppo luce non poteva che rispecchiare il 1944: cadmio per la dinamo Dansi e....oscuramento in ferro per il faro!
Questa Maino a molti sembrerà solo un vecchio rottame, ma oltreché all'appassionato di bici questo mezzo rappresenta una testimonianza storica di raro e indubbio valore anche allo storico, che grazie ai particolari sopra descritti può meglio capire quel particolarissimo periodo storico che sono stati gli anni 1943-1945: anni bui, incerti, intrisi di morte e violenza ma anche di valenti artigiani che sfidarono il tempo per dar dignità e foggia al loro lavoro.
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domenica 6 luglio 2014
legnano CICLO DIVA, questa sconosciuta!
Solo ora, in occasione di un bello smontaggio e una lucidatura
, la ripropongo vista la sua rarità ( è l’unica mai
vista sinora!)
Su alcuni cataloghi Legnano anni 20 , tra le varie
sottomarche presenti ( Aura, Athena, Wolsit, Perla) compare anche la Ciclo
Diva.
Questo esemplare, del 1947 circa ( data desunta dal Numero
di telaio) presenta alcune caratteristiche curiose ed inconsuete, a cominciare
dal colore.
Questo marrone , un po’cacofonico a parer mio, è stato dato
davvero ovunque, e non sicuramente a pennello ma in fabbrica: di esso sono
ricoperte la staffa portadinamo, il telaio della sella e le aste parafanghi .
Il tutto è ingentilito da graziosi filetti bianchi che
corrono anche lungo l’esigua striscia cromata dei parafanghi.
Un po’ come fece la Bianchi con la linea Tebro..
Sinceramente non so se pensare ad una bici legnano assemblata
in fabbrica nel dopoguerra con…cosa capitava e personalizzata con decals fondo
di magazzino.
Impreziosisce il tutto una bella serie di puntali a coppale come si usava allora.
Impreziosisce il tutto una bella serie di puntali a coppale come si usava allora.
Il lavoro è troppo ben fatto e anche se gli artigiani all’epoca
lavoravano benissimo, riscontro nel lavoro una precisione da grande industria.
Peccato non averne mai vista un’altra per confrontarla!
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lunedì 26 maggio 2014
il prezzo dell'oro.
La notte
mandava odori di fieno e terra umida, mentre sopra la salita un manto di stelle
pareva un vortice di luci di natale.
Chino
spingeva la bici con forza, sudando e facendo attenzione alle siepi ed ai
fossi.
In quei
giorni ci si poteva aspettare qualsiasi cosa a qualunque ora, e non si sarebbe
stupito di trovarsi davanti il suo migliore amico, sten puntato, a minacciarlo
o a trucidarlo senza dire amen.
Per quello
stava andando alla spianata della Serra.
Per levarsi
da quel mondo che la vita gli aveva riservato, dopo anni di schiavenza in
cascina, la fidanzata incantonata a 16 anni e un figlio che stava venendo su
grande come la fame e poco o nulla da mangiare a casa.
Perché a 20
anni uno ha voglia di vivere e alzare la cresta, e questo andare in giro coi
ragazzini a rischiare la pelle e bruciare cascine che magari la prossima sarà
la tua , non gli andava proprio più giù.
Chino sapeva
cosa era la fatica, e sapeva le sette croste del pane, ed ognuna era una camicia
sudata e ossa rotte, come per comprare la bici, che aveva dovuto litigare con
padre e prendere ed andarsene una sera che era freddo e paglia umida.
Pure era
servita quella Bianchi, presa nuova dal concessionario di Cherasco e usata su e
giù per le stradette a tiraculo e una volta anche contro un carro aveva
bocciato, ma era festa e finì tutto a manate sulle spalle e a chi beveva prima
il litro.
Per
guadagnare qualche soldo aveva trovato lavoro come campè, che per chi non lo
sapesse è il mestiere di aprire e chiudere le chiuse e va fatto a qualsiasi ora
specie d’estate quando c’è il soffoco e le piante chiedono acqua come ubriache.
Per due anni
si era alzato alle 3 4 di notte, per quello quella sera nessuno si sarebbe
stupito di vederlo girare con la Bianchi.
Doveva
impagliarsela, e se tutto andava bene tra un anno avrebbe fatto vedere a tutti
come si vive.
Ne aveva
alto così con tutti e un pelo sullo stomaco che pochi alla sua età potevano
vantare.
Nel gruppo
dei partigiani in cui era, aveva sentito del lancio dei pacchi una sera che era
di guardia vicino alle staffette ed al comandante.
“Non solo viveri la prossima volta, anche
questi…” ( e intanto aveva scorto l’inequivocabile segno del pollice che
sfrega contro l’indice).
Bene aveva
fatto a farsi mandare un paio di volte, avendo lui la copertura del lavoro
notturno, e a riportare tutto senza spacchettare nulla, convincendo il compagno
che ci sarebbe stato da guadagnarci ad essere onesti, di non fare il babau e
rigare dritto.
Cesco, che
furbo come lui non era ma si fidava e aveva tre anni in meno, aveva capito al
volo e non si era fatto prendere a toccare nulla.
Per quello
mandarono avanti lui quella notte, lui solo che dava poco nell’occhio essendo
anche guardiano dei campi e addetto alle chiuse delle bealere.
“Come sempre, prendi e porta a casa nel
tascapane.Se vedi gente, spara o squaglia.Ma porta tutto, intesi?E non aprire!Mai!”
“Ma ce la faccio da solo?”
“Pacco piccolo ma importante, sulla
canna della bici sta tutto.”
Chino aveva parlato
solo a Rosina, più giovane di due anni ma sveglia e forte e coraggiosa, tutto
aveva detto, anche dei sei sette mesi almeno che non si sarebbero visti .
Dopo, se andava
bene, avrebbero fatto lusso.
Le sorelle ,
i fratelli e meno che meno il padre mai avrebbero dovuto saperlo.
Piuttosto
morto, ma non al padre, esempio di rigore e onestà che mai avrebbe capito quel
gesto.
Per quello
se la volle stringere di più quella sera , col piccolo che capiva tutto e
piangeva , pur vedendo il padre freddo e asciutto più di quello che era sempre..
Non incrociò
nessuno sino al bivio del Mottarotto, da
dove partiva la stradina per la spianata.
Qui gli
aerei alleati mandavano pacchi viveri in gran segreto e solo il comandante e
pochi altri sapevano tempi e modi.
Fu un caso che
lo mandassero solo, e fino all’ultimo pensò se dirlo a Cesco, ma poi si rivide
tutto, proprio tutto si rivide e pensò alla moglie e al figlio, e agli anni che sarebbero venuti e ai discorsi
di padre e madre e così preso l’ordine tirò dritto e nessun pensiero, se non
quello di riuscire.
Aveva avuto
pochi giorni per preparare tutto, ma era furbo e riuscì bene, a cominciare
dalla fascina dietro una siepe che sapeva, piena di rami fitti ma vuota dentro
per nascondere i soldi e il tascapane.
Tutto aveva previsto,
anche l’amico di Genova che lo avrebbe nascosto per sei mesi in una cantina
buia di via Prè, pagando s’intende, ma “se
tutto andava bene, quel buco te lo pago come un grand Hotel.”
La guerra
era alla fine, non riusciva ad immaginare un altro anno come quelli.
Sudava,
nella camicia bianca e nella vestimenta.
Non ci
sarebbe stato tempo di tornare a casa e
spiegare , bastava fare cosa si doveva, andare in bici fino a Bra, prendere il
vapore per Torino e qui per Genova.
La bici
l’avrebbe ritrovata Rosina, in un posto che sapevano dentro un boschetto di
albere.
Come morto
sarebbe stato e fino alla fine aveva pensato se non sarebbe stato meglio
fingere proprio questo, ma vide la faccenda complicarsi e lasciò perdere.
Non pensava
a nulla, quando vide il buio e il fresco dello slargo, a nulla quando accese il
fuoco di segnale.
“Basta che quei mangiacrauti non vedano”,
pensava, era il 1944 e faceva caldo a farsi prendere accanto ad un fuoco in
piena campagna alle due di notte.
Nel freddo e
nella luce gli riuscì per qualche istante di non pensare,di non immaginare alle ritorsioni che avrebbero potuto fare ai suoi.
Era la sua
occasione e avrebbe sacrificato l’ultima briciola di onore per averla.
Non fece
tempo ad accendere la Milit che un rombo , come un tuono, venne da lontano.
“Ci sono, Madonna delle grazie fa che ci sia
cosa si deve e ti regalo mille lire.No, duemila.”
Non fece
tempo a pentirsi dell’offerta, che qualcosa di giallo cadde dal cielo attaccato
al solito grosso paracadute.
Come fece a
venire se ne andò, e lui corse, corse proprio come ci fosse la vita in quel
pacco e lo guardò un istante prima di fare ciò che mai aveva fatto prima.
Come a
nascondersi dal peccato che andava a commettere, si mise dal cespuglio e lo
scartò con la grazia di chi sa le cose rare
ed irripetibili.
E sotto ai
giornali e i fogli di burocrazia li vide, belli e grandi che odoravano di
fresco, e toccarli era un piacere.
Li annusò e
li guardò per un istante che parve eterno, doveva capire che erano veri, che
non era uno scherzo e mentre li guardava, studiava in giro , sentendosi come un
lupo che ha azzannato la preda e non la vuole spartire con nessuno.
Tutto filò
liscio, nessuno si intromise e la pistola che aveva nelle braghe non servì a
nulla.
L’avrebbe
buttata prima di entrare in Bra, e da lì in avanti solo Dio con lui e quei
soldi.
Pur cercando
di mantenere un decoro, sudava fitto ora.
Sapeva che
se l’avessero pescato, partigiani o crucchi, l’avrebbero impalato dove era.
Ogni metro
gli costava sudore e fatica e capì bene quel era il prezzo dell’oro e che chi
aveva soldi in qualche modo se li era guadagnati, comunque.
Arrivò a Bra
che era l’alba quando la prima luce dona
forma e contorno alle cose .
Non si voltò
a guardare la bici , solo si preoccupò di nasconderla bene e che nessuno la
trovasse per almeno qualche giorno.
Poi, Rosina
l’avrebbe presa.
Camminando
nella solitudine della piazza, davanti alla pensilina, aspettò che la
biglietteria fosse aperta, fumando una sigaretta dopo l’altra.
Anche lì gli
andò bene, perché essere presi a venti anni con un tascapane di soldi c’era da
essere spediti piombati in Germania e ringraziare se non c’era del piombo
pronto subito da digerire per l’eternità.
Ma nessuno
passò, e dopo un quarto d’ora si presentò al bigliettaio, chiedendogli
asciutto:
“Genova, un biglietto.”
“Solo andata?”
Speriamo,
rispose.
(ndr : la bici protagonista di questa storia ( vera) , è proprio la Bianchi del 1942 raffigurata nelle fotografie)
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martedì 20 maggio 2014
La bacchettata di primavera 2014: grazie a tutti!
Ringrazio tutti i partecipanti a questa ottava edizione della bacchettata di Primavera.
Tempo bello, compagnia, ottima e ...otime vivande hanno fatto da cornice ad una bellissima edizione.
Già nel sabato pomeriggio gli avventori delle terre lontane ( Cotignola, Ferrara...) hanno potuto fare un giretto per la città di Bra, seguita dall'inaugurazione della mia piccola esposizione casalinga in serata, dove si è festeggiato anche il mio compleanno :)
Davvero un'emozione fortissima, pensando a come era quello spazio un anno prima !
La domenica, satolli dalla serata precedente, si è pedalato per lo storico tracciato Bra- Casa Del Bosco- Riva,...
I meno stanchi hanno ancora fatto muovere le gambe in quel di Bra mentre i più...volenterosi preparavano per il pranzo nel garage..
All'arrivo piadine, squaquerone, fichi canditi e dei tortelli di zucca che erano cosa Dio fece hanno allietato tutti i presenti ( innaffiati da buon vino ferrarese..)
Un grazie ancora a tutti e ...fanali puntati al prossimo anno!
Tempo bello, compagnia, ottima e ...otime vivande hanno fatto da cornice ad una bellissima edizione.
Già nel sabato pomeriggio gli avventori delle terre lontane ( Cotignola, Ferrara...) hanno potuto fare un giretto per la città di Bra, seguita dall'inaugurazione della mia piccola esposizione casalinga in serata, dove si è festeggiato anche il mio compleanno :)
Davvero un'emozione fortissima, pensando a come era quello spazio un anno prima !
La domenica, satolli dalla serata precedente, si è pedalato per lo storico tracciato Bra- Casa Del Bosco- Riva,...
I meno stanchi hanno ancora fatto muovere le gambe in quel di Bra mentre i più...volenterosi preparavano per il pranzo nel garage..
All'arrivo piadine, squaquerone, fichi canditi e dei tortelli di zucca che erano cosa Dio fece hanno allietato tutti i presenti ( innaffiati da buon vino ferrarese..)
Un grazie ancora a tutti e ...fanali puntati al prossimo anno!
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martedì 29 aprile 2014
la bacchettata di primavera del 18 maggio!
In occasione della Bacchettata del 18 Maggio ricordo a tutti
i simpatizzanti e gli avventori il programma di massima.
Il ritrovo è previsto per le ore 9-930 a Bra, Cn, in via
Mascagni presso il mio garage.
Da qui, dopo un poco di attesa che tutti convengano e…un po’
di salame e vino, partiremo alla volta del classico giro che si snoda per le
campagne ( all'incirca una dozzina di km inframmezzato da pause e soste...)
A metà percorso, come da tradizione, bagnetto verde e
acciughe allieteranno la sosta accompagnata da un mio scritto inedito.
Al termine della campagna, dopo un giretto nella città di
Bra, sosteremo per il pranzo nel mio garage trasformato per lo scopo
in…bettola!
Chiedo ad ognuno di contribuire come sempre con un piatto
della sua zona e magari…un beveraggio!
Al caso scrivetemi una mail così ci accordiamo e non ci
ritroviamo tutti con …antipasti vari!
Qui, chi vorrà, potrà ancora abbuffarsi di una piccola
merenda sinoira alla piemontese che offrirò volentieri mentre si ammira la
mia…ruggine!
Per ogni dubbio scrivetemi pure alla consueta mail
Cominciate a caricare le bici..e ricordate: in caso di nubifragio…la
manifestazione sarà spostata!
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